Documento dall'Università degli Studi di Padova su G. Formigoni – Storia della politica internazionale nell'età contemporanea. Il Pdf esplora la storia della politica internazionale, dalla nascita dello Stato moderno alla Guerra dei Trent'anni, includendo nazismo, Seconda Guerra Mondiale e Guerra Fredda. Utile per lo studio universitario di Storia.
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La nascita dell'età moderna tra Settecento e Ottocento non è una mera convenzione storiografica: in quel periodo si avviò la rottura con l'Ancien Régime grazie a rivoluzione industriale (Inghilterra) e Rivoluzione francese - politica ed economia ne risultarono rivoluzionate. Fu in quest'epoca che i problemi assunsero rilievo mondiale, che il rapporto dell'umanità con spazio e tempo si modificò, che la sfera politica si allargò progressivamente (sino a diventare fenomeno di massa).
Questa rivoluzione storica riguardò sì politica economia e società, ma molto meno (o meglio, molto più gradualmente) la politica internazionale. Per comprendere i cambiamenti del sistema internazionale (complesso di interrelazioni relativamente stabili e organizzate tra soggetti distinti che si influenzano reciprocamente) bisogna guardare molti secoli indietro.
La particolare forma di evoluzione europea di una sfera politica internazionale ha condizionato il mondo e si è via via estesa a dimensioni globali, proprio sull'onda della preminenza politica, economica e militare europea che l'età delle rivoluzioni suggellò definitivamente.
Impero Carolingio 800 d.C. Dopo morte Carlo Magno 814, suddivisione impero in regni: il Sacro Romano Impero resiste in terre germaniche Sistema feudale di grandi regni a struttura decentralizzata (vassallaggio)
Il sistema feudale prevedeva pluralità dei centri di potere (locale - regionale - statale; gerarchie ecclesiastiche; ordini dei mestieri e corporazioni; nobili) e appariva anarchico. A tutto ciò faceva da contrappeso un elemento universalistico, contrassegnato da un duplice risvolto politico e religioso: l'unica Chiesa e l'unico Impero - due poteri tradizionali a reggere una unica societas christiana.
Verso la fine del Medioevo (XIII secolo in poi) i principi locali avviano pratiche di accentramento del potere ed organizzando efficienti amministrazioni (in grado di ridurre particolarismi e micro-centri di potere) furono in grado di estendere territorialmente il proprio controllo. Parallelamente fiorivano i commerci e regioni particolarmente floride pretendevano efficienza amministrativa e burocratica per gestire con facilità e sicurezza i propri affari (anzitutto, certezza del diritto).
La fase iniziale di accentramento del potere riguardò perlopiù élite politiche e commerciali/ economiche: l'immagine di popoli omogenei al loro interno e differenziati dagli altri è una costruzione culturale tardiva: nei diversi territori unificati convissero per secoli miriadi di usi e costumi, leggi e tradizioni, lingue differenti di comunità in comunità.
XV secolo: Chiesa gallicana; XVI secolo: Chiesa anglicana. Di lì a poco si arriverà ad affermare che il potere sovrano deriva direttamente da Dio, non dalla Chiesa. In un quadro di significati ancora profondamente religiosi, l'autonomia delle strutture statali dalla sanzione ecclesiastica cresceva tanto quanto esse stesse assumevano sempre più carattere sacrale.
La svolta: l'assolutismo. Organizzazione affermatasi tra Sei- e Settecento: si definisce assolutismo some la visione secondo cui il sovrano era svincolato dalle leggi delle tradizioni - legibus solutus - ed era libero di creare un nuovo diritto. Ciò non a identificare una arbitrarietà dispotica (è accertato che anche il più potente tra i sovrani assolutisti doveva concertare le proprie scelte tra pesi e contrappesi, compromessi con nobili, élite commerciali potenti e ordini di lunga tradizione), bensì il distacco dell'autorità da ogni vincolo di consuetudine.
Jean Bodin (1576): la sovranità è quel potere assoluto e perpetuo ch'è proprio della repubblica. Per lui, la rapubblica era lo Stato. Questa idea aveva un aspetto interno ed uno esterno: la concentrazione relativa e gerarchicamente efficace del potere su un territorio; la possibilità di entrare in relazioni non subalterne con altre entità sovrane (centrale è il concetto della legittimità interna e del mutuo riconoscimento esterno).
All'accentramento del potere si accompagnò la capacità di regolamentare la violenza militare. Lo ius belli (il diritto di fare la guerra) divenne una prerogativa riservata all'autorità statuale e sottratta ai privati - ancorché fossero nobili, potenti e bellicosi - graduale passaggio al "monopolio della forza legittima".
Stato ed economia: in questo periodo apparse anche un nuovo modello di intreccio stretto politica-economia, che potremmo definire "capitalistica" in senso moderno, in quanto capace di costruire un'organizzazione di potere finalizzata a moltiplicare la ricchezza del capitale.
Pionieri in tal senso furono portoghesi e olandesi. Giostrando con abilità nelle prime imprese coloniali europee, i navigli olandesi ottennero il semi-monopolio di alcuni traffici commerciali e nelle terre neerlandesi si istituirono centrali per la lavorazione di molte materie prime importate. A lungo andare, però, questo modello di Stato commercio-centrico (che trascurava le politiche di sicurezza e potenza più care ai concorrenti francesi ed inglesi) si mostrò debole: le Province Unite furono ripetutamente sconfitte da Francia e Inghilterra, fino a vedere ridimensionato di molto il loro potere internazionale.
Stato e religione: le guerre di religione - dissoluzione dell'unità cattolica occidentale avviata con la Riforma protestante. L'apice si ebbe nella Guerra dei Trent'anni conclusasi con il Trattato di Vestfalia: è consuetudine ritenere tale accordo un momento simbolicamente e politicamente decisivo, che mostrò come fosse ormai acquisito il pluralismo politico europeo e si fosse realizzata una prima versione di un sistema di Stati indipendenti, che si riconoscevano reciprocamente le prerogative di sovranità. Questo trattato definì per la prima volta nella storia "frontiere" in senso moderno, ossia confini tra Stati sovrani.
Le nuove teorie: 1651, Hobbes e l'anarchia tra Stati. Eppure la competizione e l'anarchia erano solo una delle due facce della medaglia. Esisteva infatti anche la visione pregnante di una "comunità" di Stati, figlia dell'universalismo medievale. Il rispetto reciproco della relativa sovranità era da più parti sottolineato: uno sfondo comune che emergeva con forza nei cenacoli intellettuali d'Europa.
N.B. Il principio di reciprocità si affermò in Europa e non altrove: i governi musulmani in generale restarono dell'idea che i rapporti con gli infedeli dovessero reolarsi tramite concessioni unilaterali, come anche i cinesi, che ragionavano sempre in termini universali e gerarchici, partendo dal vertice imperiale.
Tornando al caso europeo, centrale in questo periodo divenne la figura del trattato internazionale - pacta sunt servanda, rebus sic stantibus. L'olandese Ugo Grozio pubblicò nel 1625 il De iure belli ac pacis. Lo stesso Grozio assieme a Puffendorf - due dei giuristi più importanti nella prima codificazione di questo insieme di norme tradizionali e convenzionali - avevano svolto personalmente ruoli diplomatici: il loro problema era come conciliare la nuova idea di sovranità con una trama di relazioni interstatuali che non si basasse soltanto sulla guerra, ma permettesse di realizzare un ordine pacifico.
Diplomazia: in questo quadro nacque la diplomazia. Solo alla fine del Settecento, tale espressione iniziò ad essere applicata all'insieme dei mezzi usati per sviluppare le relazioni internazionali. Tutto il sistema diplomatico moderno fu strutturato tra Sei- e Settecento: naturalmente quindi, l'egemonia francese culturale dell'epoca influenzò la diplomazia e impose il francese come lingua diplomatica per eccellenza.
Il sistema diplomatico doveva però essere controllato dal centro (difficoltà di comunicazione rendevano gli ambasciatori molto autonomi). L'amministrazione tipica dello Stato moderno fu infatti formalizzata in modo gerarchico, a partire dalla persona del re, attraverso i primi segretari di Stato. La "cancelleria" del sovrano fu per certi aspetti una struttura tipica delle nuove istituzioni (segretari specializzati per ambiti d'intervento: economia, rapporti col territorio, guerra, ecc).
Il campo delle relazioni con l'estero restò l'ultimo a professionalizzarsi in senso burocratico, perché i sovrani lo gestirono gelosamente in prima persona. Solo lentamente quindi si sviluppò una struttura di servizio che istruiva e sorvegliava la conduzione degli affari esteri.
Guerra ed economia: la ricorrenza dei conflitti contribuiva a rafforzare il senso delle identità statuali e quelle specifiche contrapposizioni tra popoli diversi che cominciarono a strutturare l'immaginario collettivo europeo. La cosiddetta "rivoluzione militare" avvenuta tra Cinque- e Settecento, imperniata sulla centralità crescente delle unità di fanteria dotate di artiglieria pesante, aveva innalzato fortemente il livello degli armamenti e le dimensioni degli eserciti.
Diffusione dell'idea di una guerra controllata, al fine di evitare guerre di sterminio o conflitti troppo costosi in termini di risorse (non solo umane). La guerra era infatti un motivo di ingenti spese che contribuì alla centralizzazione reale dell'autorità nelle mani dello Stato (non vi erano altri soggetti in grado di mobilitare tante risorse per finanziare un conflitto). Ecco che per risolvere tale problema, nel Seicento si avviò una rivoluzione finanziaria - sviluppo sistema bancario.
Il successo di un sistema basato su debiti organizzati di poteri pubblici chiedeva un'efficiente raccolta di prestiti e il mantenimento di un credito dei governi. In questo i Paesi Bassi furono all'avanguardia, ma fu in GB - 1751, Consolidating Act - che si inaugurò un sistema di titoli di debito di Stato moderno.
Fernand Braudel: economia mondo. Un sistema economico integrato, ampio ma geograficamente definito (dimensioni inizialmente molto meno che mondiali) e sostanzialmente chiuso rispetto ad altri sistemi.
N.B. Fino a tutto il Settecento ogni area geografica produceva le merci di cui aveva bisogno in modo autonomo. La gran parte del commercio era locale, o, al più interregionale. L'epoca di un'economia davvero mondiale arrivò nel corso dell'Ottocento, in gran parte come conseguenza e non come premessa dell'allargamento produttivo innescato dalla rivoluzione industriale.
Di tutti i sistemi al di fuori di quello europeo, l'unico con cui i potentati europei (tanto per intensi conflitti geo-strategici, ideologici e religiosi, quanto per più pacifici rapporti commerciali) ebbero contatto fu il sistema islamico.
La svolta nel XVI secolo:la grande stagione delle scoperte europee andò di pari passo all'avvio di una evoluzione tecnologica e organizzativa. Il progresso tecnico dotò gli europei di un vantaggio rispetto ad altre civiltà e permise quindi di instaurare rapporti di controllo e dipendenza che divennero progressivamente strutturali.
Le scoperte geografiche e le successive conquiste innescarono meccanismi commerciali su scala intercontinentale (metalli preziosi, te, caffè, zucchero, spezie, schiavi). Si diffuse inoltre la pratica di dare "in appalto" monopoli commerciali a compagnie marinare private (es. la Compagnia delle Indie).
Trasposizione dell'imperialismo dal continente (dov'era fallito, sostituito da Stati autonomi che si rispettavano reciprocamente) all'esterno, dove i popoli e le comunità esistenti non godevano (agli occhi degli europei) del diritto di sovranità al pari dei loro Stati.
Competizione tra europei per l'influenza fuori del continente. Secondo una mentalità mercantilista, il lento avvio dell'imperialismo di fine Quattrocento visse perlopiù di basi commerciali costiere: tanto che fino al Sette-Ottocento non apparve predominante l'idea dell'uomo europeo come dotato ci una capacità e forza straordinarie rispetto alle altre civiltà, padrone e guida eletta "del mondo". L'imperialismo di dominio penetrante fu dunque tardivo, perlopiù di matrice inglese.
Gli equilibri di potere sul continente: nel XVI secolo tentativo di rifondare l'Impero universale per mano degli Asburgo (crollato nel 1555 dopo Carlo V)
Dalle guerre di religione emerge forte solida la Francia, Stato popoloso e dalla florida agricoltura. Anche le aspirazioni egemoniche francesi furono però bloccate da forti coalizioni, ormai l'idea stessa di impero universale era inaccettabile sul continente europeo. Dopo la guerra di successione spagnola e il conseguente Trattato di Utrecht (1713) fu accettato un sistema di equilibrio, definito come mezzo per la pace generale e la tranquillità dell'Europa.
Un simile sistema era difficile da realizzare: 1. Ogni Stato aveva una propria percezione dell'equilibrio e di come mantenerlo. 2. Non andava salvaguardato solo l'equilibrio europeo, ma pure quello delle varie regioni dei diversi Stati. E in effetti, in nome di questo "equilibrio superiore", spesso durante il Settecento Stati minori videro violare il loro diritto di sovranità e indipendenza.
Rispetto ad un passato di lotte imperiali, con assi di potere ben definiti, il moderno sistema pluralista di potenze regionali e continentali era più instabile e caratterizzato da alleanze mobili e mutevoli.
Il sistema conosceva quindi membri a pieno titolo, alcuni soggetti intermedi e una serie di minori entità politiche, condannate a divenire semplici oggetti della politica internazionale. L'equilibrio europeo, in termini globali, riguardava soprattutto quei cinque Stati che furono confermati dal ciclo delle guerre napoleoniche come "grandi potenze": GB, Francia, Russia, impero asburgico, Prussia.
Impero asburgico: esteso ad est e nei Balcani, racchiudeva in sé un pluralismo etnico difficile da domare nell'epoca dello Stato moderno centralizzato. Era mantenuto in vita dagli alleati come utile (e ultimo) baluardo contro l'espansionismo ottomano.
Francia: se da una parte era una indiscutibile potenza demografica e continentale, dall'altra l'eccessiva centralizzazione, volontà di controllo in ogni ambito della vita, eccessiva burocratizzazione, impedivano e ostacolavano uno sviluppo economico al pari di quello britannico, che infatti vinse i francesi in diversi ambiti coloniali.
Inghilterra: Stato più snello, sistema di "pesi e contrappesi non scritto" (costituzione informale) e tuttavia organizzazione solida e stabile. Forte integrazione tra politica e classi economiche ne fecero una potenza coloniale senza pari. Il rapporto con il continente era utilitaristico: la GB interveniva in Europa soltanto quando i suoi interessi erano in gioco, con l'uso mirato della forza militare, il condizionamento del proprio potere marittimo oppure la pesantezza della propria capacità finanziaria.
Prussia: staterello provinciale fino al XVII secolo, fu solo nel 1700 che la Prussia diede avvio ad un rapido processo di accentramento politico, basato sulla solida alleanza aristocrazia feudale/ proprietà terriera (junkers). Effetto di tale alleanza fu un esercito di incomparabile efficienza.
Russia: la cultura asiatica e la religione cristiano-ortodossa tennero la Russia fuori del sistema europeo a lungo: XVIII secolo spinta europeizzatrice di Pietro il Grande; sul finire dello stesso secolo, espansionismo di Caterina II (conquiste in Svezia, Turchia, Polonia). Questi eventi resero all'inizio del XIX secolo la Russia membro effettivo del sistema europeo, riconosciuta anche dagli altri Stati. L'occidentalizzazione delle classi dirigenti russe generò sia entusiasmo che resistenza, e questa antinomia fu caratteristica della potenza per lungo tempo.