Documento dall'Università degli Studi di Milano-Bicocca su Sándor Ferenczi «educatore», eredità pedagogica e sensibilità clinica. Il Pdf, utile per lo studio della Psicologia a livello universitario, esplora l'adultomorfismo del bambino abusato e l'antica sapienza infantile, con riferimenti al "Diario clinico" e al setting pedagogico dello spazio terapeutico.
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Pedagogia generale ii (Università degli Studi di Milano-Bicocca) Studocu non è sponsorizzato o supportato da nessuna università o ateneo. Scaricato da Antonella Butticè (buttice19@gmail.com)Stefania Ulivieri Stiozzi
Ferenczi educatore? Uno dei grandi psicoanalisti della prima generazione, allievo tra i più brillanti di Freud. Il pensiero di Ferenczi fu, allora, un pensiero giudicato, al limite. Troppo audace e troppo vitale per non essere criticato e guardato con sospetto anche dallo stesso Freud, il quale prenderà le distanze dal suo stesso allievo e ne condannerà la temerarietà clinica e la creatività teorica.
Ferenczi fu un grande riformatore e la sua opera è gravida di elementi educativi che si colgono dalla tensione utopica del suo pensiero. La sua opera permette di leggere in controluce il rapporto tra psicoanalisi ed educazione, proprio nel momento sorgivo. La teoria psicoanalitica che si costituirà come una delle grandi rivoluzioni culturali del Novecento, trova nell'opera di Ferenczi, un apparentamento stretto con i temi dell'educazione, quasi un processo di filiazione.
Il viaggio che egli intraprese all'interno della mente del curante è un'interessante esplorazione dei confini della relazione, alla ricerca di quelle interferenze emotive e di quello memorie impensate che, spesso, la rendono terreno di sofferenza, di inciampo e di pericolose trappole.
Ferenczi non era adatto e adattato alla sua epoca e nel momento in cui la psicoanalisi cominciava a dotarsi di un assetto teorico e tecnico, cercando di conquistarsi una visibilità nel panorama scientifico dell'Europa dei primi del '900, lui già ne presagiva le storture, le incongruenze, le sottili violenze che ne agitavano il cuore di scienza giovane. Attraverso la sua opera sono rintracciabili le piste interrotte ed emerge una teoria della formazione nell'impianto freudiano di cui Ferenczi coglie i limiti oltre all'enorme portato rivoluzionario.
Egli avvia un'operazione critica e de-costruttiva della teoria freudiana, per esaltarne il potenziale terapeutico: la sua aderenza alla matrice esperienziale del processo di cura gli consentono di disegnare i tratti di una nuova educazione, sganciata dall'impianto morale dell'educazione corrente del suo 1 This document is available free of charge on studocu Scaricato da Antonella Butticè (buttice19@gmail.com)tempo e vivificata da un sapere relazionale che esalta la cifra vitale dell'uomo e il suo progetto d'illuminazione.
Se Sigmund Freud è stato il padre della psicoanalisi, Ferenczi ne fu la madre. Nell'opera di Ferenczi la cura analitica è una grande esperienza di scoperta, un'avventura che non ha paura di sporgersi davvero oltre i confini del comprensibile e del sopportabile. Il dolore gravissimo che i suoi pazienti portano in analisi, definiti da Freud "intrattabili", obbligano Ferenczi a smontare, sul nascere, una tecnica che si voleva neutrale, per sporgersi su movimenti relazionali e metodi di intervento sperimentali, che trasformano la stanza dell'analisi in un teatro dove il dolore radicale viene rianimato e rimesso in scena per essere rivisitato e finalmente legittimato.
Per Ferenczi, il percorso psicoanalitico non può essere inteso come un percorso di crescita e consapevolezza cognitiva. In più saggi della sua opera egli avvia una critica alla convinzione freudiana che l'aumento di conoscenza psicoanalitica sia direttamente proporzionale all'arricchimento della valenza terapeutica della psicoanalisi. La fase esperienziale di ogni buona terapia è quella che vede la messa in atto di una tecnica che egli definisce pedagogica e che consiste nel mettere direttamente al servizio della terapia il sapere acquisito fino a questo momento e, su questa base, a provocare senz'altro i vissuti corrispondenti. Questo tipo di terapia si avvicina per certi versi a una tecnica pedagogica, dato che anche l'educazione, non fosse che per il rapporto affettivo con l'educatore, si basa molto di più sul vissuto che sulla spiegazione.
Ferenczi fa entrare il corpo sulla scena dell'analisi; è il corpo che manifestando il dolore del vissuto attraverso il suo linguaggio sintomatico può integrare una nuova qualità dell'esperienza di sé. Il corpo è un altro dei grandi protagonisti della psicoanalisi ferencziana.
La dimensione di attraversamento dell'esperienza di cura è ciò che Ferenczi definisce come il quid pedagogico del suo stile terapeutico. Centrale è la vicinanza all'esperienza di dolore del paziente che lo allontana da una psicoanalisi come scienza della spiegazione e ancora di più dalla presunta neutralità della parola dell'analista che, a suo avviso, è sempre una parola densa di implicazioni.
Ferenczi desidera parlare al bambino tradito, all'infante traumatizzato che l'adulto porta sulla scena dell'analisi.
Il tentativo di Ferenczi è quello di meditare, attraverso una selezione di alcuni tasselli della sua opera, questioni importanti che si situano sulla soglia del rapporto tra psicoanalisi e pedagogia. La sua opera è un viaggio straordinario nelle viscere dell'infanzia, alla ricerca dello sguardo infante sul mondo. 2 Scaricato da Antonella Butticè (buttice19@gmail.com)Il suo invito al rispetto e al tatto, al lavoro sui propri affetti per ritrovare uno sguardo obliquo, meno diretto e invasivo, più capace di sentire, di volta in volta, nel rapporto, il prendere corpo di una "giusta distanza", sono delle provocazioni che non possono non interrogare chi si occupa quotidianamente di cura e di educazione. Non era consuetudine nell'entourage psicoanalitico guardare al medico dalla porta segreta delle sue debolezze. Ferenczi era un uomo di affetti profondi, attraversato da un pathos emotivo che non era così diffuso, almeno nella prima generazione degli psicoanalisti, e le sue parole provocavano imbarazzo, nel contesto della nascente psicoanalisi. Attraverso le sue pagine questa dottrina si mette a nudo, mostra il suo volto più umano di cura del dolore che affligge l'uomo.
Una delle questioni vive che ancora ricaviamo dalla lettura dei suoi scritti è una domanda radicale sulla superficialità del nostro tempo che sembra un territorio impoverito di gesti e testimonianze che alludano all'apprendimento di un modo di stare con gli altri più ricco e più intenso, invece che così poco implicato come oggi appare. La nostra epoca ha bisogno di mistero proprio perché camminare in prossimità dell'invisibile non è impresa facile. Se l'inconscio è una regione nascosta della psiche, l'invisibile è un registro esistenziale, è uno stile, un posizionamento in cui assumiamo consapevolmente la nostra posizione di comparse nel grande teatro della vita, per esaltare e non certo modificare, la nostra caducità.
La libertà intellettuale di Ferenczi si è espressa, più volte nel corso della sua vita, nella pratica del tradimento. Egli ha tradito la teoria tutte le volte che il confronto con la clinica e l'esperienza a contatto con il paziente lo richiedeva. Il tradire la teoria, serviva a rinnovarla, renderla un copione in grado di pensare il processo di cura nella sua concreta materialità. Diario clinico è un'opera densa di insegnamenti se è vero che solo chi tradisce può insegnare. Non poteva però essere considerata scientifica un'opera nella quale i pazienti vengono guardati con una tenerezza benevolente e come parti integranti del processo vitale, oltre che come malati in cura. Diario Clinico è un'opera auto- formativa straordinaria, dove Ferenczi da prova di cosa significhi un'introspezione sofferta che medita il perimetro di una scienza per trovare la propria parole originale e il proprio posizionamento etico. L'insensibilità dell'analista è il punto di partenza della grande traversata compiuta da Ferenczi con la scrittura di Diario clinico.
Questo è il proposito a cui si dispone Ferenczi nell'ultima fase della sua vita e della sua riflessione, un processo di allentamento delle difese per sperimentare sulla propria pelle la massima psicoanalitica per la quale l'io non è padrone in casa sua.
3 This document is available free of charge on studocu Scaricato da Antonella Butticè (buttice19@gmail.com)La sensibilità di Ferenczi per quanto ricca ed accogliente, non scivola lai nel sentimentalismo, o nell'empatismo: non si tratta di voler bene ma di ben- volere, ovvero di utilizzare la propria esperienza come cassa di risonanza vibrante del dolore del paziente. In questo senso la cura si fa dono e pratica dell'ospitalità il solo terreno su cui essa può fiorire. Egli oscillò nella sua pratica professionale tra queste due posizioni, ricercando nell'esperienza concreta il punto di equilibrio e sondandone la terapeuticità.
Il rischio che egli intravede in alcuni passaggi dell'opera freudiana è che il setting della cura in cui l'affetto è una dimensione proibita sia un dispositivo che ripropone in forma sublimata e socialmente accettata, il trauma che la società impone ai danni dell'individuo: infantilizzazione del paziente, potere della parola esperta, controllo sociale, sono i mali che la psicoanalisi pretende di curare ma che rischiano di inficiarla. Se lo stesso procedimento non viene applicato su se stessa.
La sua opera ci invita a riflettere sulla complessità del nostro vivere contemporaneo, dove l'angoscia dilagante che si respira, prende sempre di più le forme di una patologia collettiva che si affida alla tecnica come una panacea, la paura collettiva oggi viene strumentalizzata come una grande malattia sociale. La paura, tuttavia, sembra crescere proporzionalmente al distacco che ciascuno opera da sé quando convoca un'autorità e delega l'atto del scegliere.
L'esperto oggi, con il suo potere fantasmatico conferitogli dal ruolo, sembra prendere il posto di un Super-io vicario in una società disorientata e ripiegata su posizioni rinunciatarie. Questo atto di delega collettivamente incentivato destituisce di forza e di iniziativa quanti sono chiamati ad esercitare un ruolo di formazione delle nuove generazioni.
L'autorità sembra il grande problema della nostra epoca e questo la avvicina all'epoca in cui la psicoanalisi cominciava s fiorire. Solo che allora, l'autorità era un principio riconoscibile, l' effetto di un'organizzazione sociale che poneva in essere la nevrosi dei soggetti attraverso dispositivi educativi dichiarati. Oggi il clima che respiriamo è profondamente diverso: la fine della modernità ci ha condotti nell'epoca dell'evaporazione del padre di cui la contestazione del principio di autorità è uno dei sintomi più significativi.
Il complesso dei principi che consentono all'adulto di educare e di proteggere il giovane, è oggi, in serio pericolo.
Le forme cameratesche che assumono agli adulti oggi verso i giovani e i bambini esprimono una fatica a fare i conti con la propria autorità interna e sono l'altra faccia dell'autoritarismo che cova sotto le ceneri di un'aggressività 4 Scaricato da Antonella Butticè (buttice19@gmail.com)