Documento dalla Sardegna Medievale nel Contesto Italiano e Mediterraneo. Il Pdf esplora la formazione e l'evoluzione dei regni giudicali, le strutture politiche e istituzionali, la penetrazione del monachesimo benedettino e l'influenza dei mercanti pisani e genovesi sull'economia e la società sarda del periodo medievale, per il corso di Storia a livello universitario.
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Agli inizi del XI secolo la Sardegna non fa più parte dell'impero bizantino, ma sono numerosi gli indizi di un perdurare di rapporti e di legami dell'isola con il mondo greco-orientale ancora nei secoli IX-X. All'epoca è attestata l'esistenza di un arconte o Giudice per l'intera isola, che sommava in sé il potere politico e quello militare, ed è già documentato l'uso del termine iudex/giudice per indicare gli esponenti del potere pubblico. In alcuni documenti si parla inoltre di principes Sardinie, termine che non necessariamente si riferiva ai giudici che governavano i vari territori ma si indicavano, inverosimilmente, gli optimates , facoltosi proprietari che traevano il potere dai possedimenti terrieri e di quanto era a essi legato. Secondo gli studiosi questi princeps si dispongono come fase intermedia dell'evoluzione dell'istituzione giudicale.
La prima attestazione dell'esistenza di quattro Giudici di pari dignità , che governavano autonomamente in quattro distinti ambiti territoriali, è data da una lettera scritta a Capua il 14 ottobre 1073, con la quale il pontefice Gregorio VII richiama i quattro giudici ( Orzocco di Calàri, Orzocco di Arborea, Mariano di Torres e Costantino di Gallura) al rispetto della ortodossia cattolica e li invita a rientrare con i rispettivi popoli in senno alla Chiesa di Roma. Lo stesso Gregorio VII scrisse un altra lettera il 16 gennaio 1074 dove riafferma la necessità di una politica unitaria da parte di tutti e quattro i giudici, di cui lui riconosceva di fatto la legittimità.
La formazione politico- istituzionale delle quattro entità statuali, nella quale dopo poco la metà dell'anno Mille la Sardegna risultava divisa, fu certamente la conseguenza del progressivo distacco con Bisanzio, unitamente alle periodiche incursioni musulmane ( secoli VII-XI) e alla sempre più forte pressione araba sul Mediterraneo. All'inizio del XI secolo poi, (1012-1024) l'intervento di Pisa e Genova portò al fallimento della conquista dell'isola da parte della Taifa di Denia e delle Baleari,e le due repubbliche marinare ripresero contatti economici e politici con i nascenti regni giudicali. Si ripresero poi i contatti con la chiesa di Roma che rafforzò la sua presenza nell'isola tramite il monachesimo benedettino.
Ciascun Giudicato, detto logu o rennu, era retto da un Giudice, nominato nei documenti latini come iudex o rex,e in volgare sardo con i termini rege o judike. L'ascesa alla dignità giudicale scaturiva con l'ereditarietà, dall'elezione e dai vincoli derivanti dalla consanguineità. Si può poi affermare che, accanto alla investitura divina dei Giudici, era la concorde volontà del popolo riunito in "Corona de Logu" a rappresentare la fonte della sovranità. Il giudice eletto infatti doveva giurare solennemente nelle mani dell'arcivescovo di non cedere alcun territorio, né di stringere alleanze con altre entità politiche senza il consenso della Corona de Logu da cui dipendeva. La trasgressione del giuramento poteva portare alla revoca del diritto successorio di famiglia e, nei casi più gravi, l'uccisione dello stesso re. Da una lettera scritta da Benedetta di Calàri a Onorio III, si può notare come potevano subentrare alla successione anche le donne, ma solo come governanti e portatrici di titolo per i figli maschi o per il marito ( es: Eleonora d'Arborea). I giudici erano chiamati donnu, le mogli donna, e i figli donnikellos e donnikellas.
Accanto al giudice , troviamo un armmentariu de pegugiare ( che si occupava del patrimonio provato del giudice), e un armamentariu de Rennu ( al quale era affidata l'amministrazione dei beni dello Stato). I regni giudicali infatti, a differenza degli stati dell'Europa medievale, non erano patrimoniali e i giudici potevano liberamente disporre solo del loro patrimonio personale. A difesa della persona del giudice, era posto un corpo di guardia kita de buiakedos comandata da un maiore.
I Giudicati erano divisi in curatorìe ( che rappresentavano un unità elettorale e amministrativo- giudiziaria formata da un insieme di centri abitati) al capo delle quali troviamo i curatori, nominati dal Giudice e dotati di autorità fiscale e giudiziaria. I curatori, erano più spesso scelti tra imaiorales del regno, ossia fra la classe di liberi ricchi. Anche i villaggi (ville) avevano un ufficiale , il maiore de villa, nominato dal curatore, che si avvaleva della collaborazione di uomini liberi del villaggio in considerazione delle loro condizioni economiche, esperienza e qualità morali.
Per quanto riguarda gli insediamenti umani, possiamo dire che fin dalla tarda antichità il territorio sardo fu caratterizzato da un processo di ruralizzazione delle città e dalla presenza di una fitta e articolata rete di piccoli insediamenti . Questa organizzazione è stata definita come "sistema domus", ossia un articolato sistema di proprietà signorili, fondato su piccole o grandi aziende agricole specializzate a base servile. Gli abitanti di questi nuclei demici producevano probabilmente solo lo stretto necessario per a loro alimentazione integrando i prodotti della terra con l'allevamento, e quanto veniva prodotto in eccesso veniva investito nella costruzione di edifici pubblici, sopratutto chiese.
L'amministrazione della giustizia era affidata per le cause più importanti al Giudice, assistito dalla Corona de Logu, che oltre alla funzione di Assemblea del regno, aveva anche il ruolo di tribunale; in prima istanza i processi erano presieduti dal curatore, e gli aspetti procedurali e lo svolgimento dei processi ci vengono dettagliatamente documentai nel condaghes. Il condaghe era un codice nel quale venivano registrate , per lo più in lingua sardo volgare, transazioni di carattere patrimoniale, vendite, acquisti, permute, ripartizioni di servi e ancelle, liti giudiziarie e altre cause, e documentano nel dettaglio la gestione dei beni degli enti religiosi , in particolare dei monasteri. La testimonianza dei condaghe aveva valore di prova quando se ne chiedeva l'esposizione durante il processo. Pur nella loro brevità le schede dei condaghe forniscono un immagine molto viva della società sarda tra il XI e il XIII secolo e sono una fonte ricca di informazioni sui rapporti tra i diversi gruppi sociali. Le norme del diritto vennero poi fissate in Carte de Logu , dove il termine logu stava ad indicare il territorio del Giudicato. Ci sono pervenuti frammenti di una carta de Logu dei primi del trecento e il testo completo della Carta de Logu di arborea, che i catalano-aragonesi nel 1421 estesero a tutto il regno di Sardegna e che rimase in vigore sotto gli spagnoli e formalmente sotto i Piemontesi finché non fu sostituita da Carlo Felice nel 1827.
La diffusione capillare dei movimenti monastici benedettini in Sardegna ha inizio nella seconda metà del XI secolo. Dopo un lungo periodo di disinteresse, il papato vuole riaffermare il controllo spirituale sull'isola, tradizionalmente orbitante nella sfera di influenza della chiesa Bizantina. La penetrazione monastica in Sardegna diventa uno degli strumenti più efficaci per inserire l'isola nella cristianità latina e venne largamente incoraggiata dalla Santa Sede. Già nel 1063 i giudice Barisone I di Torres chiedeva a Desiderio, abate a Montecassino, che i monaci benedettini si insediassero nelle vicinanze di Ardara, allora capitale del Regno. Nel 1066 anche il Giudice di Cagliari donava ai Cassinesi chiese e terreni, ponendo come condizione che l'abate Desiderio inviasse nel suo Giudicato un monaco. Alla fine del XII secolo giunsero nell'isola i Vittorini provenienti dall'abazia benedettina di San Vittore di Marsiglia, che in virtù della donazione del Giudice di Calàri prendevano possesso nel 1089 della chiesa di San Saturnino, impegnandosi a fondare un monastero.
Nel 1147 Gonario di Torres, dopo un viaggio a Gerusalemme, fondò l'abbazia di Cabbubas (Sindia) favorendo la penetrazione nel regno di Torres dei monaci Cistercensi ai quali la chiesa veniva affidata. L'ordine Cistercense ebbe in Sardegna altri monasteri, la maggior parte dei quali nel giudicato di Torres. Secondo gli studiosi, lo straordinario patrimonio terriero e zootecnico messo a disposizione dei monaci rendono plausibile l'ipotesi che il Giudice si aspettasse da loro un importante contributo per il miglioramento dell'intero comparto agro-pastorale del Giudicato, magari anche attraverso l'introduzione di strumenti e tecniche di coltivazione più moderni. Queste aspettative erano ,in realtà, le stesse riposte da tutti i giudici negli ordini benedettini, e i monaci introdussero in questo modo nuovi metodi di coltivazione di allegamento e irrigazione.
Il regno giudicale di Arborea fu forse l'ultimo a conoscere il fenomeno monastico, che si manifestò solo agli inizi del secondo decennio del secolo XII, quando il Giudice fondò il monastero di Santa Maria a Bonarcado, e lo affiliava a quello di San Zenone di Pisa sotto l'ordine dei Camaldolesi. Gli abati inviati dovevano essere persone gradite al giudice, segno che esso veniva considerato unmonastero palatino , oggetto di continue e importanti donazioni da parte dei Giudici. Fu memorabile infatti per la storia del giudicato la consacrazione della chiesa, ufficializzata dall'arcivescovo di Pisa nel 1146 con la presenza di alcuni arcivescovi sardi ed è l unico caso di compresenza di tutti e quattro i Giudici. Da tutte queste donazioni, ma sopratutto di quella del giudice Torchitorio di Calàri a favore dell'opera di San Lorenzo di Genova nel 1107, con la quale i genovesi venivano esentati dal pagamento di ogni tributo nel suo giudicato e con la quale l'opera entrava in possesso di tre donnicalie (proprietà vaste), si evince che dietro le concessioni agli enti ecclesiastici delle due repubbliche marinare vi erano motivazioni di carattere politico, e Pisa e Genova si avvalevano dell'Opera delle loro cattedrali per affermare il loro potere in Sardegna, mentre i sovrani sardi cercavano di mantenere la propria autonomia attraverso una politica di equilibrio che faceva si che si appoggiassero alternativamente a una o all'altra potenza. Quindi la presenza nell'isola di congregazioni monastiche si rivelò uno strumento per far si che la Sardegna e la sua chiesa non restassero isolate dai movimenti religiosi e dai fermenti spirituali , culturali ed artistici che che vivacizzarono la cristianità medievale del XII secolo. Le donazioni dei giudici erano però ovviamente condizionate dall'invio nei rispettivi regni di monaci al quale era affidato non solo il compito di amministrare chiese e monasteri, ma anche di edificare, ed è quindi a questi monaci che si deve l'incremento della attività edilizia in Sardegna.
La penuria di fonti che caratterizza il medioevo sardo non ci permette di quantificare i livelli di alfabetizzazione dell'isola e non possediamo notizie in merito alla esistenza di una struttura scolastica di base prima del Mille. Pare però che una fascia di alfabetizzati sia costantemente esistita: e costituita in gran parte da ecclesiastici e da individui appartenerti alla classe dirigente laica, residenti nei centri urbani sorti lungo le coste già in età fenicio-punica. Le strutture scolastiche che l'efficienza amministrativa romana aveva creato anche nelle maggiori città di provincia dovettero continuare a sopravvivere all'inizio del VI secolo, quando una buona percentuale della popolazione urbana era ancora in grado di leggere e/o scrivere forse non soltanto a livello elitario. Intorno al Mille il panorama culturale sardo era per ceratamene mutato e solo pochi erano in grado di leggere e scrivere anche ei ceti più elevati. Un qualche miglioramento di registra però a partire dalla seconda metà del XI secolo, con l'arrivo degli ordini monastici e delle correnti mercantili provenienti da Pisa e Genova. I documenti dimostrano che per lungo tempo erano gli ecclesiastici i principali depositari del sapere e della cultura scritta ed erano proprio loro che si occupavano della redazione dei documenti e rispondevano in prima persona alle esigente delle nascenti cancellerie giudicali. Questi religiosi avevano presumibilmente appreso l'uso della scrittura in una scuola locale, forse parrocchiale, nella quale un prete o lo schoasticus, insegnava ai fanciulli, laici o chierici, l lettura e quanto serviva all'esercizio all'altare. I monaci insediati in Sardegna diedero quindi vita a fondazioni monastiche , annesse alle quali possiamo ipotizzare l'esistenza di scuole, dove i religiosi e forse anche lici appartenenti alle classi più elevate della società giudicale, apprendevano a leggere e a scrivere. L'esame di alcuni inventari di chiese e monasteri e gli atti di donazione a favore di essi ci documentano sul patrimonio librario di alcune biblioteche monastiche. Da queste fonti apprendiamo che il monastero di San Nicolò di Trulllas era dotato di libri già dalla sua nascita: biblioteca non ricca ovviamente, ma era certamente fornita dei testi necessari per la cultura religiosa dei monaci, per l'officio liturgico e per le pratiche devozionali. In nessuna delle biblioteche monastiche o ecclesiastiche esaminate figurano opere di autori classici , latini o greci. Questa realtà non desta meraviglia se ricostruiamo la situazione culturale dell'isola nei secoli XI- XIII : era infatti caratterizzata da un analfabetismo diffuso tra i laici anche di rango elevato e dove per lungo tempo vi furono ecclesiastici, essi erano gli unici depositari del sapere e della cultura scritta. In una realtà culturale e grafica come quella sarda , dove, escluse alcune scuole annesse ai monasteri, sembrerebbe totalmente assente una struttura scolastica di base e nella quale, predomina la lingua volgare su quella latina, non potevano certamente trovare spazio i classici.
Il panorama culturale sardo andò però migliorando nel corso del Trecento, quando nei maggiori centri dell'isola sorsero strutture scolastiche gestite anche da laici e non più solo da religiosi, e