Storia dell'Arte 2: evoluzione della street art e artisti chiave

Documento dall'Accademia del Lusso su Storia dell'Arte 2. Il Pdf esplora l'evoluzione della street art, dal graffitismo alle sue manifestazioni contemporanee, con approfondimenti su artisti come Clet Abraham, Jean-Michel Basquiat e Banksy, utile per lo studio universitario di Arte.

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Storia dell’Arte 2
Chiara Canali
Lezione 10
Introduzione
Per capire in che modo si è arrivati alla radicale trasformazione del nostro paesaggio urbano
da parte di quel movimento che è stato chiamato, di volta in volta, graffitismo, writing,
aerosol art, o in ultima analisi, semplicemente, street artarte di strada (poiché dalla
strada, e da chi vive e si muove sulla strada, di notte e di giorno, essa scaturisce) dobbiamo
partire dall’architettura urbana e dagli obbrobri avvenuti in questi ultimi quarant’anni, sulla
scena, non solo artistica.
Un’architettura urbana che si è dispiegata intorno a noi con i suoi palazzi, negozi e
capannoni già fatalmente destinati, fin dal loro nascere, a un determinato uso - abitativo,
promiscuo, commerciale, e così via; un’architettura urbana col suo ferreo sistema di norme
e di regole non scritte, col suo sistema di convenzioni, di burocrazie, di rigidità e di obbrobri
estetici un lampione, un cartello stradale, una rotonda e un’insegna pubblicitaria o
commerciale. Un’architettura urbana edificata con indifferenza alla qualità estetica e alla
vivibilità da chi quotidianamente ne pianifica grattacieli, palazzi e centri commerciali, o di chi
può, burocraticamente, garantire permessi a chi ha pagato la regolare tassa per ricoprirla di
cartelloni pubblicitari.
Così scriveva Alessandro Riva nel suo testo introduttivo alla mostra “Street Art Sweet
Art” (Skira, Milano 2007): “Dalla città, dunque, e dalla gabbia urbana fatalmente e
rapidamente mutata, dobbiamo ripartire per capire com’è avvenuta quella straordinaria
rivoluzione estetica che ha cambiato il nostro modo di vedere il mondo e le cose del mondo;
dalla città, considerata un tempo, all’alba della modernità, il simbolo di un liberatorio caos,
la città come il luogo dove “succede sempre qualcosa”, la città come simbolo innanzitutto di
libertà al punto che, ben prima dell’avvento della modernità, la città era identificata con
l’idea stessa della libertà, sia interiore che reale. Dalla città, un tempo considerata non “un
luogo qualsiasi, ma “il” luogo per antonomasia, quello dal quale l’artista poteva trarre
liberamente ispirazione per il proprio lavoro: pensiamo, per tornare alla prima, grande
avanguardia italiana - il Futurismo - alle parole con cui Marinetti salutava, nel Primo
Manifesto del Futurismo (quello pubblicato su Le Figaro nel 1909) l’atmosfera urbana e,
ancora, un anno più tardi, nel Manifesto dei pittori futuristi: “possiamo noi rimanere
insensibili alla frenetica attività delle grandi capitali, alla psicologia nuovissima del
nottambulismo, alle figure febbrili del viveur, della cocotte, dell’apache e dell’alcolizzato?”
(ma qualche decennio prima, non diversamente, Charles Baudelaire, il “poeta della vita
moderna” per eccellenza, cantava “lo spettacolo… delle migliaia di esistenze fluttuanti che
circolano nei sotterranei di una città, delinquenti e mantenute”).
La città, dunque, abitata di notte, vissuta poeticamente dalle figure non convenzionali “del
viveur, della cocotte, dell’apache e dell’alcolizzato”, la città come luogo di una vita non
programmata e non condizionata dai ritmi produttivi del lavoro, della mercificazione, del
denaro, era, fino al tempo della costruzione della modernità, il luogo di un approccio non
convenzionale all’esistenza: simbolo di un’istanza di libertà che avrebbe segnato l’arte, la
letteratura, il cinema dei decenni a venire.
Ma la città, entità oggi che ci sembra fatalmente ostile, nella quale non sappiamo p
riconoscerci né sappiamo ricondurre a modello positivo per il nostro futuro, in questi
cent’anni dall’avvento del Futurismo a oggi è fatalmente e inesorabilmente cambiata.
Non più caratterizzata da uno sviluppo pur contraddittorio ma tutto sommato congruente e
organico, ma da uno sviluppo cronicamente disordinato, frammentario, fatto di continui
strappi e di ricuciture, all’interno di orrori architettonici sempre malamente tollerati, di
ridefinizioni nell’utilizzo degli stessi immobili (ridefinizione di vecchie fabbriche, di periferie
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malandate dopo nemmeno vent’anni dalla loro costruzione, di edifici pubblici mai terminati,
di grandi magazzini riconvertiti, e così via); insomma uno sviluppo che vive perennemente
sull’alienazione del senso e sul frammento, sulla confusione dei codici e sulla
decontestualizzazione, sulla riconversione e sulla ridefinizione degli stili e degli utilizzi”.
CLET ABRAHAM
Clet Abraham è un artista bretone che vive in Italia da oltre vent’anni. Dopo aver studiato
presso l’Accademia di Belle Arti in Francia e aver frequentato anni di architettura a Roma,
Clet ha deciso di tornare sulla strada per animare i segnali stradali, così invadenti nelle
nostre città, raccontando le storie di piccoli omini ironici che interagiscono con le barre
bianche dei divieti di accesso o con le frecce dell’obbligo di direzione.
Come lui stesso afferma, ha scelto la segnaletica stradale perché “è l’unica forma d’arte
contemporanea che sia riuscita a imporsi con prepotenza nello spazio pubblico, ponendosi
sfacciatamente ovunque, anche accanto a opere dal grande valore estetico”.
I suoi stickers adesivi, applicati di notte, vogliono rendere i cartelli stradali divertenti e
intelligenti, opponendosi all’obbedienza cieca e sviluppando invece un profondo senso di
responsabilità. Clet dichiara “studio il cartello e le suggestioni che questo riesce a darmi.
L’omino del divieto d’accesso vuole rappresentare il sogno umano del liberarsi dagli obblighi.
Così come la strada senza uscita con l’uomo crocifisso raffigura il tema della fine e,
trasposto religiosamente, della morte”
Secondo la poetica dell’artista francese, lo spazio urbano deve farsi “reversibile”,
aggiungendo significati nuovi e insoliti a quelli originari, educando il fruitore a nuovi livelli di
lettura.
“L’Arte può solo costruire. Io cerco di rendere meno banali i segnali, sottolineandoli perché
così si ricordano. L’attenzione e la memoria sono la chiave per la sicurezza.”
Definizione di Graffiti Art o Writing
Il Graffitismo (così definito a livello giornalistico, termine quasi sempre rifiutato, tuttavia,
specie nella prima fase, dagli artisti che lo praticavano) o Graffiti Writing è una
manifestazione sociale, culturale e artistica diffusa in tutto il pianeta, basata sull'espressione
della propria creatività tramite interventi sul tessuto urbano. Correlata ad essa sono gli atti
dello scrivere il proprio nome d'arte (tag) diffondendolo come un logo.
Il fenomeno prende le mosse dalla pittura murale (murales - disegni su muro), e viene
spesso associato ad atti di vandalismo, poiché numerosi adepti utilizzano come supporti
espressivi mezzi pubblici o edifici di interesse storico e artistico.
Generalmente, il nocciolo di writer più vicini ad un serio lavoro di ricerca artistica
considerano tali attività deprecabili, dimostrando anche nella scelta del supporto per la
pittura una maggiore responsabilità e consapevolezza. Resta tuttavia una gran quantità di
adolescenti, chiamati nello slang sucker, poser, scarsi, scrausi, estimatori, rimastini e
quant'altro, che producono solamente trafile di tag, o al massimo throw ups (ovvero tag
più elaborate eseguibili in breve tempo) al fine di promuovere il loro nome.
L'obiettivo di ogni writer è raggiungere una certa fama all'interno della comunità Hip-Hop,
perciò è di fondamentale importanza una certa visibilità delle opere, sia essa ottenuta grazie
ad una presenza imponente di firme sul territorio, attraverso una serie di pezzi tutti identici
di semplice struttura (bombing) o attraverso una più ridotta quantità di evoluzioni
calligrafiche della propria tag. Generalmente il merito sta nel dare notorietà all'autore non
tanto per la sua prolificità quanto per le sue qualità stilistiche e tecniche, ed è comune
trovare tra ex-writer un certo numero di designer, pubblicitari free-lance o addirittura
progettisti.

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Anteprima

Introduzione alla Street Art e Architettura Urbana

ACCADEMIA DEL LUSSO Storia dell'Arte 2 Chiara Canali Lezione 10 Introduzione Per capire in che modo si è arrivati alla radicale trasformazione del nostro paesaggio urbano da parte di quel movimento che è stato chiamato, di volta in volta, graffitismo, writing, aerosol art, o in ultima analisi, semplicemente, street art - arte di strada (poiché dalla strada, e da chi vive e si muove sulla strada, di notte e di giorno, essa scaturisce) dobbiamo partire dall'architettura urbana e dagli obbrobri avvenuti in questi ultimi quarant'anni, sulla scena, non solo artistica.

Un'architettura urbana che si è dispiegata intorno a noi con i suoi palazzi, negozi e capannoni già fatalmente destinati, fin dal loro nascere, a un determinato uso - abitativo, promiscuo, commerciale, e così via; un'architettura urbana col suo ferreo sistema di norme e di regole non scritte, col suo sistema di convenzioni, di burocrazie, di rigidità e di obbrobri estetici - un lampione, un cartello stradale, una rotonda e un'insegna pubblicitaria o commerciale. Un'architettura urbana edificata con indifferenza alla qualità estetica e alla vivibilità da chi quotidianamente ne pianifica grattacieli, palazzi e centri commerciali, o di chi può, burocraticamente, garantire permessi a chi ha pagato la regolare tassa per ricoprirla di cartelloni pubblicitari.

Così scriveva Alessandro Riva nel suo testo introduttivo alla mostra "Street Art Sweet Art" (Skira, Milano 2007): "Dalla città, dunque, e dalla gabbia urbana fatalmente e rapidamente mutata, dobbiamo ripartire per capire com'è avvenuta quella straordinaria rivoluzione estetica che ha cambiato il nostro modo di vedere il mondo e le cose del mondo; dalla città, considerata un tempo, all'alba della modernità, il simbolo di un liberatorio caos, la città come il luogo dove "succede sempre qualcosa", la città come simbolo innanzitutto di libertà - al punto che, ben prima dell'avvento della modernità, la città era identificata con l'idea stessa della libertà, sia interiore che reale. Dalla città, un tempo considerata non "un" luogo qualsiasi, ma "il" luogo per antonomasia, quello dal quale l'artista poteva trarre liberamente ispirazione per il proprio lavoro: pensiamo, per tornare alla prima, grande avanguardia italiana - il Futurismo - alle parole con cui Marinetti salutava, nel Primo Manifesto del Futurismo (quello pubblicato su Le Figaro nel 1909) l'atmosfera urbana e, ancora, un anno più tardi, nel Manifesto dei pittori futuristi: "possiamo noi rimanere insensibili alla frenetica attività delle grandi capitali, alla psicologia nuovissima del nottambulismo, alle figure febbrili del viveur, della cocotte, dell'apache e dell'alcolizzato?" (ma qualche decennio prima, non diversamente, Charles Baudelaire, il "poeta della vita moderna" per eccellenza, cantava "lo spettacolo ... delle migliaia di esistenze fluttuanti che circolano nei sotterranei di una città, delinquenti e mantenute").

La città, dunque, abitata di notte, vissuta poeticamente dalle figure non convenzionali "del viveur, della cocotte, dell'apache e dell'alcolizzato", la città come luogo di una vita non programmata e non condizionata dai ritmi produttivi del lavoro, della mercificazione, del denaro, era, fino al tempo della costruzione della modernità, il luogo di un approccio non convenzionale all'esistenza: simbolo di un'istanza di libertà che avrebbe segnato l'arte, la letteratura, il cinema dei decenni a venire.

Ma la città, entità oggi che ci sembra fatalmente ostile, nella quale non sappiamo più riconoscerci ne sappiamo ricondurre a modello positivo per il nostro futuro, in questi cent'anni - dall'avvento del Futurismo a oggi - è fatalmente e inesorabilmente cambiata. Non più caratterizzata da uno sviluppo pur contraddittorio ma tutto sommato congruente e organico, ma da uno sviluppo cronicamente disordinato, frammentario, fatto di continui strappi e di ricuciture, all'interno di orrori architettonici sempre malamente tollerati, di ridefinizioni nell'utilizzo degli stessi immobili (ridefinizione di vecchie fabbriche, di periferie 1ACCADEMIA DEL LUSSO malandate dopo nemmeno vent'anni dalla loro costruzione, di edifici pubblici mai terminati, di grandi magazzini riconvertiti, e così via); insomma uno sviluppo che vive perennemente sull'alienazione del senso e sul frammento, sulla confusione dei codici e sulla decontestualizzazione, sulla riconversione e sulla ridefinizione degli stili e degli utilizzi".

Clet Abraham e la Segnaletica Stradale

L'artista bretone in Italia

CLET ABRAHAM Clet Abraham è un artista bretone che vive in Italia da oltre vent'anni. Dopo aver studiato presso l'Accademia di Belle Arti in Francia e aver frequentato anni di architettura a Roma, Clet ha deciso di tornare sulla strada per animare i segnali stradali, così invadenti nelle nostre città, raccontando le storie di piccoli omini ironici che interagiscono con le barre bianche dei divieti di accesso o con le frecce dell'obbligo di direzione.

La scelta della segnaletica stradale

Come lui stesso afferma, ha scelto la segnaletica stradale perché "è l'unica forma d'arte contemporanea che sia riuscita a imporsi con prepotenza nello spazio pubblico, ponendosi sfacciatamente ovunque, anche accanto a opere dal grande valore estetico".

Stickers adesivi e responsabilità

I suoi stickers adesivi, applicati di notte, vogliono rendere i cartelli stradali divertenti e intelligenti, opponendosi all'obbedienza cieca e sviluppando invece un profondo senso di responsabilità. Clet dichiara "studio il cartello e le suggestioni che questo riesce a darmi. L'omino del divieto d'accesso vuole rappresentare il sogno umano del liberarsi dagli obblighi. Così come la strada senza uscita con l'uomo crocifisso raffigura il tema della fine e, trasposto religiosamente, della morte"

La poetica dell'artista francese

Secondo la poetica dell'artista francese, lo spazio urbano deve farsi "reversibile", aggiungendo significati nuovi e insoliti a quelli originari, educando il fruitore a nuovi livelli di lettura.

"L'Arte può solo costruire. Io cerco di rendere meno banali i segnali, sottolineandoli perché così si ricordano. L'attenzione e la memoria sono la chiave per la sicurezza."

Definizione di Graffiti Art o Writing

Manifestazione sociale e culturale

Definizione di Graffiti Art o Writing Il Graffitismo (così definito a livello giornalistico, termine quasi sempre rifiutato, tuttavia, specie nella prima fase, dagli artisti che lo praticavano) o Graffiti Writing è una manifestazione sociale, culturale e artistica diffusa in tutto il pianeta, basata sull'espressione della propria creatività tramite interventi sul tessuto urbano. Correlata ad essa sono gli atti dello scrivere il proprio nome d'arte (tag) diffondendolo come un logo.

Graffitismo e vandalismo

Il fenomeno prende le mosse dalla pittura murale (murales - disegni su muro), e viene spesso associato ad atti di vandalismo, poiché numerosi adepti utilizzano come supporti espressivi mezzi pubblici o edifici di interesse storico e artistico.

Writer e ricerca artistica

Generalmente, il nocciolo di writer più vicini ad un serio lavoro di ricerca artistica considerano tali attività deprecabili, dimostrando anche nella scelta del supporto per la pittura una maggiore responsabilità e consapevolezza. Resta tuttavia una gran quantità di adolescenti, chiamati nello slang sucker, poser, scarsi, scrausi, estimatori, rimastini e quant'altro, che producono solamente trafile di tag, o al massimo throw ups (ovvero tag più elaborate eseguibili in breve tempo) al fine di promuovere il loro nome.

Obiettivo del writer e visibilità

L'obiettivo di ogni writer è raggiungere una certa fama all'interno della comunità Hip-Hop, perciò è di fondamentale importanza una certa visibilità delle opere, sia essa ottenuta grazie ad una presenza imponente di firme sul territorio, attraverso una serie di pezzi tutti identici di semplice struttura (bombing) o attraverso una più ridotta quantità di evoluzioni calligrafiche della propria tag. Generalmente il merito sta nel dare notorietà all'autore non tanto per la sua prolificità quanto per le sue qualità stilistiche e tecniche, ed è comune trovare tra ex-writer un certo numero di designer, pubblicitari free-lance o addirittura progettisti.

2ACCADEMIA DEL LUSSO

Nascita e Storia del Graffitismo Moderno

Sviluppo e diffusione globale

Nascita e storia del Graffitismo Il graffitismo moderno si sviluppa a partire dai primi anni '70 nel contesto delle grandi metropoli statunitensi. Con la fine degli anni '80 i graffiti sbarcano in Europa per poi dilagare velocemente negli altri continenti. Il graffitismo urbano prospera energicamente in ogni angolo del globo rivelandosi un vero e proprio fenomeno sociale e culturale, spesso erroneamente assimilato all'evoluzione della cultura Hip Hop.

Storia americana del graffitismo

Storia americana del graffitismo La nascita del graffitismo è databile tra la fine degli anni Sessanta e l'inizio dei primi anni Settanta, tra Philadelphia e New York, per mano di un fattorino di Manhattan, quando il suo nome d'arte "TAKI 183" cominciò a girare scritto sui vagoni delle metropolitane e nel 1971, lo stesso nome lo si ritrovò sul New York Times nel primo articolo relativo al fenomeno graffiti. "Artisti come Taki 183, Julio 204, Cat 161 e Cornbread dipinsero i loro nomi sui muri o nelle stazioni della metropolitana di Manhattan", scrive Nicholas Ganz nel suo Graffiti World (Thames and Hudson 2000).

Diffusione a New York e le tags

Anche in altri quartieri newyorchesi cominciano a farsi notare scritte a bomboletta spray per le strade e sulle carrozze della metropolitana, a Brooklyn è il caso di FRIENDLY FREDDIE. La metropolitana era stata trasformata di fatto in pochi anni in un mezzo di comunicazione fra le diverse sub-culture che stavano muovendo i primi passi nei diversi quartieri della megalopoli. Fare graffiti consisteva nel "mettere in giro" il proprio nome il più possibile, le tags (semplici firme) erano le uniche produzioni visibili.

Evoluzione della grafia e outline

La competizione diventava di mese in mese sempre più forte e i writers cominciavano ad entrare nei depositi della metropolitana dove era possibile scrivere su molte più carrozze durante l'intera notte.

In poco tempo i writers diventarono centinaia e per distinguersi i più convinti cominciarono ad evolvere la grafia delle loro scritte, accostandovi motivi grafici. Questo momento è fondamentale nell'evoluzione del graffitismo, e possiamo osservare l'introduzione nella semplice pratica delle scritte urbane del concetto di evoluzione della grafia che sfocerà come vedremo più avanti in evoluzione grafica e pittorica.

La successiva tendenza che si sviluppo fu l'ingrandimento delle firme, questa è stata la premessa per l'introduzione del concetto di "outline" o contorno. Erano nati i primi veri "pezzi" o graffiti. I primi, semplici, disegni evolsero velocemente in soluzioni sempre più elaborate che si caratterizzavano per i molti colori e stili di riempimento delle lettere, spessori e riflessi. Le carrozze della metropolitana si riempivano di questi graffiti chiamati "top to bottom" quando occupano l'intera altezza del vagone.

Style wars e livelli stilistici

L'evoluzione stilistica e la competizione fra writers generava le cosidette "style wars", gli artisti si sfidavano infatti nelle azioni più temerarie e per contro le loro produzioni acquisivano livelli stilistici inimmaginabili fino a pochi anni prima.

"I primi bomber, dalla pelle per lo più nera o olivastra", scrive Daniela Lucchetti, studiosa di culture metropolitane, in Writing - storia, linguaggi, arte nei graffiti di strada (Castelvecchi 1999), "provengono tutti dai ghetti degradati della periferia, figli dei detriti e delle macerie di una metropoli fredda e violenta. Negli anni intorno al '68, i nomi dilagano dai muri dell'Upper West Side di Manhattan straripando sui mezzi di trasporto di New York lungo le strade di transito di massa che portano al Bronx e a Brooklyn. L'unico obiettivo di questi primi spietati contaminatori dei muri metropolitani era quello di diventare famosi, di far girare il più possibile il proprio nome. I nomi, a volte, erano quelli di battesimo, più spesso si trattava di soprannomi o nomi d'arte, presi a prestito o lasciati alla fantasia, a cui si faceva seguire il numero della strada; vennero definiti tags dai primi scrittori. Nell'estate del 1971", continua la studiosa, "si ebbe una vera e propria esplosione di tags nella subway di New York, il sistema di trasporti sotterraneo era letteralmente invaso da nomi che aspettavano, con la violenza dei tratti che li contraddistinguevano, l'occasione giusta per uscire dal grigiore dell'anonimato. E l'occasione venne".

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