Pdf dall'Università su Rischio, emergenza, resilienza. Il Materiale, adatto per l'Università e la materia Scienze, esplora i concetti di rischio, emergenza e resilienza, analizzando la risposta globale alla pandemia di COVID-19 e le dinamiche di negazione e adattamento.
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gitlo Arriva sempre un momento in cui non c'è altro da fare che rischiare. José Saramago
comprensivas L'epidemia ha colto il mondo di sorpresa. In Italia, benché segnali della diffusione del virus fossero già presenti da diverse settimane, solo ai primi di marzo 2020, a contagio ormai diffuso, si è arrivati a riconoscere la gravità di quello che stava effettivamente accadendo. Un ritardo che si è riprodotto nella stragrande maggioranza dei paesi del mondo. È vero che dalla Cina le notizie sono filtrate tardi e in modo distorto. Come si è poi visto, le prime avvisaglie dell'infezione si erano manifestate già in ottobre. E tra ritardi a capire di cosa si trattasse e tentativi di minimiz- zare, il governo cinese ha perso tempo prezioso. Ma è pur vero che da gennaio l'epidemia era diventata notizia, coi telegiornali che raccontavano dello spettacolo spettrale delle strade vuote di Wuhan. Mentre i governi - compre- so quello italiano - ricevevano i primi preoccupati rap- porti riservati sugli scenari possibili. Eppure, si è preferito pensare che gli allerta fossero esagerati, che non si trattas- se di una priorità. Disturbare l'opinione pubblica, «ter- rorizzarla» come qualche politico ha detto, è parso inop- portuno: la responsabilità di intervenire sul corso normale delle cose di fronte a «ipotesi non verificate», «valutazioni di esperti» era troppo grande. E costosa.
Così, pur con significative differenze da paese a paese, non ci si è preoccupati di attrezzarsi per tempo. Col risul- 19tato che conosciamo: quando l'epidemia è scoppiata sono mancate mascherine, ventilatori, farmaci e gli altri disposi- tivi di protezione per il personale sanitario. E tantomeno si è pensato di preparare la popolazione. Anzi, alcuni leader politici di importanti paesi a livello mondiale, oltre a personaggi di spicco sulla scena pubblica, hanno addirit- tura ironizzato sulla pandemia.
All'inizio ha vinto la presunzione di immunità, di in- vulnerabilità. Di «estraneità»: il problema, se c'è, non è nostro. E altrove. Come se un altrove potesse esistere, nel mondo interconnesso che abbiamo costruito.
Poi lo shock di realtà, quando i numeri dei ricoveri si sono impennati e le immagini drammatiche delle terapie intensive hanno cominciato a circolare. Fino alle file di bare fuori dagli ospedali. A quel punto, la rimozione non è stata più possibile.
Drammaticamente abbiamo dovuto ammetterlo: la realtà esiste e non è sotto il nostro controllo. La cono- scenza scientifica, per quanto avanzata, rimane imperfetta. Le nostre idee sul mondo, per quanto utili, sono sempre distorte. Nella società della comunicazione, capire quello che sta effettivamente accadendo rimane un problema.
Al di là delle responsabilità personali e istituzionali, quello che si è verificato è un fallimento cognitivo, pagato a caro prezzo, da parte di società che amano chiamarsi «della comunicazione» e «tecnologicamente avanzate». Di fronte al coronavirus e alla sua realtà scabrosa si è attivato dunque, inizialmente, un potente dispositivo di diniego. Troppi interessi, troppa inerzia, troppa superficia- lità hanno fatto resistenza all'umiltà della comprensione. Tutto questo è vero.
Ma c'è un punto più profondo che questa vicenda met- te in rilievo: come scriveva Günther Anders, l'uomo con- temporaneo, per quanto si sforzi, tende a rimanere indie- tro rispetto alla velocità e alla complessità del mondo che costruisce. C'è una sproporzione crescente tra la nostra 20 esperienza soggettiva e i processi che fanno funzionare la nostra società. Con la conseguenza che «nel sentire, siamo inferiori a noi stessi». Viviamo in un mondo che ci sfugge, che, quando va bene, riusciamo a capire a grandi linee in- tellettivamente. Ma sempre meno a sentire e comprendere in profondità. L'eclissi della realtà, evidentemente, è un problema.
L'arrivo dell'epidemia è stato negato finché si è potuto. Un po' perché non lo si è capito; un po' per cercare di non turbare lo status quo. E quando l'infezione è scoppia- ta ci siamo ritrovati travolti dall'emergenza, già in ritardo per intervenire efficacemente.
La fallacia delle nostre rappresentazioni, e insieme dell'organizzazione emozionale «standard» della nostra esperienza, è stata smascherata solo da un doloroso shock di realtà.
Nelle scienze sociali, l'accumulazione della conoscenza rimane un processo molto lacunoso. Sta di fatto che le in- tuizioni fondamentali del libro di Beck non sono diventate patrimonio comune. Eppure, sono essenziali per compren- dere quel che ci è capitato.
L'economia moderna si fonda sulla disponibilità dell'im- prenditore a «rischiare», cioè a compiere una scelta in 21condizioni di incertezza. Senza tale propensione - che nella modernità viene resa possibile e sostenuta attraverso una serie di condizioni economiche, tecnologiche e giuri- diche - non ci sarebbe alcuna spinta verso l'innovazione e la crescita.
Il problema è che, grazie allo straordinario sviluppo degli ultimi due secoli, in una società avanzata i rischi non attengono più semplicemente agli esiti di una singola decisione, ma nascono dagli effetti aggregati dell'intera or- ganizzazione sociale.
Questa relazione è controintuitiva. Non c'è dubbio infatti che il progresso degli ultimi secoli ha permesso di raggiungere standard di benessere e sicurezza impensabili. E anche di estendere questi benefici a quote crescenti di popolazione. Progresso ha anche significato società sem- pre più interconnesse, complesse e sofisticate, basate sulla mobilità di persone, merci, informazioni, con una capacità produttiva in continua crescita e una rete infrastrutturale sempre più integrata. E tutto questo aumenta l'esposizione a una molteplicità di shock possibili.
È a causa degli effetti collaterali associati al funziona- mento della nostra società che, nonostante gli straordinari successi che pure abbiamo raggiunto, restiamo struttural- mente esposti al rischio.
Lo documentano gli ormai innumerevoli rapporti di enti e istituzioni internazionali.
La serie dei Global Risks Report del World Economic Forum distingue, per esempio, cinque grandi famiglie di rischi- economici (deflazione, crisi fiscale, disoccupazione, bolle finanziarie ecc.), ambientali (perdita della biodiver- sità, cambiamento climatico, eventi atmosferici estremi, disastri naturali ecc.), geopolitici (conflitti interstatali, collassi nazionali, attacchi terroristici, distruzioni di massa ecc.), sociali (crisi alimentari, epidemie, migrazioni, insta- bilità sociale ecc.) tecnologici (attacchi informatici, furti di dati, breakdown infrastrutturali ecc.). Via via che la cresci- ta avanza e investe quote crescenti del pianeta, aumenta la possibilità di calamità, incidenti, crisi, black out destinati a diventare veri e propri shock in grado di colpire violen- temente la nostra organizzazione sociale.
Né il problema è destinato a essere risolto. Perché quanto più crescono le nostre capacità conoscitive, tanto più aumenta l'indeterminatezza del futuro: per François Ewald anche se la tecnologia ci permette di conoscere un rischio, essa non può eliminare o risolvere il problema di dover scegliere se accettare o no il rischio stesso [ ... ] il rischio esiste sulla base delle contestazioni che solleva [ ... ] il problema non sta tanto nell'esi- stenza di un rischio in astratto ma nella sua accettazione da parte di un gruppo. Più un rischio è oggettivamente grande, più la sua realtà dipende da un sistema di valori (Two infinities of risk).
La «società del rischio» (cioè quella che si crea a par- tire dall'aver imparato a svolgere azioni rischiose, cioè rivolte al futuro, e dall'aver costruito un sistema così com- plesso che moltiplica gli effetti di aggregazione) si muove dunque su un terreno malfermo, che mette sotto scacco ogni pretesa di «certezza». E già questo costituisce uno scandalo in un mondo che, almeno a parole, pretende- rebbe di cancellare ogni ambiguità, di tenere tutto sotto controllo. Il «rischio calcolato», già messo in sicurezza con una serie di modelli predittivi, è una delle più grandi illusioni, se non bugie, del nostro tempo. Per non parlare del «rischio zero», espressione vacua usata solo per esor- cizzare ciò che non si vuole affrontare veramente.
A differenza del pericolo - che è immediato, vicino e percepibile dai sensi, e ci riguarda direttamente - il ri- schio non è immediatamente percepibile, ma è spostato 24 in un tempo futuro (più o meno remoto) e in uno spazio lontano. Mentre il pericolo è concreto, cioè potenzialmen- te mortale per me, qui e ora, il rischio è astratto: non è immediato, non ne sono responsabile e posso sempre spe- rare che, alla fine, non mi riguardi. Basti pensare all'uso quotidiano della nostra auto: abbiamo sempre una buona ragione per usarla, salvo che non riusciamo a percepire cosa tale decisione comporti a livello aggregato.
Nella società in cui viviamo, la valutazione del rischio è assoggettata a una pluralità di punti di vista dettati da posizioni sociali, interpretazioni scientifiche, emozioni col- lettive.
Non è dunque l'evidenza immediata dei fatti né la no- stra esperienza personale né la sapienza accumulata dalla tradizione a permetterci di convenire sulla portata e/o sull'imminenza di un determinato rischio e su ciò che oc- corre fare per evitarlo o ridurlo. Ad aiutarci ad acquisire la necessaria consapevolezza sono gli strumenti tecnici di misurazione: il buco dell'ozono o la curva del riscalda- * mento globale sono fenomeni che, prima di un'emergenza, possiamo conoscere solo intellettivamente.
Il problema è che su ognuna di tali questioni esistono ed esisteranno sempre opinioni diverse. Tra i profani, ovvio. Ma anche tra gli esperti. Per questo il processo decisionale è sempre lungo e incerto, tanto più che l'e- sposizione al rischio varia tra la popolazione: ci sono dif- ferenze in termini di luogo (vivere in una zona inquinata o periferica, per esempio), classe, istruzione, età, gruppo etnico, risorse economiche. Ed è anche attivamente mani- polato da quegli interessi che, per salvaguardare il proprio tornaconto, non si fanno scrupoli a intervenire attivamente sull'interpretazione - se non addirittura sulla stessa corret- tezza - dei dati.