Elogio dello scarto e della resistenza in pedagogia, Università

Documento da Università su Elogio dello Scarto e della Resistenza. Il Pdf analizza i concetti di "scarto" e "resistenza" in pedagogia, esplorando il ruolo di emozioni, corpo e progettualità nell'educazione, per la materia Psicologia.

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Elogio dello scarto e della resistenza (M. Contini)
Introduzione
Scarto: da un lato il marginale, ciò che è considerato residuo in relazione a tutto quello che "conta", che si
colloca in primo piano e gode di una diffusa rappresentazione sociale positiva: in un simile quadro, il sapere
pedagogico, ad esempio, è scarto nei confronti sia di saperi tradizionalmente forti, sia della chiacchiera
mediatica che, attraverso spot sempre più seduttivi e ricchi di effetti speciali, finisce per orientare pesantemente gli
stili di vita dei soggetti.
Da un altro lato "distanza tra": tra la progettualità educativa e i suoi esiti, tra i tempi delle nostre parole e i tempi
delle risposte dei nostri interlocutori educativi, tra quello che, noi e loro, siamo, e l'orizzonte del possibile che, aperto,
prospetta a noi e a loro altri spazi, altri percorsi, nuove identità. È la distanza tra quel che siamo e quello che
"potremmo" o "potremo" essere; segnava la strada per l'impegno della progettualità, per l'audacia dell'utopia,
ma anche per la pazienza dell'attesa, per lo sguardo empatico rivolto agli altri, in particolare a quelli più in
difficoltà.
Morin dice che affermare e agire la complessità significa, soprattutto, tenere insieme quello che abitualmente,
secondo il senso comune, insieme non sta.
Resistenza: nei confronti degli elementi culturali più alienanti di questo momento storico; dei modelli di umanità
che, imposti a livello mondiale dai pochi che possiedono molto (potere-denaro-successo), tendono a impoverire e
mortificare i rapporti quotidiani e i sogni degli individui rendendoli gregge; delle parole rese logore dalla sottrazione
di significato cui le ha condannate una manipolazione strumentale e bugiarda. In quest’ottica è fondamentale voler
realizzare se stessi realizzando gli altri.
CAPITOLO 1 – Elogio dello scarto e della resistenza
Premessa
È compito di tutti cercare di riprendere in mano il processo formativo non solo delle nuove generazioni, ma anche
degli adulti e degli anziani.
La riflessione pedagogica: inattuale, scarsamente visibile e perciò risorsa
L'idea pedagogica, in quanto tale, deve essere inattuale: altrimenti non sarebbe idea, ma costume prassi, ideologia.
In quanto inattuale essa non coincide deve coincidere con le tendenze prevalenti nel presente, con le
motivazioni e le sollecitazioni che questo fa valere, con i suoi problemi più urgenti e manifesti.
In quanto idea, essa evidenza, in primo luogo, alle eventuali incongruenze, parzialità, unilateralità di tali
tendenze, ed eventualmente ne smonta l'enfasi e ne denuncia la retorica; in secondo luogo, fa valere istanze
alternative, misconosciute, conculcate, deformate o mistificate dall'attualità. Di fondamentale importanza è
colorare di utopico l’inattuale: con il coraggio di praticare un’educazione che, tendendo al superamento
dell’individualismo dominante, miri alla solidarietà e reciprocità della valorizzazione empatica nelle relazioni
intersoggettive, interetniche, interculturali.
La scarsa visibilità della pedagogia, nei suoi dibattiti profondi, teoreticamente audaci e originali confinata nei circoli
pedagogici, può tradursi in risorsa. Un ruolo chiave viene rivestito proprio dalla valorizzazione del residuo, dello
scarto, rifiutando gerarchie e contrapposizioni. Parliamo di una filosofia dell'educazione che, dal versante
problematicista, ci richiama a uno scarto insuperabile, e nello stesso tempo propulsivo e dinamizzante, fra ciò
che riusciamo a realizzare nei limiti delle nostre esperienze concrete e l'orizzonte del possibile che, aperto davanti
a noi, ci indica, sempre e ancora, altre vie e ulteriori obiettivi. Lo scarto come cifra emblematica dell'educare: da
mettere in conto ed "elogiare" perché sollecita il procedere verso traguardi che si spostano sempre un po' più in là.
Lo scarto in educazione. La pazienza dell’attesa, la distanza fra le nostre indicazioni e le loro scelte
Sul piano educativo, la categoria dello scarto rimanda ad una modalità di proposta che prevede uno spazio, un
intervallo di riflessione e di elaborazione fra se stessa e la risposta che sollecita.
Scarto è anche la distanza che intercorre fra la strada che indichiamo e quella che i nostri interlocutori ad un
certo punto imboccano e percorrono.
Scarto può essere quello che dovevano cogliere le insegnanti coinvolte nella celebre ricerca sull’”effetto Pigmalione”
tra quanto si aspettavano dagli allievi designati come “potenziali geni” e i risultati che in quanto alunni “normali”
Scaricato da Rebecca Rossi (rebecca.rossi1@studenti.unipr.it)
lOMoARcPSD|38139182
raggiungevano. Non dubitare delle loro possibilità rendeva accettabile lo scarto (in quanto considerato passeggero) e
speciale la relazione con gli allievi, generando possibilità insperate. Anche in questo si esprime l’elogio dello scarto:
tramite esso si aprono molte vie alla dimensione del possibile!
La categoria di scarto può anche assumere un’accezione di carattere esistenziale. Essa riguarda gruppi e soggetti
che in termini di potere sono deboli, marginali: i movimenti di giovani pacifisti nel mondo; gruppi e associazioni
che, immersi in una quotidianità di conflitti e reciproche violenze, si impegnano a lavorare insieme per una soluzione
pacifica del conflitto fra le loro popolazioni; ma anche i gruppi di uomini e donne che nel loro anonimato lavorano
per promuovere giustizia, per testimoniare la possibilità di convivere con l’altro da al di fuori delle logiche del
potere e della sopraffazione. Perciò gruppi, soggetti minoritari e finora perdenti, scarto rispetto a gruppi, soggetti e
posizioni che si impongono. Il loro messaggio di giustizia e pace, rispetto e solidarietà, in quanto utopico, ha una
funzione preziosa per la coscienza pedagogica: anticipare, sul piano del possibile, obiettivi educativi per cui non si
hanno le condizioni di realizzabilità oggi. La coscienza pedagogica è orientata alla progettualità e al
cambiamento: “siamo in un mare di incertezza con isole di certezza”.
Di nuovo si prefigura uno scarto, tra la condizione data dal nostro essere gettati nel qui ed ora in cui dobbiamo
vivere e la direzione possibile scelta, da perseguire e costruire con l’impegno etico della nostra progettualità per il
futuro.
Ancora alla voce scarto: emozioni, conoscenza, corpo.
Passando dal piano esistenziale a quello dei contenuti, fondamentale è la consapevolezza metacognitiva, ovvero la
capacità/impegno del soggetto ad imparare a conoscere i propri modi di conoscere. Essere consapevoli che la
propria lettura di e del mondo dipende da un punto di vista parziale e relativo e che può correggere la sua
insufficienza solo tramite l’incontro/confronto con quello degli altri.
La consapevolezza metacognitiva è scarto in quanto poco perseguita e praticata, è inattuale perché dissonante con
un costume che predilige il conformismo e l’assenza di spirito critico.
C’è una profonda implicazione etica nella consapevolezza metacognitiva: riguarda il riconoscimento di legittimità
dei punti di vista degli altri, anche di quelli che non condividiamo e, soprattutto, l'assunzione di responsabilità
connessa al guardare in faccia i propri limiti e al ricondurre ad essi - anziché a colpe altrui - i traguardi non
raggiunti, o gli incontri mancati.
In questo modo si richiama un altro contenuto/scarto: l’alfabetizzazione emozionale. Nel percorso di decifrazione del
nostro conoscere incontriamo le emozioni in una duplice veste:
- elemento che agevola o inibisce i processi cognitivi;
- risultato delle nostre valutazioni cognitive (emozioni che ci sentiamo legittimati a provare o che i nostri
giudizi/pregiudizi ci inducono a negare).
L’attualità rivela un analfabetismo emozionale che rivela una responsabilità pedagogica ad indicare strade per
entrare in rapporto con le proprie emozioni, per riconoscerle, chiamarle per nome, accettarle nei loro chiaroscuri,
imparando a metterle in discorso, a renderle strumento di comunicazione, anche conflittuale, mai strumento di
morte né dei soggetti né di rapporti.
Il corpo si può considerare scarto se ci si riferisce al corpo vissuto, abitato e non separato dalla mente, che porta
inscritta in la nostra storia, che costituisce il nostro modo di essere nel mondo, in rapporto con gli altri, che sa
accogliere e contenere, ascoltare e guardare, affiancare e accompagnare, muoversi e giocare.
Lo scarto più importante e inattuale fra gli obiettivi pedagogici è la progettualità non intesa come titanica capacità di
decidere la propria sorte, ma come impegno ad individuare e produrre un senso assumendosi la possibilità di
operare delle scelte, di perseguire un obiettivo, di aprirsi al cambiamento.
L’impegno progettuale prefigura un atteggiamento esistenziale che contrasta sia la passività del conformismo e
della delega incondizionata, sia la frenetica corsa dell’attivismo competitivo: ha tempi lunghi, prevede percorsi
ad ostacoli, arresti e ricominciamenti e ha come obiettivo/limite l’autenticità esistenziale nel rapporto del soggetto
con se stesso, con gli altri, con il mondo.
Lo scarto diventa modalità di esistere, di vivere e di morire. Dobbiamo sempre essere in ricerca, interrogare e
interrogarci sui significati delle parole quotidiane, anche a quelle che si riferiscono al nostro esserci e al nostro finire.
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Anteprima

Introduzione allo Scarto e alla Resistenza

Scarto: da un lato il marginale, ciò che è considerato residuo in relazione a tutto quello che "conta", che si colloca in primo piano e gode di una diffusa rappresentazione sociale positiva: in un simile quadro, il sapere pedagogico, ad esempio, è scarto nei confronti sia di saperi tradizionalmente forti, sia della chiacchiera mediatica che, attraverso spot sempre più seduttivi e ricchi di effetti speciali, finisce per orientare pesantemente gli stili di vita dei soggetti.

Da un altro lato "distanza tra": tra la progettualità educativa e i suoi esiti, tra i tempi delle nostre parole e i tempi delle risposte dei nostri interlocutori educativi, tra quello che, noi e loro, siamo, e l'orizzonte del possibile che, aperto, prospetta a noi e a loro altri spazi, altri percorsi, nuove identità. È la distanza tra quel che siamo e quello che "potremmo" o "potremo" essere; segnava la strada per l'impegno della progettualità, per l'audacia dell'utopia, ma anche per la pazienza dell'attesa, per lo sguardo empatico rivolto agli altri, in particolare a quelli più in difficoltà.

Morin dice che affermare e agire la complessità significa, soprattutto, tenere insieme quello che abitualmente, secondo il senso comune, insieme non sta.

Resistenza: nei confronti degli elementi culturali più alienanti di questo momento storico; dei modelli di umanità che, imposti a livello mondiale dai pochi che possiedono molto (potere-denaro-successo), tendono a impoverire e mortificare i rapporti quotidiani e i sogni degli individui rendendoli gregge; delle parole rese logore dalla sottrazione di significato cui le ha condannate una manipolazione strumentale e bugiarda. In quest'ottica è fondamentale voler realizzare se stessi realizzando gli altri.

CAPITOLO 1 - Elogio dello scarto e della resistenza

Premessa

È compito di tutti cercare di riprendere in mano il processo formativo non solo delle nuove generazioni, ma anche degli adulti e degli anziani.

La riflessione pedagogica: inattuale, scarsamente visibile e perciò risorsa

L'idea pedagogica, in quanto tale, deve essere inattuale: altrimenti non sarebbe idea, ma costume prassi, ideologia. In quanto inattuale essa non coincide né deve coincidere con le tendenze prevalenti nel presente, con le motivazioni e le sollecitazioni che questo fa valere, con i suoi problemi più urgenti e manifesti.

In quanto idea, essa dà evidenza, in primo luogo, alle eventuali incongruenze, parzialità, unilateralità di tali tendenze, ed eventualmente ne smonta l'enfasi e ne denuncia la retorica; in secondo luogo, fa valere istanze alternative, misconosciute, conculcate, deformate o mistificate dall'attualità. Di fondamentale importanza è colorare di utopico l'inattuale: con il coraggio di praticare un'educazione che, tendendo al superamento dell'individualismo dominante, miri alla solidarietà e reciprocità della valorizzazione empatica nelle relazioni intersoggettive, interetniche, interculturali.

La scarsa visibilità della pedagogia, nei suoi dibattiti profondi, teoreticamente audaci e originali confinata nei circoli pedagogici, può tradursi in risorsa. Un ruolo chiave viene rivestito proprio dalla valorizzazione del residuo, dello scarto, rifiutando gerarchie e contrapposizioni. Parliamo di una filosofia dell'educazione che, dal versante problematicista, ci richiama a uno scarto insuperabile, e nello stesso tempo propulsivo e dinamizzante, fra ciò che riusciamo a realizzare nei limiti delle nostre esperienze concrete e l'orizzonte del possibile che, aperto davanti a noi, ci indica, sempre e ancora, altre vie e ulteriori obiettivi. Lo scarto come cifra emblematica dell'educare: da mettere in conto ed "elogiare" perché sollecita il procedere verso traguardi che si spostano sempre un po' più in là.

Lo scarto in educazione: pazienza dell'attesa e distanza

Sul piano educativo, la categoria dello scarto rimanda ad una modalità di proposta che prevede uno spazio, un intervallo di riflessione e di elaborazione fra se stessa e la risposta che sollecita.

Scarto è anche la distanza che intercorre fra la strada che indichiamo e quella che i nostri interlocutori ad un certo punto imboccano e percorrono.

Scarto può essere quello che dovevano cogliere le insegnanti coinvolte nella celebre ricerca sull'"effetto Pigmalione" tra quanto si aspettavano dagli allievi designati come "potenziali geni" e i risultati che in quanto alunni "normali"raggiungevano. Non dubitare delle loro possibilità rendeva accettabile lo scarto (in quanto considerato passeggero) e speciale la relazione con gli allievi, generando possibilità insperate. Anche in questo si esprime l'elogio dello scarto: tramite esso si aprono molte vie alla dimensione del possibile!

La categoria di scarto può anche assumere un'accezione di carattere esistenziale. Essa riguarda gruppi e soggetti che in termini di potere sono deboli, marginali: i movimenti di giovani pacifisti nel mondo; gruppi e associazioni che, immersi in una quotidianità di conflitti e reciproche violenze, si impegnano a lavorare insieme per una soluzione pacifica del conflitto fra le loro popolazioni; ma anche i gruppi di uomini e donne che nel loro anonimato lavorano per promuovere giustizia, per testimoniare la possibilità di convivere con l'altro da sé al di fuori delle logiche del potere e della sopraffazione. Perciò gruppi, soggetti minoritari e finora perdenti, scarto rispetto a gruppi, soggetti e posizioni che si impongono. Il loro messaggio di giustizia e pace, rispetto e solidarietà, in quanto utopico, ha una funzione preziosa per la coscienza pedagogica: anticipare, sul piano del possibile, obiettivi educativi per cui non si hanno le condizioni di realizzabilità oggi. La coscienza pedagogica è orientata alla progettualità e al cambiamento: "siamo in un mare di incertezza con isole di certezza".

Di nuovo si prefigura uno scarto, tra la condizione data dal nostro essere gettati nel qui ed ora in cui dobbiamo vivere e la direzione possibile scelta, da perseguire e costruire con l'impegno etico della nostra progettualità per il futuro.

Scarto: emozioni, conoscenza, corpo

Passando dal piano esistenziale a quello dei contenuti, fondamentale è la consapevolezza metacognitiva, ovvero la capacità/impegno del soggetto ad imparare a conoscere i propri modi di conoscere. Essere consapevoli che la propria lettura di sé e del mondo dipende da un punto di vista parziale e relativo e che può correggere la sua insufficienza solo tramite l'incontro/confronto con quello degli altri.

La consapevolezza metacognitiva è scarto in quanto poco perseguita e praticata, è inattuale perché dissonante con un costume che predilige il conformismo e l'assenza di spirito critico.

C'è una profonda implicazione etica nella consapevolezza metacognitiva: riguarda il riconoscimento di legittimità dei punti di vista degli altri, anche di quelli che non condividiamo e, soprattutto, l'assunzione di responsabilità connessa al guardare in faccia i propri limiti e al ricondurre ad essi - anziché a colpe altrui - i traguardi non raggiunti, o gli incontri mancati.

In questo modo si richiama un altro contenuto/scarto: l'alfabetizzazione emozionale. Nel percorso di decifrazione del nostro conoscere incontriamo le emozioni in una duplice veste:

  • elemento che agevola o inibisce i processi cognitivi;
  • risultato delle nostre valutazioni cognitive (emozioni che ci sentiamo legittimati a provare o che i nostri giudizi/pregiudizi ci inducono a negare).

L'attualità rivela un analfabetismo emozionale che rivela una responsabilità pedagogica ad indicare strade per entrare in rapporto con le proprie emozioni, per riconoscerle, chiamarle per nome, accettarle nei loro chiaroscuri, imparando a metterle in discorso, a renderle strumento di comunicazione, anche conflittuale, mai strumento di morte né dei soggetti né di rapporti.

Il corpo si può considerare scarto se ci si riferisce al corpo vissuto, abitato e non separato dalla mente, che porta inscritta in sé la nostra storia, che costituisce il nostro modo di essere nel mondo, in rapporto con gli altri, che sa accogliere e contenere, ascoltare e guardare, affiancare e accompagnare, muoversi e giocare.

Lo scarto più importante e inattuale fra gli obiettivi pedagogici è la progettualità non intesa come titanica capacità di decidere la propria sorte, ma come impegno ad individuare e produrre un senso assumendosi la possibilità di operare delle scelte, di perseguire un obiettivo, di aprirsi al cambiamento.

L'impegno progettuale prefigura un atteggiamento esistenziale che contrasta sia la passività del conformismo e della delega incondizionata, sia la frenetica corsa dell'attivismo competitivo: ha tempi lunghi, prevede percorsi ad ostacoli, arresti e ricominciamenti e ha come obiettivo/limite l'autenticità esistenziale nel rapporto del soggetto con se stesso, con gli altri, con il mondo.

Lo scarto diventa modalità di esistere, di vivere e di morire. Dobbiamo sempre essere in ricerca, interrogare e interrogarci sui significati delle parole quotidiane, anche a quelle che si riferiscono al nostro esserci e al nostro finire.Scegliendo questa linea, possiamo anche educare ad "osare" la felicità: non il benessere, non il successo, non il potere, ma la felicità come orizzonte di senso che trae luce dal nostro esistere solidale ed ecologico, con gli altri, con tutti gli altri e nel mondo, pur se fuori dai riflettori.

Impegno, responsabilità, strategie di una resistenza pedagogica

Elogio della resistenza perché, per dare spazio allo scarto, valorizzarlo e proporlo in tutte le sue valutazioni, è necessario imparare ad esprimere e realizzare il nostro impegno, giorno per giorno, contesto per contesto con le modalità della resistenza non violenta.

In concreto bisogna sviluppare un atteggiamento di profonda collaborazione che ci porti a confrontarci e sostenerci a vicenda nelle strade che percorriamo, accumunate, nella divergenza in alcuni aspetti, dall'aspirazione e dall'impegno ad ampliare lo spettro possibile per i soggetti educativi. Di fondamentale importanza è intraprendere una linea di resistenza orientata in direzione di impegno pedagogico, sociopolitico ed etico.

La resistenza richiede la tensione alla coerenza e la continuità dell'impegno nella quotidianità e non solo nelle occasioni speciali.

Educare bambini e giovani all'esercizio critico vuol dire offrire loro un apprendistato del conflitto che permetta il confronto resistente e pacifico con punti di vista divergenti.

E dunque, pur accettando di nuovo uno scarto, quello tra la direzione che perseguiamo e il segmento di strada che faticosamente siamo in grado di percorrere (tra proposito e realizzazione di un obiettivo), nel nostro agire quotidiano devono rivelarsi, ai nostri interlocutori, segni tracce indizi della resistenza che stiamo portando avanti: nello svolgimento del nostro lavoro, nello "stile" del nostro comunicare con loro, nella nostra capacità di ascoltare e di confrontarci e appassionarci a progetti e iniziative che abbiano come obiettivo, anziché qualche tornaconto personale, la ricerca di stili di pace e lo sviluppo della solidarietà.

Importante è anche la capacità di indignarsi per imparare a realizzare resistenza contro l'assuefazione indotta dall'escalation di una violenza che provoca in noi continue ma brevi reazioni d'orrore.

L'uso spregiudicato e bugiardo delle parole va denunciato, attraverso una resistenza che, giorno per giorno, contesto per contesto, "rinomini" le parole logore e le riscatti attraverso pratiche al cui interno siano ravvisabili le parole intere, coincidenti col loro significato più pieno e profondo.

Altra direzione di resistenza, collegata a quella appena delineata, è la resistenza nei confronti di forme sociali improntate alla discriminazione, alla violenza, all'assenza di qualunque pietas per gli ultimi.

Anche in questo caso, specie per i giovani, si prospetta il rischio di una confusione sui significati e sui valori della propria cultura e richiamarli alla resistenza vuol dire lavorare affinché "l'esercizio critico di un pensiero eticamente fondato e ricco di emozioni" cessi di essere solo un richiamo pedagogico per diventare una pratica attraverso cui decostruire, indagare, decifrare, interpretare anche quello che sembra già trasparente, assunto e condiviso dalla stragrande maggioranza.

Essere educati allo scarto e alla resistenza diventa, così, la condizione per perseguire il gratuito e valorizzare la condivisione, senza arrendersi di fronte ai sorrisini dei più disincantati e agli attacchi dei più violenti.

La resistenza è rischiosa ed implica il tempo da dedicare alla riflessione, allo studio, all'elaborazione di nuovi repertori di conoscenza e di esperienza: dissociandosi dalla chiacchiera vuota di contenuti e dalla corsa a un "fare" che è l'esecuzione di un generalizzato, sempre identico, monotono copione. La resistenza intercetta domande, interrogativi, istanze divergenti ed inattuali, ma anche bisogni in ombra, non visibili, da far emergere tramite la costanza nell'impegno della quotidianità e il coraggio dell'utopia in modo da prefigurare un nuovo modello di umanità consapevole (identità terrestre) di individuare, progettare e condividere direzioni inattuali.

Resistenza, allora, vuol dire anche investire in pensieri e pratiche di cura rivolgendosi ai capitoli esistenziali attualmente più inattuali: distanti e difformi dalla triade che ha rovinosamente dominato lo scenario del mondo cosiddetto "sviluppato" (denaro, potere, successo) e centrati sulla tensione ad arricchire di senso e di possibilità l'esistenza propria, degli altri, di tutti i viventi attraverso l'impegno etico a costruire spazi di emancipazione per chi è in vario modo oppresso, legami di solidarietà con gli uguali e con i diversi, stili di convivenza pacifica al cui interno anche la conflittualità possa darsi come occasione di confronto, anziché di sopraffazione e di violenza.

CAPITOLO 2 - Dispositivi teorico-metodologici di una filosofia dell'educazione critico- progettuale: il problematicismo razionalista

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