Storia dell'Arte 2: Pop Art, Minimalismo e Neoavanguardie

Documento da Accademia del Lusso su Storia dell'Arte 2. Il Pdf esplora la Pop Art, il Minimalismo e le Neoavanguardie, movimenti artistici del XX secolo, con un focus su origini, caratteristiche e artisti principali. Questi appunti universitari di Arte sono stati prodotti per lo studio autonomo.

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Storia dell’Arte 2
Chiara Canali
Lezione 7
LA POP ART
La Pop art emerge in Inghilterra verso la metà degli anni '50 ma si realizza
pienamente a New York nei primi anni '60, dove divide, insieme al Minimalismo,
l'attenzione del mondo dell'arte: tutto deriva da una frattura antropologica di
fondamentale importanza: l’avvento della società dei consumi e della civiltà di
massa.
Il termine Pop art, che deriva letteralmente da "arte popolare", fu usato per la
prima volta dal critico inglese Lawrence Alloway nel 1958 sulla rivista Architectural
Digest per descrivere quei dipinti che celebravano il consumismo post bellico,
sfidando la psicologia dell'espressionismo astratto e idolatrando il dio del
materialismo
L’informale ha sicuramente ben rappresentato un certo clima culturale
esistenzialistico tipico degli anni Cinquanta. La sua carica pessimistica di fondo fu,
tuttavia, compresa solo da una ristretta cultura d’élite. E ben presto ha mostrato la
sua inattualità nei confronti di una società in rapida trasformazione, che si
caratterizzava sempre più come società di massa dominata dai tratti positivi ed
ottimistici del consumismo.
Prima l’artista ha sempre indagato nella natura e nella psiche il suo essere nel
mondo, ora si stupisce di fronte alla nuova realtà informatica spettacolare che
influenza e modifica l’inconscio collettivo; le regole del commercio di massa e della
pubblicità modificano sogni, aspettative speranze e lo fanno attraverso la grafica e i
nuovi media.
Nasce la società dei consumi, pot essere “consumata” anche l`arte?
Quest’arte logicamente non poteva che nascere in America.
La Pop art si impadronisce dello spazio circostante, sostituendo l'immagine
dell'oggetto con l'oggetto stesso ed accentuando la dimensione grottesca della
società dove la prepotenza martellante dei mass media annulla ogni giudizio
autonomo. È un'arte aperta alle forme più popolari di comunicazione: i fumetti, la
pubblicità, i quadri riprodotti in serie; nell'era della riproduzione meccanica dove la
ripetibilità è l'unico valore riconosciuto, la ripetizione seriale è fondamentale.
La differenziazione si gioca soprattutto su quella che si può definire "nuova
oggettualità", contrapposta alla astrazione e all'informalità. L'assunto di mettere
sulla tela o in scultura oggetti quotidiani elevandoli a manifestazione artistica si può
idealmente collegare al movimento svizzero Dada, ma completamente spogliato da
quella carica anarchica e provocatoria dei Dada. La critica alla società dei consumi,
degli hamburger, delle auto, dei fumetti si trasforma presto in merce, in oggetto che
si pone sul mercato (dell'arte) completamente calato nella logica mercantile.
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Ciononostante gli artisti che hanno fatto parte di questo movimento hanno avuto un
ruolo rivoluzionario introducendo nella loro produzione l'uso di strumenti e mezzi
non tradizionali della pittura, come il collage, la fotografia, la serigrafia, il cinema, il
video.
Sul piano dell'evoluzione del costume la Pop Art ha segnato fortemente campi
adiacenti all'arte come l'arredamento, la moda, il gusto estetico diffuso
Ed è proprio dall’incontro tra arte e cultura dei mass-media che nacque la pop art.
La sua nascita avviene negli Stati Uniti intorno alla metà degli anni ’50 con le prime
ricerche di Robert Raushenberg e Jasper Johns. Ma la sua esplosione avviene
soprattutto nel decennio degli anni ’60, conoscendo una prima diffusione e
consacrazione con la Biennale di Venezia del 1964.
I maggiori rappresentanti di questa tendenza sono tutti artisti americani: Andy
Warhol, Claes Oldenburg, Tom Wesselmann, James Rosenquist, Roy Lichtenstein ed
altri. Ed in ciò si definisce anche una componente fondamentale di questo stile: essa
appare decisamente il frutto della società e della cultura americana. Cultura
largamente dominata dall’immagine, ma immagine che proveniva dal cinema, dalla
televisione, dalla pubblicità, dai rotocalchi, dal paesaggio urbano largamente
dominato dai grandi cartelloni pubblicitari.
La pop art ricicla tutto ciò in una pittura che rifà in maniera fredda ed impersonale
le immagini proposte dai mass-media. Si va dalle bandiere americane di Jasper
Johns alle bottiglie di Coca Cola di Warhol, dai fumetti di Lichtenstein alle locandine
cinematografiche di Rosenquist.
La pop art documenta quindi in maniera precisa la cultura popolare americana (da
qui quindi il suo nome, dove pop sta per diminutivo di popolare), trasformando in
icone le immagini più note o simboliche tra quelle proposte dai mass-media.
L’apparente indifferenza per le qualità formali dei soggetti proposti, così come il
procedimento di pescare tra oggetti che apparivano triviali e non estetici, ha indotto
molti critici a considerare la pop art come una specie di nuovo dadaismo. Se ciò può
apparire in parte plausibile, diverso è il fine a cui giunge la pop art. In essa infatti è
assente qualsiasi intento dissacratorio, ironico o di denuncia.
Il più grosso pregio della pop art rimane invece quello di documentare, senza paura
di sporcarsi le mani con la cultura popolare, i cambiamenti di valori indotti nella
società dal consumismo. Quei cambiamenti che consistono in una preferenza per
valori legati al consumo di beni materiali e alla proiezione degli ideali comuni sui
valori dell’immagine, intesa in questo caso soprattutto come apparenza. E in ciò
testimoniano dei nuovi idoli o miti in cui le masse popolari tendono ad identificarsi.
Miti ovviamente creati dalla pubblicità e dai mass-media che proiettano sulle masse
sempre più bisogni indotti, e non primari, per trasformarli in consumatori sempre
più avidi di beni materiali.
In sostanza un quadro di Warhol che ripete l’ossessiva immagine di una bottiglia di
Coca Cola ci testimonia come quell’oggetto sia oramai divenuto un referente più
importante, rispetto ad altri valori interiori o spirituali, per giungere a quella
condizione esistenziale che i mass media propagandano come vincente nella società
contemporanea.

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ACCADEMIA DEL LUSSO

Storia dell'Arte 2

Chiara Canali Lezione 7 LA POP ART

La Pop art emerge in Inghilterra verso la metà degli anni '50 ma si realizza pienamente a New York nei primi anni '60, dove divide, insieme al Minimalismo, l'attenzione del mondo dell'arte: tutto deriva da una frattura antropologica di fondamentale importanza: l'avvento della società dei consumi e della civiltà di massa.

Il termine Pop art, che deriva letteralmente da "arte popolare", fu usato per la prima volta dal critico inglese Lawrence Alloway nel 1958 sulla rivista Architectural Digest per descrivere quei dipinti che celebravano il consumismo post bellico, sfidando la psicologia dell'espressionismo astratto e idolatrando il dio del materialismo

L'informale ha sicuramente ben rappresentato un certo clima culturale esistenzialistico tipico degli anni Cinquanta. La sua carica pessimistica di fondo fu, tuttavia, compresa solo da una ristretta cultura d'élite. E ben presto ha mostrato la sua inattualità nei confronti di una società in rapida trasformazione, che si caratterizzava sempre più come società di massa dominata dai tratti positivi ed ottimistici del consumismo.

Prima l'artista ha sempre indagato nella natura e nella psiche il suo essere nel mondo, ora si stupisce di fronte alla nuova realtà informatica spettacolare che influenza e modifica l'inconscio collettivo; le regole del commercio di massa e della pubblicità modificano sogni, aspettative speranze e lo fanno attraverso la grafica e i nuovi media.

Nasce la società dei consumi, potrà essere "consumata" anche l'arte? Quest'arte logicamente non poteva che nascere in America.

La Pop art si impadronisce dello spazio circostante, sostituendo l'immagine dell'oggetto con l'oggetto stesso ed accentuando la dimensione grottesca della società dove la prepotenza martellante dei mass media annulla ogni giudizio autonomo. È un'arte aperta alle forme più popolari di comunicazione: i fumetti, la pubblicità, i quadri riprodotti in serie; nell'era della riproduzione meccanica dove la ripetibilità è l'unico valore riconosciuto, la ripetizione seriale è fondamentale.

La differenziazione si gioca soprattutto su quella che si può definire "nuova oggettualità", contrapposta alla astrazione e all'informalità. L'assunto di mettere sulla tela o in scultura oggetti quotidiani elevandoli a manifestazione artistica si può idealmente collegare al movimento svizzero Dada, ma completamente spogliato da quella carica anarchica e provocatoria dei Dada. La critica alla società dei consumi, degli hamburger, delle auto, dei fumetti si trasforma presto in merce, in oggetto che si pone sul mercato (dell'arte) completamente calato nella logica mercantile.

ACCADEMIA DEL LUSSO

Ciononostante gli artisti che hanno fatto parte di questo movimento hanno avuto un ruolo rivoluzionario introducendo nella loro produzione l'uso di strumenti e mezzi non tradizionali della pittura, come il collage, la fotografia, la serigrafia, il cinema, il video.

Sul piano dell'evoluzione del costume la Pop Art ha segnato fortemente campi adiacenti all'arte come l'arredamento, la moda, il gusto estetico diffuso

Ed è proprio dall'incontro tra arte e cultura dei mass-media che nacque la pop art. La sua nascita avviene negli Stati Uniti intorno alla metà degli anni '50 con le prime ricerche di Robert Raushenberg e Jasper Johns. Ma la sua esplosione avviene soprattutto nel decennio degli anni '60, conoscendo una prima diffusione e consacrazione con la Biennale di Venezia del 1964.

I maggiori rappresentanti di questa tendenza sono tutti artisti americani: Andy Warhol, Claes Oldenburg, Tom Wesselmann, James Rosenquist, Roy Lichtenstein ed altri. Ed in ciò si definisce anche una componente fondamentale di questo stile: essa appare decisamente il frutto della società e della cultura americana. Cultura largamente dominata dall'immagine, ma immagine che proveniva dal cinema, dalla televisione, dalla pubblicità, dai rotocalchi, dal paesaggio urbano largamente dominato dai grandi cartelloni pubblicitari.

La pop art ricicla tutto ciò in una pittura che rifa in maniera fredda ed impersonale le immagini proposte dai mass-media. Si va dalle bandiere americane di Jasper Johns alle bottiglie di Coca Cola di Warhol, dai fumetti di Lichtenstein alle locandine cinematografiche di Rosenquist.

La pop art documenta quindi in maniera precisa la cultura popolare americana (da qui quindi il suo nome, dove pop sta per diminutivo di popolare), trasformando in icone le immagini più note o simboliche tra quelle proposte dai mass-media. L'apparente indifferenza per le qualità formali dei soggetti proposti, così come il procedimento di pescare tra oggetti che apparivano triviali e non estetici, ha indotto molti critici a considerare la pop art come una specie di nuovo dadaismo. Se ciò può apparire in parte plausibile, diverso è il fine a cui giunge la pop art. In essa infatti è assente qualsiasi intento dissacratorio, ironico o di denuncia.

Il più grosso pregio della pop art rimane invece quello di documentare, senza paura di sporcarsi le mani con la cultura popolare, i cambiamenti di valori indotti nella società dal consumismo. Quei cambiamenti che consistono in una preferenza per valori legati al consumo di beni materiali e alla proiezione degli ideali comuni sui valori dell'immagine, intesa in questo caso soprattutto come apparenza. E in ciò testimoniano dei nuovi idoli o miti in cui le masse popolari tendono ad identificarsi. Miti ovviamente creati dalla pubblicità e dai mass-media che proiettano sulle masse sempre più bisogni indotti, e non primari, per trasformarli in consumatori sempre più avidi di beni materiali.

In sostanza un quadro di Warhol che ripete l'ossessiva immagine di una bottiglia di Coca Cola ci testimonia come quell'oggetto sia oramai divenuto un referente più importante, rispetto ad altri valori interiori o spirituali, per giungere a quella condizione esistenziale che i mass media propagandano come vincente nella società contemporanea.

ACCADEMIA DEL LUSSO

Andy Warhol

Andy Warhol (1930-1987) e il rappresentante più tipico della pop art americana. Figlio di un minatore cecoslovacco emigrato negli Stati, egli è uno dei rappresentanti più tipici della cultura nord-americana, soprattutto per la sua voluta ignoranza di qualsiasi esperienza artistica maturata in Europa. Rifiutata per intero la storia dell'arte, con tutta la sua stratificazione di significati e concettualizzazioni, l'arte di Warhol si muove unicamente nelle coordinate delle immagini prodotte dalla cultura di massa americana.

La sua arte prende spunto dal cinema, dai fumetti, dalla pubblicità, senza alcuna scelta estetica, ma come puro istante di registrazione delle immagini più note e simboliche. E l'opera intera di Warhol appare quasi un catalogo delle immagini- simbolo della cultura di massa americana: si va dal volto di Marilyn Monroe alle inconfondibili bottigliette di Coca Cola, dal simbolo del dollaro ai detersivi in scatola, e così via.

Per lui esiste solo il consumo: "un buon affare è la migliore opera d'arte" afferma l'artista.

Da questo discende la sua tecnica più usata: la serigrafia: ogni opera diviene serie. (per la Gioconda il titolo riassume questa filosofia: "Trenta è meglio di una").

In queste sue opere non vi è alcuna scelta estetica, ma neppure alcuna intenzione polemica nei confronti della società di massa: unicamente esse ci documentano quale è divenuto l'universo visivo in cui si muove quella che noi definiamo la «società dell'immagine» odierna. Ogni altra considerazione è solo conseguenziale ed interpretativa, specie da parte della critica europea, che in queste operazioni vede una presa di coscienza nei confronti del kitsch che dilaga nella nostra società, anche se ciò, a detta dello stesso Warhol, sembra del tutto estraneo alle sue intenzioni.

Con la sua presenza fredda e distaccata, Warhol cancella ogni profondità e i suoi quadri, i suoi ritratti, diventano la celebrazione della superficie. Così l'artista adopera nell'arte l'idea del multiplo, dell'oggetto fatto in serie: l'individuo ripetuto in uomo di massa, in uomo moltiplicato, portato dal sistema in una condizione di esistenza stereotipata. Al prodotto unico subentra l'opera ripetuta, la cui ripetizione comporta non più un'angoscia esistenziale ma il raggiungimento di uno stato di indifferenza che diventa l'ottica attraverso cui Warhol guarda il mondo. Infatti nei suoi quadri ogni intenzione di segretezza viene ribaltata in ostentazione, che è la premessa di quel consumo cui la civiltà americana non intende sfuggire.

L'occhio cinico dell'artista ci restituisce una condizione oggettiva dell'uomo medio americano alla quale egli stesso non sfugge, in quanto i modelli adoperati non sono fuori dalla realtà americana ma dentro. Dentro ci sono le espressioni, le facce inespressive dell'uomo folle, gettato nella sua solitudine quotidiana, separato dagli altri uomini, incidenti d'auto, opere d'arte mistiche, nature morte di fiori, volti celebri od anonimi, riprodotti con gelida allegria attraverso il procedimento meccanico della serigrafia.

Così Warhol ribadisce e accetta lo stato di manipolazione di ogni cosa, anche dell'uomo, senza disperazione, senza possibilità di alternativa, applicando la considerazione irreversibile dell'uomo come "uomo consumato". Anche l'artista vive dentro una realtà già definita, in cui ogni prodotto è segno della merce.

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Il percorso artistico di Warhol si è mosso tutto nella cultura newyorkese, nel momento in cui New York divenne la capitale mondiale della cultura. Warhol fu in questo ambiente uno dei personaggi più noti, costruendo in maniera attenta il suo personaggio. Si mosse in stretta attinenza agli ambienti underground, legandosi al mondo della musica, del teatro del cinema. Gli inizi della sua pittura risalgono al 1960, dopo un periodo precedente in cui aveva svolto attività di disegnatore industriale. Nel 1963 raccoglie intorno se numerosi giovani artisti, costituendo una comune a cui diede il nome di «factory». Abbandona la pittura nel 1965 per dedicarsi esclusivamente alla produzione cinematografica. Il ritorno alla pittura avviene intorno al 1972, con una produzione incentrata soprattutto sui ritratti. Nel 1980 fonda una televisione dal nome «Andy Warhol's TV». Muore il 22 febbraio 1987 nel corso di un intervento chirurgico.

Andy Warhol, Minestra in scatola Campbell I, 1968

L'arte di Andy Warhol è una delle più incomprensibili mai prodotte nella cultura occidentale. La sua personale indifferenza a quanto rappresenta, senza alcun intervento interpretativo, spoglia le sue opere di qualsiasi intento comunicativo. In tal senso la difficoltà di valutare tali opere pone seri problemi, soprattutto ad un europeo. Cosa mai può significare l'immagine di una scatoletta di minestra al pomodoro?

Visto che l'immagine non ha un valore estetico, si è ricercata in essa un valore etico: la scatoletta, rappresentando l'omogeneizzazione della società moderna che propone alimenti preconfezionati uguali per tutti, può divenire implicitamente una critica a tale società. Ma ciò non sembra nelle intenzioni di Warhol, che anzi, nella società americana, vede un valore positivo proprio per il suo grande livellamento. Il bello degli americani, come lo stesso Warhol ha espresso, è che mangiano tutti le stesse cose, dal presidente degli Stati Uniti al barbone che è seduto ad un angolo di strada. In ciò è molto evidente quella mitica "american way of life" in cui la uguaglianza è realizzata in una società che consente uguali possibilità per tutti.

E in ciò appare nuovamente evidente che l'arte di Warhol, troppo americana anche nei suoi più piccoli risvolti, sembra che abbia un solo intento reale: demolire il mito dell'arte europea come espressione di una cultura "alta". E in ciò si ricollega in maniera molto chiara alle esperienze dadaiste, soprattutto ai ready-made di Duchamp, con le quali l'arte di Warhol condivide l'intento dissacratorio.

Alle scatolette Campbell Warhol ha dedicato una quantità enorme di quadri. L'ha rappresentata a volte chiusa, come in questo caso, altre volte aperte. Non che la cosa faccia cambiare significato all'immagine, ma la grande ripetizione del medesimo tema sembra sfruttare i meccanismi della pubblicità: il bombardamento costante delle stesse immagini, colpendo in maniera subliminale, provocano quel meccanismo del «riconoscere», che è una delle molle, a livello inconscio (inteso in questo caso più alla maniera di Jung che non di Freud) con cui le masse manifestano le proprie scelte e preferenze.

E questo meccanismo lo ritroviamo anche nelle altre opere di Warhol: i ritratti di Marilyn Monroe, le immagini di Elvis Presley, le bottigliette di Coca Cola sono state ripetute in una quantità enorme di opere. Ed è quindi non un caso se egli abbandona sempre più la pittura, intesa come costruzione manuale dell'immagine, per passare alle serigrafie. Anche questo quadro è realizzato con procedimenti serigrafici, sul quale Warhol è poi intervenuto con colori acrilici, dando all'immagine un nitore grafico che ricorda le immagini dei fumetti o della grafica pubblicitaria.

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