Intercultura e guerre culturali: analisi di etnocentrismo e relativismo

Documento dal Politecnico di Milano su "Intercultura. E' possibile evitare le guerre culturali?", Mantovani. Il Pdf, un saggio di Psicologia a livello universitario, esplora etnocentrismo, relativismo e identità, con esempi come il velo islamico e le mutilazioni genitali femminili.

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21 pagine

"Intercultura. E' possibile evitare le
guerre culturali?", Mantovani
Psicologia Generale
Politecnico di Milano (POLIMI)
20 pag.
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INTERCULTURA di Giuseppe Mantovani 2004
E’ POSSIBILE EVITARE LE GUERRE CULTURALI?
Introduzione
Viandante, sono le tue orme il sentiero, e nient'altro; viandante, non c'è sentiero diventa sentiero l'andare. Antonio
Machado 1875-1939 (Caminante, son tus huellas el camino, y nada mas; caminante, no hay camino se hace camino el andar)
Cultura, culture, intercultura non sono tre realtà da mettere in connessione, ma una sola. Non si può parlare della
cultura e poi vedere che ci sono altre culture, la cultura è oggi immediatamente plurale anche nell'esperienza
quotidiana che ne facciamo con la presenza dei migranti, dei turisti, dei pellegrini e con la concreta presenza dei
simboli. Ci troviamo di fronte all'infausto dilemma etnocentrismo-relativismo: l'etnocentrismo presume una
superiorità che rinuncia a vedere l'altro e anche noi stessi; il relativismo si rassegna a subire ogni rivendicazione che
venga avanzata in nome della differenza; sono entrambe risposte inadeguate alle sfide del mondo in cui viviamo. La
concezione che proponiamo concepisce invece la cultura come spazio di scambio, come vedere noi in mezzo a loro e
loro in mezzo a noi. La cultura è una costruzione narrativa condivisa, contestata e negoziata, un sistema di
mediazione, un corpus di artefatti, un insieme di risorse disponibili per l'azione. Attraverso i dati presentati vedremo
che le influenze non vanno solo dal centro, cioè dal primo mondo, alla periferia (secondo e terzo mondo), ma anche
nella direzione opposta e che molti percorsi collegano aree del secondo e terzo mondo senza passare per il primo
che non è sempre così centrale come ci aspetteremmo. La psicologia culturale ha contribuito attraverso concetti di
mediazione, artefatti, identità, categorizzazione, metafore e attraverso la più recente costruzione di senso per
l'esperienza quotidiana, le comunità di pratiche, analisi del discorso e della narrazione, conversazione come attività
collaborativa quotidiana. Se la cultura è una narrazione condivisa, contestata e negoziata, la psicologia culturale ha
un promettente futuro a patto che la ricerca psicologica presti attenzione alle altre discipline: antropologia culturale
e antropologia linguistica, sociologia, geografia umana, scienze politiche, storia delle istituzioni e storia delle
religioni, storia tout court. Non potremmo comprendere la nostra cultura e quella degli altri se non ne conoscessimo
la storia, se ignorassimo l'esistenza degli strascichi del colonialismo, eccetera. La seconda condizione è che la
psicologia deve fare un discorso etico e politico: le questioni interculturali ci costringono a prendere posizione su
questioni specifiche che si presentano in contesti sempre storicamente definiti, pensiamo a questioni come il caso
Rushdie o il divieto francese del velo islamico a scuola o alle mutilazioni dei genitali femminili. La prima parte del
libro introduce a una visione policentrica dei processi di globalizzazione, espone le ragioni per cui le culture non
possono essere viste come mondi chiusi e omogenei, discute il ritorno all’etnocentrismo dei modelli occidentali. La
seconda parte presenta concetti della psicologia culturale quali la mediazione, gli artefatti e la categorizzazione,
viene illustrato l'uso delle metafore ed evidenziato il fatto che le differenze culturali marcano non solo i mondi
cognitivi ma anche le emozioni. D'altra parte si evidenzia che le persone non appartengono a una sola comunità ma
usano sistemi mobili di identificazione che permettono di passare da un gruppo all'altro di appartenenza. Si sta
formando un mondo interculturale e dobbiamo educare ed educarci al rispetto, con grande sforzo etico e
conoscitivo, occorrerà inventare pratiche efficaci per collaborare nella vita quotidiana.
Cultura e identità
Cultura è diventato sinonimo di identità ma ora i gruppi che si formano intorno a questi marcatori di identità
chiedono allo Stato e alle sue agenzie riconoscimento legale e assegnazione di riserve per preservare e proteggere le
loro specificità culturali. Le politiche dell'identità trascinano lo Stato in guerre culturali.
1. NARRAZIONI CONTESTATE
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Anteprima

Introduzione all'Intercultura

Viandante, sono le tue orme il sentiero, e nient'altro; viandante, non c'è sentiero diventa sentiero l'andare. Antonio Machado 1875-1939 (Caminante, son tus huellas el camino, y nada mas; caminante, no hay camino se hace camino el andar) Cultura, culture, intercultura non sono tre realtà da mettere in connessione, ma una sola. Non si può parlare della cultura e poi vedere che ci sono altre culture, la cultura è oggi immediatamente plurale anche nell'esperienza quotidiana che ne facciamo con la presenza dei migranti, dei turisti, dei pellegrini e con la concreta presenza dei simboli. Ci troviamo di fronte all'infausto dilemma etnocentrismo-relativismo: l'etnocentrismo presume una superiorità che rinuncia a vedere l'altro e anche noi stessi; il relativismo si rassegna a subire ogni rivendicazione che venga avanzata in nome della differenza; sono entrambe risposte inadeguate alle sfide del mondo in cui viviamo. La concezione che proponiamo concepisce invece la cultura come spazio di scambio, come vedere noi in mezzo a loro e loro in mezzo a noi. La cultura è una costruzione narrativa condivisa, contestata e negoziata, un sistema di mediazione, un corpus di artefatti, un insieme di risorse disponibili per l'azione. Attraverso i dati presentati vedremo che le influenze non vanno solo dal centro, cioè dal primo mondo, alla periferia (secondo e terzo mondo), ma anche nella direzione opposta e che molti percorsi collegano aree del secondo e terzo mondo senza passare per il primo che non è sempre così centrale come ci aspetteremmo. La psicologia culturale ha contribuito attraverso concetti di mediazione, artefatti, identità, categorizzazione, metafore e attraverso la più recente costruzione di senso per l'esperienza quotidiana, le comunità di pratiche, analisi del discorso e della narrazione, conversazione come attività collaborativa quotidiana. Se la cultura è una narrazione condivisa, contestata e negoziata, la psicologia culturale ha un promettente futuro a patto che la ricerca psicologica presti attenzione alle altre discipline: antropologia culturale e antropologia linguistica, sociologia, geografia umana, scienze politiche, storia delle istituzioni e storia delle religioni, storia tout court. Non potremmo comprendere la nostra cultura e quella degli altri se non ne conoscessimo la storia, se ignorassimo l'esistenza degli strascichi del colonialismo, eccetera. La seconda condizione è che la psicologia deve fare un discorso etico e politico: le questioni interculturali ci costringono a prendere posizione su questioni specifiche che si presentano in contesti sempre storicamente definiti, pensiamo a questioni come il caso Rushdie o il divieto francese del velo islamico a scuola o alle mutilazioni dei genitali femminili. La prima parte del libro introduce a una visione policentrica dei processi di globalizzazione, espone le ragioni per cui le culture non possono essere viste come mondi chiusi e omogenei, discute il ritorno all'etnocentrismo dei modelli occidentali. La seconda parte presenta concetti della psicologia culturale quali la mediazione, gli artefatti e la categorizzazione, viene illustrato l'uso delle metafore ed evidenziato il fatto che le differenze culturali marcano non solo i mondi cognitivi ma anche le emozioni. D'altra parte si evidenzia che le persone non appartengono a una sola comunità ma usano sistemi mobili di identificazione che permettono di passare da un gruppo all'altro di appartenenza. Si sta formando un mondo interculturale e dobbiamo educare ed educarci al rispetto, con grande sforzo etico e conoscitivo, occorrerà inventare pratiche efficaci per collaborare nella vita quotidiana.

Cultura e Identità

Cultura è diventato sinonimo di identità ma ora i gruppi che si formano intorno a questi marcatori di identità chiedono allo Stato e alle sue agenzie riconoscimento legale e assegnazione di riserve per preservare e proteggere le loro specificità culturali. Le politiche dell'identità trascinano lo Stato in guerre culturali.

NARRAZIONI CONTESTATE

1 Document shared on https://www.docsity.com/it/intercultura-e-possibile-evitare-le-guerre-culturali-mantovani-7/10685525/ Downloaded by: Falixmen (falixmen@gmail.com)"Basic Instinct" nel centro Africa Il sociologo inglese Anthony Giddens racconta di un'amica che doveva svolgere una ricerca sul campo in un villaggio dell'Africa centrale. Arrivata sul posto viene invitata a trascorrere la serata con le persone del villaggio e si trova alla proiezione su videocassetta di Basic Instinct, film che non era ancora uscito nelle sale di Londra. Vedere un film americano non ancora uscito a Londra presuppone di avere risorse particolari (diaspore africane con membri che fanno da spola tra Paris, Dakar e villaggio), certo non rientra negli stereotipi sulla vita di villaggio in Africa. Prendiamo questo episodio come un esempio dei cambiamenti che vanno sotto il nome di globalizzazione, processi non omogenei nei differenti contesti in cui si realizzano. Il risultato di questi cambiamenti rendono di scarsa utilità le generalizzazioni delle scienze sociali (parlare di bambino in generale non ha senso se un bambino può essere meninos de rua di una favela brasiliana o un soldato nelle bande armate della Sierra Leone) e per via della crescente imprevedibilità delle esperienze che le persone fanno non abbiamo repertori interpretativi che ci aiutino a capire ciò che sta accadendo intorno a noi e dentro di noi. L'esperienza delle persone nel mondo globale è più estesa, più ricca e più diversificata che in precedenza, ma nello stesso tempo è più povera di riferimenti, disorientata e confusa. Si riduce la capacità di comprendere quanto sta accadendo intorno a noi e si restringe lo spazio della responsabilità morale e dell'azione politica. La corrente principale della ricerca psicologica segue il modello delle scienze naturali effettuando ricerca nei laboratori, cosa in se positiva, ma che non aiuta nel nostro caso poiché la globalizzazione non entra nei laboratori. Il filone della ricerca invece che si è occupato delle differenze culturali si è scisso in ricerca cross- cultural studiando le differenze culturali ma non cogliendo gli scambi, le ibridazioni e le negoziazioni della globalizzazione; e in psicologia culturale, che si occupa della cultura ma ha dedicato la propria attenzione all'educazione e poco alla globalizzazione. I suoi metodi di indagine qualitativa sono preziosi per comprendere i processi sociali in gioco nella globalizzazione (capitoli 5,6,7).

Differenze e Uguaglianza nella Globalizzazione

Nella globalizzazione coesistono due movimenti complementari: il primo va dal centro alla periferia, l'altro, meno celebrato dai media, va dalla periferia al centro. La più evidente manifestazione del 2° è nei movimenti migratori di massa diretta verso i paesi del primo mondo. I due movimenti si incontrano in molti punti del loro percorso: i luoghi e i momenti in cui globale e locale interagiscono sono quelli in cui si realizzano le pratiche interculturali a cui il libro è dedicato. Il primo obiettivo di questo volume è legato al primo movimento, poiché i modi di vita e i valori occidentali sembrano imporsi con la forza del denaro, delle tecnologie e dei media ai popoli di tutto il mondo e diventa necessario valorizzare le differenze tra le forme di vita, che chiameremo culture, per evitare che siano tutte omologate sotto un presunto modello vincente. Gli standard occidentali, anche se imposti da istituzioni come la Banca mondiale, non sono gli unici di cui si debba tenere conto. Il secondo obiettivo riguarda il movimento dalla periferia al centro: quando la periferia si installa e trasforma il centro con la sua presenza nascono problemi di riconoscimento delle identità specifiche dei gruppi, delle tradizioni e delle culture altre. Le richieste di riconoscimento delle culture altre hanno incontrato politiche pubbliche molto differenziate: da un lato il multiculturalismo a mosaico o multiculturalismo duro che favorisce lo sviluppo separato delle varie comunità, dall'altro la posizione intransigente delle autorità pubbliche come in Francia e Germania che riconoscono diritti alle persone ma non ai gruppi (che stanno rivelando i propri limiti). Il problema più grave è legato al conflitto che sorge tra eguaglianza dei diritti e diversità di tradizioni in materia di diritti delle donne, bambini, matrimonio, educazione. Per esempio la condanna irrisoria ottenuta negli Stati Uniti da una donna di origine giapponese che aveva ucciso due figli e tentato il suicidio perché tradita dal marito ottenuta affermando che ciò era previsto dalla sua cultura di origine come forma di protesta. Questo genere di conflitti ci consiglia di evitare un'eccessiva esaltazione delle differenze per evitare di sacrificare i diritti dei cittadini o degli ospiti più deboli dei paesi occidentali quali donne, bambini, poveri, emarginati, apostati (rinnegati).

Le Culture non sono Compatte

2 Document shared on https://www.docsity.com/it/intercultura-e-possibile-evitare-le-guerre-culturali-mantovani-7/10685525/ Downloaded by: Falixmen (falixmen@gmail.com)Diritti ai gruppi o alle persone? Sacrificare le antiche tradizioni o rinunciare ai diritti delle persone? In realtà non esistono culture chiuse in se stesse perché le culture sono sistemi porosi, spazi di scambi, sistemi di risorse disponibili agli attori sociali per la loro interazione con l'ambiente. Sono risorse per la mediazione che consistono di artefatti, sia oggetti che idee: norme, valori, criteri per distinguere il bene dal male, per scegliere chi sposare, che cibo mangiare, che università frequentare. La psicologia culturale ha introdotto teorie (della mediazione, dell'azione situata, della conoscenza distribuita) e metodologie di indagine (analisi del discorso, analisi della narrazione, della conversazione, dei gesti, dei segni e dell'immagine) che permettono di comprendere la diversità delle società umane senza trasformarle in sistemi chiusi. La concezione narrativa della cultura proposta da Seyla Benhabib distingue tra osservatore sociale e agente sociale: l'osservatore sociale (l'antropologo, un narratore, un linguista) è quello che impone unità e coerenza alla cultura come entità osservata, ha una visione che viene dal di fuori e che genera coerenza a fini di comprensione e di controllo; l'agente sociale invece è chi partecipa ed esperimenta una cultura dall'interno attraverso tradizioni, riti, storie, rituali e simboli, resoconti narrativi condivisi che sono anche contestati e contestabili. Dall'interno una cultura non è compatta ma piuttosto è un orizzonte che si allontana man mano che ci si avvicina. A una visione statica subentra una concezione dinamica, situata, sociale che coglie processi di negoziazione. Un esempio di negoziazione è la nascita della sati, rogo rituale delle vedove indù che da pratica marginale diviene di centrale importanza, che è una produzione narrativa negoziata tra i dominatori coloniali (che la disgustavano, volevano metterla fuori legge ma nel timore che potessero nascere disordini promossero delle ricerche per capire se c'era una giustificazione religiosa alla base di questo rito) e le élite politico religiose locali. Gli amministratori coloniali inglesi distinguevano tra pratiche religiose, intoccabili, e pratiche culturali considerate controllabili dall'autorità e applicavano la stessa logica nell'interpretare la sati creando in questo modo antiche tradizioni attraverso atti con cui pensavano di scoprirle. L'attività narrativa è sempre all'opera nei processi di costruzione delle identità.

Scambi tra Periferie e Centri

Non soltanto centro e periferia Esistono importanti scambi tra le periferie che non passano attraverso il centro, o meglio che affluiscono da molti centri verso molte periferie e viceversa, di cui un esempio brillante è fornito da Larkin che si reca in Nigeria dando per scontata la presenza dominante di film occidentali. Al suo arrivo a Kano, capitale della Nigeria settentrionale, trova una massiccia diffusione dei film indiani. Non è Hollywood ma la sua trasposizione a Bombay, Bollywood a turbare la morale a Kano. Il film indiani offrono l'occasione per immaginare tradizioni diverse dalle loro, storie d'amore attraverso le quali esplorare i limiti dell'atteggiamento ufficiale verso l'amore la sessualità. In molti casi l'influenza diretta dei modelli occidentali è sopravvalutata a causa di una sorta di narcisismo europeo invertito, altro esempio è dato dai cinesi di Hong Kong e Taiwan che sono i più attivi agenti di cambiamento nella società cinese. L'intercultura è riconoscere le culture, le appartenenze, l'identità, ma sempre avendo chiaro che esse non sono realtà omogenee bensì spazi di scambio, risorse per l'azione, narrazioni condivise e contestate. Se ci definiamo italiani, europei, o cristiani, vediamo che queste etichette circoscrivono uno spazio in cui si trovano più differenze che omogeneità, la presunta identità comune si scompone immediatamente in appartenenze politiche, professionali, sensibilità di genere, generazione, territorio, famiglia, educazione eccetera. Cosa vuol dire essere europei? Gli stereotipi che non usiamo per definire la nostra cultura sembrano invece andar bene per definire le altre. Baumann, antropologo immigrato in Gran Bretagna trovava che nel regno unito si parlasse di africani tribalizzandoli, facendo riferimento all'essere masai o kikuyu mentre il suo slogan era "un minatore africano è un minatore". Tuttavia in Gran Bretagna il riduzionismo etnico sembrava regnare sovrano e la maggior parte degli studi accademici lo confermavano, sembrava che la responsabilità personale non esistesse e la cultura fosse un bozzolo che imprigionava le persone con forza irresistibile. Un altro effetto del riduzionismo etnico è la costruzione di steccati, di confini tra culture che tengono intrappolati i figli degli immigrati asiatici che non vengono considerati né inglesi né asiatici ma sospesi in un limbo poiché non posseggono la purezza etnica, religiosa e culturale da renderli veri inglesi o veri asiatici. Ciò erige barriere che non hanno alcuna giustificazione.

PARTE PRIMA

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