Gli inizi dell'assistenza ai minorati visivi
Le persone con disabilità sensoriali furono, già dal
'500, tra le prime a ricevere qualche attenzione in
senso riabilitativo e educativo, ma è l'800 che Aliegro
considera una tappa storica per l'assistenza ai
minorati visivi, l'inizio di una battaglia per «la
redenzione da uno stato di uomini di seconda classe».
E' il secolo dell'assistenza istituzionalizzata in cui
sorsero istituti, soprattutto in Europa e negli Stati
Uniti, dedicati esclusivamente a persone con
minorazioni visive.
Nascita dei primi istituti per ciechi
- I primi istituti in Italia sorsero a Napoli,
Padova, Milano. In pochi decenni furono
molte le città italiane che si
confrontarono e sostennero le realtà che
accoglievano persone non vedenti,
soprattutto bambini di bassa estrazione
sociale.
Permanenza assistenziale in Istituto
Così E. Ceppi descrive Romagnoli a Bologna: «Per
12 anni, dal 1884 al 1896, trascorreva fanciullezza
e adolescenza nel tetro ambiente di un austero
palazzo dedicandosi alternativamente, secondo le
possibilità offerte dall'ambiente, ora all'intreccio
di vimini, ora all'impagliatura di sedie, ora agli
studi musicali».
Approccio caratterizzante gli istituti
- Queste erano alcune delle attività più comuni svolte negli istituti che
rimanevano vincolati a un impegno prevalentemente assistenziale e a
una considerazione della minorazione visiva come «un impedimento
insuperabile verso l'acquisizione di concrete forme di cultura e di
conoscenze adeguate alla realtà circostante» (Ceppi).
- L' approccio sostenuto all'interno di queste realtà ha in parte
contribuito a creare un'immagine della cecità poco realistica, secondo
la quale un cieco può svolgere solo professioni a basso profilo.
Reinserimento e diffusione del metodo Braille
- Alle difficoltà menzionate si accompagna anche quella legata
al reinserimento sociale dei non vedenti dovuta alla lunga
permanenza nei convitti, difficoltà che portò i ragazzi a
divenire «estranei ai loro genitori e ai fratelli» (Romagnoli)
- Con la diffusione, a opera di questi istituti, del metodo di
lettura e scrittura messo a punto da Luis Braille negli anni
Venti dell'Ottocento, i ragazzi non vedenti poterono
accostarsi, sia pure con sacrifici, alle fonti della cultura.
Romagnoli e la tiflologia
- La trascrizione dei testi in codice Braille con punteruolo e tavoletta
richiedeva tempo e fatica fisica, ma permetteva ai ciechi di leggere e
studiare con una autonomia mai, fino ad allora, sperimentata.
- Nel '900, con Romagnoli, in Italia l'educazione e l'istruzione dei ciechi
assume il carattere di scienza: la tiflologia. Romagnoli, docente di
filosofia, non vedente dal primo mese di vita, promosse una diversa
concezione della minorazione visiva, non più considerata come male
da superarsi, ma come situazione personale e sociale che necessita
di essere conosciuta e compresa.
Romagnoli e l'educazione dei non vedenti
- Egli conobbe e trasferì nei metodi di educazione per non vedenti
elementi del metodo messo a punto dalla Montessori, soprattutto
nella scelta e nell' elaborazione del materiale didattico e si impegnò
nella costruzione di una scuola attiva, operativa, dove all'attività
fisica si affiancava un'intensa stimolazione della curiosità e
dell'intelligenza. Grazie a Romagnoli l'educazione dei non vedenti
diventò oggetto di importanti revisioni a livello nazionale, sia da un
punto di vista metodologico che normativo. Nel 1923 R. collaborò alla
stesura delle norme per l'istruzione delle persone con disabilità che,
con la Riforma Gentile, resero obbligatoria l'istruzione per ciechi e
sordi.
Fondazione dell'Unione Italiana Ciechi e Ipovedenti
- Altri importanti passi furono compiuti dall'UICI, fondata nel 1920 da
A Nicolodi. Questa associazione contribuì alla trasformazione di molti
istituti per ciechi in luoghi di educazione e istruzione, ottenendo che
la loro supervisione passasse dal Ministro degli Interni a quello della
Pubblica Istruzione.
- I movimenti di deistituzionalizzazione degli anni Sessanta e Settanta
tracciarono il percorso che portò alla progressiva chiusura delle
scuole speciali, tra cui gli istituti per ciechi, e delle classi
differenziali.
La Legge n.360/1976
- Con la Legge 360 del 1976 fu data alle famiglie la possibilità di
scegliere tra la permanenza in istituto e l'inserimento nelle scuole
primarie pubbliche. Aprire le porte delle scuole ai bambini con
disabilità prevedeva la considerazione del disabile come persona,
comportava l'assunzione di un nuovo atteggiamento fatto di rispetto
e di crescita civile e la necessità di provvedere a una ristrutturazione
dell'ambiente, dell'istituzione scolastica e delle modalità di
insegnamento.
Scuole pubbliche impreparate
.In realtà le scuole pubbliche erano impreparate ad
accogliere i bambini non vedenti (mancavano
strumenti didattici, risorse economiche, insegnanti
preparati), mentre gli istituti continuavano a dare
maggiori garanzie. Così per molti anni ancora schiere
di bimbi e adolescenti furono mandati a studiare
lontani da casa, nelle città
italiane in cui si
trovavano le scuole speciali.
Da inserimento a integrazione
- Nel 1977, con la Legge n. 517, in Italia si crearono le condizioni per
lo storico passaggio da inserimento a integrazione, che segnò l'inizio
di quel processo che ha poi portato alla stesura della Legge
104/1992, la cosiddetta Legge-quadro sull'handicap. Tra le critiche
ricorrenti alla Legge n. 104 vi è la scarsa operatività, l'assenza di
una definizione innovativa dei diritti delle persone disabili e un
marcato carattere assistenzialista. Ciò nonostante, la Legge-quadro
mantiene un primato legislativo in materia di disabilità a livello
europeo e traccia uno sfondo teorico e operativo più ampio dando
sviluppo a potenzialità che permettano l'autonomia personale della
persona con disabilità.
Conferenza europea sui disabili visivi, Budapest 1995
- Nel 1995, a Budapest si è tenuta la conferenza europea sui
disabili visivi, organizzata dal Consiglio internazionale per
l'istruzione e l'educazione delle persone con disabilità visiva
(ICEVI), alla quale hanno partecipato 35 Paesi europei. La
Conferenza è stata una grande opportunità di scambio di
idee e di esperienze sugli sviluppi in ambito riabilitativo e,
soprattutto, in quello educativo e dell'integrazione scolastica
e sociale.
Budapest 1995: equilibrio e integrazione
- Antonio Quatraro sottolinea che: « .. tutti gli
interventi hanno dato conto di un problema comune,
ossia la ricerca di un punto di equilibrio tra l'esigenza
di concrescere con la società dei normo- vedenti e
l'altra, ugualmente funzionale allo sviluppo armonico
dell'individuo, di costruire momenti specifici,
rispettosi delle esigenze individuali connesse alla
presenza del deficit».
- La ricerca di questo «punto di equilibrio»
continua oggi in una realtà scolastica
nella quale la presenza degli alunni non
vedenti e ipovedenti appare consolidata,
ma non per questo esente da
problematiche più generali connesse al
processo di integrazione.
Competenze specifiche
Le competenze necessarie a costruire un
percorso efficace, corretto e coerente che
tenga conto delle caratteristiche percettive
e cognitive di un bambino con deficit visivo
richiedono una formazione e un'esperienza
didattica specifiche che includono la conoscenza
di metodologie, tecniche, strumenti e ausili
dedicati.
Inadeguati e soli?
E' comprensibile che molte volte gli
insegnanti si sentano inadeguati e soli di
fronte a tale complessità e a richieste che
vanno ben al di là del loro
percorso
professionale e formativo.
Supporto di competenze specifiche
- Il supporto di figure con competenze specifiche
sulle disabilità visive -quali il tiflologo e gli
assistenti alla comunicazione, sebbene formati e
qualificati - è molto importante per provvedere
alla strutturazione di un adeguato setting di
apprendimento e per individuare le strategie
maggiormente funzionali, ma sarebbe riduttivo
e penalizzante pensare che ciò sia sufficiente.
•
.Compito di chi vive e lavora nella scuola
rimane quello di promuovere un
processo che porti a una riflessione
diversa sull'educazione e sulla presenza
di persone con disabilità nei contesti
formativi.
- Una forma di accoglienza che attraversa la
condivisione di ambienti, materiali didattici,
strategie, narrazioni ed esperienze, la strada da
seguire è quella che richiede alla scuola un
ripensamento che parte da se stessa, un
cambiamento di prospettiva nei presupposti che
orientano e definiscono la riflessione e l'azione
pedagogica.