Documento di Università sulla Teoria e Pratica del Servizio Sociale: Un'introduzione. Il Pdf analizza le teorie psicoanalitiche e critiche, concetti come empowerment e advocacy, fornendo una solida base teorica per lo studio universitario.
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Luca Fazzi
Il servizio sociale è una professione che si realizza principalmente sul piano della pratica, ma, nonostante ciò, la conoscenza della teoria è fondamentale.
Caso di Luigino: pag. 9-10
Le teorie hanno un valore puramente euristico, gli operatori grazie ad esse possono valutare la coerenza delle proprie azioni con specifici assunti metodologici e valutativi. Ci sono diversi gruppi di teorie:
Le teorie sono una cornice in cui si possono ritrovare alcune problematiche; con un atteggiamento orientato all'apprendimento e alla riflessività l'operatore può utilizzare tali teorie in maniera pluralistica e integrata per interrogare la prassi e la realtà.
Edith Abbot, americana protagonista della stagione pioneristica del servizio sociale, prima donna direttrice universitaria che istituì il primo programma di formazione in servizio sociale e si impegnò a organizzare attività in contrasto alla povertà, al lavoro minorile e in sostegno agli immigrati. Abbot definì il servizio sociale la "professione dei confini" in quanto improntata a una mobilità continua in cui c'è cambiamento e interazione tra ambienti e spazi di pensiero e di lavoro diversi. Infatti, gli assistenti sociali devono essere in grado di interrogare la realtà secondo schemi in grado di generare nuovi interrogativi e nuove ipotesi, piuttosto che risposte; è per questo indispensabile la conoscenza delle teorie del comportamento umano per sviluppare un pensiero critico e riflessivo.
[1] La pratica è una dimensione essenziale per il servizio sociale, tutto quello che è stato imparato in aula alla prova del campo viene riorganizzato e rielaborato in quanto aumenta il numero di variabili che entrano in campo e le soluzioni teoriche diventano insufficienti. Per anni il servizio sociale è stato considerato una semi-professione perché ha attinto i propri fondamenti teorici da diverse discipline, come la psicologia e sociologia. In assenza di una disciplina teorica specifica per ottenere un riconoscimento professionale ci si è ancorati alla pratica: lo spazio d'espressione della professionalità di assistente sociale è la relazione d'aiuto, in cui sono evidenti la discrezionalità, l'autonomia e la capacità di problem solving del professionista.
[2] Caso dei fratelli Ibrahim e Aziz: pag. 22-23
Oggi nei servizi sociali è molto marcata la pressione a lavorare sui deficit e sui problemi che porta gli operatori ad avere una minore capacità di lettura dei fenomeni, in particolare, a causa della specializzazione e proceduralizzazione burocratica si crea una sorta di "incapacità addestrata". In particolare, in assenza di fondamenti teorici, si finisce per affrontare i problemi con una "professionalità esperienzale", ossia ad operare in modo meccanico e irriflesso, adottando scorciatoie cognitive. In conclusione, tra pratica e teorie ci deve essere un rapporto dialettico: né l'una né l'altra è sufficiente da sola, ma è necessaria un'inclusione nella pratica di riferimenti teorici e argomentazioni pluraliste. Proprio per questo bisogna prestare attenzione affinché l'esperienza non si trasformi in una trappola cognitiva e bisogna inseguire una maggiore comprensione del comportamento umano con una costante capacità di interrogare e porre domande alla pratica quotidiana.
[3] In quest'ottica, la funzione della teoria è la promozione di nuovi interrogativi per questo Malcom Payne definisce una teoria del servizio sociale "ogni teoria che aiuta a comprendere il lavoro di servizio sociale". Questa definizione è molto ampia, per questo Nash e i suoi colleghi nel 2005 hanno circoscritto la definizione considerando una teoria di servizio sociale l'insieme di assunti e spiegazioni delle realtà funzionali allo svolgimento della pratica degli operatori; tale definizione rischia però di subordinare alla pratica la scelta degli assunti teorici da adottare > Caso di Astrid pag. 27
1È, dunque, fondamentale per l'esercizio della professione di assistente sociale la conoscenza approfondita di diversi riferimenti teorici, in particolare di quelli ecologici e comunitari, oggi poco utilizzati perché più veloce e immediato concentrarsi sul singolo caso piuttosto che considerare anche i sistemi socioculturali in cui è inserito l'individuo.
[4] Caso di Laura, un'assistente sociale che svolge attività di supervisione ai professionisti e nota una sempre maggiore difficoltà ad avere un pensiero critico tra i giovani assistenti sociali che hanno anche una bassa preparazione teorica: "sono molto appiattite sul fare e sanno meno argomentare".
È naturale che ogni professionista sviluppi una preferenza verso alcune teorie specifiche del servizio sociale, ma, nonostante ciò, bisogna sempre tener presente che ogni teoria è selettiva in quanto attribuisce rilievo ad alcune variabili e a certe relazioni causali sottovalutandone altre; proprio per questo assumere a riferimento una teoria dominante costituisce un grave problema metodologico. Infatti, è sempre in agguato il rischio di assumere approcci di lavoro abitudinari e risultare scarsamente critici e riflessivi, senza tener conto che l'agire degli individui è condizionato da vari fattori e può essere interpretato solo attraverso chiavi di lettura plurali e differenziate. Tale atteggiamento pluralistico viene definito da Arthur Koestler bisociazione, ossia un'associazione cognitiva di due o più piani di coerenza diversi e antitetici di interpretazione della realtà. In conclusione, l'esperienza pratica è un punto di equilibrio per valutare il contributo che le diverse teorie possono fornire per chiarire e interpretare bisogni e problemi.
[5] Essere competenti sule teorie del servizio sociale permette gli assistenti sociali di:
[1] Le teorie psicoanalitiche sono a lungo state un punto di riferimento importante per il servizio sociale, in particolare la teoria psicanalitica. L'assistente sociale non è chiamato a psicoanalizzare le persone, ma a orientare la sua valutazione alla luce delle teorie che considera e a sfruttare il potenziale terapeutico insito in ogni contatto con gli utenti.
Caso di Marzia: pag. 36
Bowen ricorda come sia frequente per il servizio sociale l'incontro con individui che rifiutano ogni forma di aiuto apparentemente senza alcuna ragione, ma analizzando in modo psicanalitico tali situazioni si dà la giusta rilevanza alle emozioni e ai conflitti interiori che sono spesso le principali cause dei problemi e delle difficoltà degli individui.
Il padre della psicoanalisi è Sigmund Freud, nato nel 1835 nel vecchio Impero austroungarico da una famiglia di origine ebraica. Alla fine, dell'800 si avvicina agli studi neurologici e all'isteria, malattia che studia a Parigi con Charnot, neurologo con un approccio fisiologico verso l'isteria e che utilizzava come strumento di lavoro l'ipnosi. Tornato a Vienna Freud collabora con il dottor Joseph Breuer, il primo a curare una donna isterica tramite l'ipnosi.
Freud matura, così le sue teorie:
23. Super Io: è una sorta di coscienza morale e ha la funzione di controllare gli impulsi antisociali con il meccanismo del senso di colpa.
Per risolvere le disfunzionalità, secondo Freud, bisogna risalire ai meccanismi dell'inconscio attraverso il dialogo tra psicoanalista e paziente con il metodo delle libere associazioni. La relazione tra paziente e psicoanalista assume centralità anche grazie al transfert o translazione con cui l'individuo tende a spostare schemi emotivi da una relazione significante vissuta in passato a quella del presente con lo psicoanalista; tale meccanismo è definito proiettivo e il compito dell'analista è quello di riannodarlo al passato. Un altro elemento importante nelle teorie freudiane è quello di alleanza terapeutica: la psicoanalisi può essere praticata con successo solo in presenza di una collaborazione attiva e di una condivisione di intenti tra analista e paziente.
A seguito della pubblicazione delle teorie freudiane molti studiosi le criticarono, mentre altri vi si ispirarono. In particolare, Melaine Klein si ispirò alle teorie freudiane per sviluppare un suo pensiero secondo cui le pulsioni si possono realizzare solo in relazione a oggetti interiorizzati il cui obiettivo non è la gratificazione, ma l'oggetto stesso. Questo spostamento delle teorie psicoanalitiche dalla concezione pulsionale freudiana a quella relazionale kleiniana è la base teorica dello sviluppo di diverse teorie che incorporano un approccio psicoanalitico applicato al servizio sociale. Una di queste teorie è quella dell'attaccamento di John Bowbly, psicanalista che sostiene l'importanza dell'attaccamento in tutti i periodi della vita, ma in particolar modo nell'infanzia durante la quale l'attaccamento risponde ai due bisogni fondamentali: il nutrimento e la protezione affettiva.
Un altro studio importante per l'approccio psicoanalitico al servizio sociale è quello di Erik Erikson che in parte riprende la teoria dell'inconscio freudiano e quella dello sviluppo che viene però ampliata così da includere tutte le fasi della vita che è dunque suddivisa in otto stadi (vedi lezione 1).
[2] Le teorie psicodinamiche iniziano a influenzare le pratiche di servizio sociale nei primi decenni del Novecento, anni in cui nasce la prima scuola di servizio sociale di impostazione psicanalitica in America: la Smith College School of Social Work. Il motivo principale del successo dell'approccio psicoanalitico nel servizio sociale è dovuto al fondamento scientifico di tale approccio che consentiva di ottenere un maggiore riconoscimento professionale. Alla fine della Seconda Guerra Mondiale l'influenza psicanalitica tende ad aumentare, in particolare per il trattamento dei disturbi post traumatici dagli eventi bellici con cui si sperimentano nuove tecniche, come il gruopwork e i family groups. Soprattutto nei paesi anglosassoni nascono nuovi servizi per minori sfollati e orfani con la diffusione del casework e dell'approccio psicosociale secondo cui il comportamento umano è condizionato da fattori sia interni che esterni. Centrale nel servizio sociale è lo sforzo di "mobilitare i punti di forza della personalità e le risorse ambientali per migliorare le opportunità disponibili agli individui e sviluppare un più efficacie funzionamento personale e interpersonale" - Hollis.
A metà degli anni'60 la psicanalisi viene messa da parte in favore di approcci sociologici, ma viene poi recuperata dagli anni '90 in cui si registra un'attenzione al pluralismo teorico. In particolare, le tecniche psicoanalitiche trovano oggi applicazione nel lavoro con: minori, tossicodipendenti, malati mentali, reduci di guerra e persone con traumi da maltrattamento, violenza o abbandono.
[3] [4] La valutazione è la parte del lavoro degli assistenti sociali che può trarre più spunti da un approccio psicanalitico in quanto si può rapportare con un vissuto interiore non esplicitato e che necessita di essere portato in superficie.
Caso di Anna (assistente sociale): pag. 46-47
Le teorie psicodinamiche mettono al centro dell'analisi il vissuto dell'individuo focalizzandosi sulle esperienze emotive e dell'inconscio e trovano larga applicazione nel lavoro con minori o con genitori di bambini con disabilità. Gli operatori che conoscono le teorie psicanalitiche possono riconoscere la natura profonda di alcuni comportamenti e aiutare gli individui a prenderne consapevolezza.
[5] Nelle teorie psicodinamiche la relazione tra operatore e utente è un fondamentale orientamento teorico per organizzare il lavoro, in quanto è al tempo stesso strumento di diagnosi e terapia. La costruzione di una relazione interpersonale positiva per l'efficacia del lavoro sociale si basa su tre assunti:
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