Teoria e pratica del servizio sociale: un'introduzione completa

Documento di Università sulla Teoria e Pratica del Servizio Sociale: Un'introduzione. Il Pdf analizza le teorie psicoanalitiche e critiche, concetti come empowerment e advocacy, fornendo una solida base teorica per lo studio universitario.

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TEORIA E PRATICA DEL SERVIZIO SOCIALE: UN’INTRODUZIONE
Luca Fazzi
Introduzione:
Il servizio sociale è una professione che si realizza principalmente sul piano della pratica, ma, nonostante c, la
conoscenza della teoria è fondamentale.
Caso di Luigino: pag. 9-10
Le teorie hanno un valore puramente euristico, gli operatori grazie ad esse possono valutare la coerenza delle
proprie azioni con specifici assunti metodologici e valutativi. Ci sono diversi gruppi di teorie:
1. Teorie psicologiche: dimensione psicologica e interiore del comportamento umano, attenzione ai processi
cognitivi, mentali e interpersonali
2. Teorie sistemiche: rapporti tra gli individui e i sistemi (famiglia, cultura, economia)
3. Teorie della conoscenza: processi e meccanismi attraverso cui si può conoscere la realtà
4. Teorie della critica alle condizioni sociali e politiche che generano esclusione e svantaggio sociale, lassistente
sociale è un agente di cambiamento
Le teorie sono una cornice in cui si possono ritrovare alcune problematiche; con un atteggiamento orientato
all’apprendimento e alla riflessività l’operatore può utilizzare tali teorie in maniera pluralistica e integrata per
interrogare la prassi e la realtà.
Edith Abbot, americana protagonista della stagione pioneristica del servizio sociale, prima donna direttrice
universitaria che istituì il primo programma di formazione in servizio sociale e si impegnò a organizzare attività in
contrasto alla povertà, al lavoro minorile e in sostegno agli immigrati. Abbot definì il servizio sociale la “professione
dei confini” in quanto improntata a una mobilità continua in cui c’è cambiamento e interazione tra ambienti e spazi
di pensiero e di lavoro diversi. Infatti, gli assistenti sociali devono essere in grado di interrogare la realtà secondo
schemi in grado di generare nuovi interrogativi e nuove ipotesi, piuttosto che risposte; è per questo indispensabile la
conoscenza delle teorie del comportamento umano per sviluppare un pensiero critico e riflessivo.
Teoria e pratica nel servizio sociale cap. 1
[1] La pratica è una dimensione essenziale per il servizio sociale, tutto quello che è stato imparato in aula alla prova
del campo viene riorganizzato e rielaborato in quanto aumenta il numero di variabili che entrano in campo e le
soluzioni teoriche diventano insufficienti. Per anni il servizio sociale è stato considerato una semi-professione perché
ha attinto i propri fondamenti teorici da diverse discipline, come la psicologia e sociologia. In assenza di una
disciplina teorica specifica per ottenere un riconoscimento professionale ci si è ancorati alla pratica: lo spazio
d’espressione della professionalità di assistente sociale è la relazione d’aiuto, in cui sono evidenti la discrezionalità,
l’autonomia e la capacità di problem solving del professionista.
[2] Caso dei fratelli Ibrahim e Aziz: pag. 22-23
Oggi nei servizi sociali è molto marcata la pressione a lavorare sui deficit e sui problemi che porta gli operatori ad
avere una minore capacità di lettura dei fenomeni, in particolare, a causa della specializzazione e
proceduralizzazione burocratica si crea una sorta di “incapacità addestrata”. In particolare, in assenza di fondamenti
teorici, si finisce per affrontare i problemi con una “professionalità esperienzale”, ossia ad operare in modo
meccanico e irriflesso, adottando scorciatoie cognitive. In conclusione, tra pratica e teorie ci deve essere un rapporto
dialettico: né l’una né laltra è sufficiente da sola, ma è necessaria un’inclusione nella pratica di riferimenti teorici e
argomentazioni pluraliste. Proprio per questo bisogna prestare attenzione affinché lesperienza non si trasformi in
una trappola cognitiva e bisogna inseguire una maggiore comprensione del comportamento umano con una
costante capacità di interrogare e porre domande alla pratica quotidiana.
[3] In quest’ottica, la funzione della teoria è la promozione di nuovi interrogativi per questo Malcom Payne definisce
una teoria del servizio sociale “ogni teoria che aiuta a comprendere il lavoro di servizio sociale”. Questa definizione è
molto ampia, per questo Nash e i suoi colleghi nel 2005 hanno circoscritto la definizione considerando una teoria di
servizio sociale l’insieme di assunti e spiegazioni delle realtà funzionali allo svolgimento della pratica degli operatori;
tale definizione rischia però di subordinare alla pratica la scelta degli assunti teorici da adottare Caso di Astrid
pag. 27
2
È, dunque, fondamentale per l’esercizio della professione di assistente sociale la conoscenza approfondita di diversi
riferimenti teorici, in particolare di quelli ecologici e comunitari, oggi poco utilizzati perché più veloce e immediato
concentrarsi sul singolo caso piuttosto che considerare anche i sistemi socioculturali in cui è inserito lindividuo.
[4] Caso di Laura, un’assistente sociale che svolge attività di supervisione ai professionisti e nota una sempre
maggiore difficoltà ad avere un pensiero critico tra i giovani assistenti sociali che hanno anche una bassa
preparazione teorica: “sono molto appiattite sul fare e sanno meno argomentare”.
È naturale che ogni professionista sviluppi una preferenza verso alcune teorie specifiche del servizio sociale, ma,
nonostante ciò, bisogna sempre tener presente che ogni teoria è selettiva in quanto attribuisce rilievo ad alcune
variabili e a certe relazioni causali sottovalutandone altre; proprio per questo assumere a riferimento una teoria
dominante costituisce un grave problema metodologico. Infatti, è sempre in agguato il rischio di assumere approcci
di lavoro abitudinari e risultare scarsamente critici e riflessivi, senza tener conto che l’agire degli individui è
condizionato da vari fattori e può essere interpretato solo attraverso chiavi di lettura plurali e differenziate. Tale
atteggiamento pluralistico viene definito da Arthur Koestler bisociazione, ossia un’associazione cognitiva di due o p
piani di coerenza diversi e antitetici di interpretazione della realtà. In conclusione, l’esperienza pratica è un punto di
equilibrio per valutare il contributo che le diverse teorie possono fornire per chiarire e interpretare bisogni e
problemi.
[5] Essere competenti sule teorie del servizio sociale permette gli assistenti sociali di:
- Rinforzare la propria capacità di analisi.
- Aumentare la propria legittimazione sociale e istituzionale: oggi la professionalità passa, non tanto dal
riferimento scientifico alla teoria, ma dalla capacità di argomentazione e di risoluzione effettiva dei
problemi; e, in questo, il pluralismo teorico in questo ha una funzione decisiva in quanto più ci sono diversi
punti di vista per analizzare un problema e più è probabile che gli operatori riescano a leggerne la
complessità.
LE TEORIE PSICANALITICHE cap. 2
[1] Le teorie psicoanalitiche sono a lungo state un punto di riferimento importante per il servizio sociale, in
particolare la teoria psicanalitica. L’assistente sociale non è chiamato a psicoanalizzare le persone, ma a orientare la
sua valutazione alla luce delle teorie che considera e a sfruttare il potenziale terapeutico insito in ogni contatto con
gli utenti.
Caso di Marzia: pag. 36
Bowen ricorda come sia frequente per il servizio sociale lincontro con individui che rifiutano ogni forma di aiuto
apparentemente senza alcuna ragione, ma analizzando in modo psicanalitico tali situazioni si la giusta rilevanza
alle emozioni e ai conflitti interiori che sono spesso le principali cause dei problemi e delle difficoltà degli individui.
Il padre della psicoanalisi è Sigmund Freud, nato nel 1835 nel vecchio Impero austroungarico da una famiglia di
origine ebraica. Alla fine, dell800 si avvicina agli studi neurologici e all’isteria, malattia che studia a Parigi con
Charnot, neurologo con un approccio fisiologico verso listeria e che utilizzava come strumento di lavoro l’ipnosi.
Tornato a Vienna Freud collabora con il dottor Joseph Breuer, il primo a curare una donna isterica tramite l’ipnosi.
Freud matura, così le sue teorie:
- Abreazione: lo sbocco di un conflitto emotivo rimosso che, per guarire il paziente, deve essere riportato in
superficie attraverso le tecniche psicanalitiche.
- La psiche è la causa principale di problematiche come nevrosi, stress, ansia e altre disfunzionalità; in
particolare, alcuni disturbi comportamentali sono dovuti a una tensione tra le pulsioni primarie e il modo
con il quale hanno trovato risposta nella prima fase della vita. Infatti, l’Io sposta sul piano dell’inconscio
(rimozione) problemi che non riesce a gestire razionalmente, ma così facendo non elimina il problema, anzi
lo trasforma in un disagio interiore che porta a disfunzionalità.
- Sono le dinamiche intrapsichiche a determinare la personalità, che è divisa su tre livelli:
1. Es: livello più profondo dove si trovano le pulsioni di sopravvivenza, eros, istinto di morte; è la voce
della natura, cerca una soddisfazione immediata e irrazionale e non ha morale.
2. Io: gestisce i rapporti con la realtà organizzando gli stimoli ambientali e mediando le pulsioni interiori
con le esigenze di mediazione sociale.

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Anteprima

Introduzione al Servizio Sociale

Luca Fazzi

Il servizio sociale è una professione che si realizza principalmente sul piano della pratica, ma, nonostante ciò, la conoscenza della teoria è fondamentale.

Caso di Luigino: pag. 9-10

Le teorie hanno un valore puramente euristico, gli operatori grazie ad esse possono valutare la coerenza delle proprie azioni con specifici assunti metodologici e valutativi. Ci sono diversi gruppi di teorie:

  1. Teorie psicologiche: dimensione psicologica e interiore del comportamento umano, attenzione ai processi cognitivi, mentali e interpersonali
  2. Teorie sistemiche: rapporti tra gli individui e i sistemi (famiglia, cultura, economia)
  3. Teorie della conoscenza: processi e meccanismi attraverso cui si può conoscere la realtà
  4. Teorie della critica alle condizioni sociali e politiche che generano esclusione e svantaggio sociale, l'assistente sociale è un agente di cambiamento

Le teorie sono una cornice in cui si possono ritrovare alcune problematiche; con un atteggiamento orientato all'apprendimento e alla riflessività l'operatore può utilizzare tali teorie in maniera pluralistica e integrata per interrogare la prassi e la realtà.

Edith Abbot, americana protagonista della stagione pioneristica del servizio sociale, prima donna direttrice universitaria che istituì il primo programma di formazione in servizio sociale e si impegnò a organizzare attività in contrasto alla povertà, al lavoro minorile e in sostegno agli immigrati. Abbot definì il servizio sociale la "professione dei confini" in quanto improntata a una mobilità continua in cui c'è cambiamento e interazione tra ambienti e spazi di pensiero e di lavoro diversi. Infatti, gli assistenti sociali devono essere in grado di interrogare la realtà secondo schemi in grado di generare nuovi interrogativi e nuove ipotesi, piuttosto che risposte; è per questo indispensabile la conoscenza delle teorie del comportamento umano per sviluppare un pensiero critico e riflessivo.

Teoria e Pratica nel Servizio Sociale - Capitolo 1

[1] La pratica è una dimensione essenziale per il servizio sociale, tutto quello che è stato imparato in aula alla prova del campo viene riorganizzato e rielaborato in quanto aumenta il numero di variabili che entrano in campo e le soluzioni teoriche diventano insufficienti. Per anni il servizio sociale è stato considerato una semi-professione perché ha attinto i propri fondamenti teorici da diverse discipline, come la psicologia e sociologia. In assenza di una disciplina teorica specifica per ottenere un riconoscimento professionale ci si è ancorati alla pratica: lo spazio d'espressione della professionalità di assistente sociale è la relazione d'aiuto, in cui sono evidenti la discrezionalità, l'autonomia e la capacità di problem solving del professionista.

[2] Caso dei fratelli Ibrahim e Aziz: pag. 22-23

Oggi nei servizi sociali è molto marcata la pressione a lavorare sui deficit e sui problemi che porta gli operatori ad avere una minore capacità di lettura dei fenomeni, in particolare, a causa della specializzazione e proceduralizzazione burocratica si crea una sorta di "incapacità addestrata". In particolare, in assenza di fondamenti teorici, si finisce per affrontare i problemi con una "professionalità esperienzale", ossia ad operare in modo meccanico e irriflesso, adottando scorciatoie cognitive. In conclusione, tra pratica e teorie ci deve essere un rapporto dialettico: né l'una né l'altra è sufficiente da sola, ma è necessaria un'inclusione nella pratica di riferimenti teorici e argomentazioni pluraliste. Proprio per questo bisogna prestare attenzione affinché l'esperienza non si trasformi in una trappola cognitiva e bisogna inseguire una maggiore comprensione del comportamento umano con una costante capacità di interrogare e porre domande alla pratica quotidiana.

[3] In quest'ottica, la funzione della teoria è la promozione di nuovi interrogativi per questo Malcom Payne definisce una teoria del servizio sociale "ogni teoria che aiuta a comprendere il lavoro di servizio sociale". Questa definizione è molto ampia, per questo Nash e i suoi colleghi nel 2005 hanno circoscritto la definizione considerando una teoria di servizio sociale l'insieme di assunti e spiegazioni delle realtà funzionali allo svolgimento della pratica degli operatori; tale definizione rischia però di subordinare alla pratica la scelta degli assunti teorici da adottare > Caso di Astrid pag. 27

1È, dunque, fondamentale per l'esercizio della professione di assistente sociale la conoscenza approfondita di diversi riferimenti teorici, in particolare di quelli ecologici e comunitari, oggi poco utilizzati perché più veloce e immediato concentrarsi sul singolo caso piuttosto che considerare anche i sistemi socioculturali in cui è inserito l'individuo.

[4] Caso di Laura, un'assistente sociale che svolge attività di supervisione ai professionisti e nota una sempre maggiore difficoltà ad avere un pensiero critico tra i giovani assistenti sociali che hanno anche una bassa preparazione teorica: "sono molto appiattite sul fare e sanno meno argomentare".

È naturale che ogni professionista sviluppi una preferenza verso alcune teorie specifiche del servizio sociale, ma, nonostante ciò, bisogna sempre tener presente che ogni teoria è selettiva in quanto attribuisce rilievo ad alcune variabili e a certe relazioni causali sottovalutandone altre; proprio per questo assumere a riferimento una teoria dominante costituisce un grave problema metodologico. Infatti, è sempre in agguato il rischio di assumere approcci di lavoro abitudinari e risultare scarsamente critici e riflessivi, senza tener conto che l'agire degli individui è condizionato da vari fattori e può essere interpretato solo attraverso chiavi di lettura plurali e differenziate. Tale atteggiamento pluralistico viene definito da Arthur Koestler bisociazione, ossia un'associazione cognitiva di due o più piani di coerenza diversi e antitetici di interpretazione della realtà. In conclusione, l'esperienza pratica è un punto di equilibrio per valutare il contributo che le diverse teorie possono fornire per chiarire e interpretare bisogni e problemi.

[5] Essere competenti sule teorie del servizio sociale permette gli assistenti sociali di:

  • Rinforzare la propria capacità di analisi.
  • Aumentare la propria legittimazione sociale e istituzionale: oggi la professionalità passa, non tanto dal riferimento scientifico alla teoria, ma dalla capacità di argomentazione e di risoluzione effettiva dei problemi; e, in questo, il pluralismo teorico in questo ha una funzione decisiva in quanto più ci sono diversi punti di vista per analizzare un problema e più è probabile che gli operatori riescano a leggerne la complessità.

Le Teorie Psicoanalitiche - Capitolo 2

[1] Le teorie psicoanalitiche sono a lungo state un punto di riferimento importante per il servizio sociale, in particolare la teoria psicanalitica. L'assistente sociale non è chiamato a psicoanalizzare le persone, ma a orientare la sua valutazione alla luce delle teorie che considera e a sfruttare il potenziale terapeutico insito in ogni contatto con gli utenti.

Caso di Marzia: pag. 36

Bowen ricorda come sia frequente per il servizio sociale l'incontro con individui che rifiutano ogni forma di aiuto apparentemente senza alcuna ragione, ma analizzando in modo psicanalitico tali situazioni si dà la giusta rilevanza alle emozioni e ai conflitti interiori che sono spesso le principali cause dei problemi e delle difficoltà degli individui.

Il padre della psicoanalisi è Sigmund Freud, nato nel 1835 nel vecchio Impero austroungarico da una famiglia di origine ebraica. Alla fine, dell'800 si avvicina agli studi neurologici e all'isteria, malattia che studia a Parigi con Charnot, neurologo con un approccio fisiologico verso l'isteria e che utilizzava come strumento di lavoro l'ipnosi. Tornato a Vienna Freud collabora con il dottor Joseph Breuer, il primo a curare una donna isterica tramite l'ipnosi.

Teorie di Freud

Freud matura, così le sue teorie:

  • Abreazione: lo sbocco di un conflitto emotivo rimosso che, per guarire il paziente, deve essere riportato in superficie attraverso le tecniche psicanalitiche.
  • La psiche è la causa principale di problematiche come nevrosi, stress, ansia e altre disfunzionalità; in particolare, alcuni disturbi comportamentali sono dovuti a una tensione tra le pulsioni primarie e il modo con il quale hanno trovato risposta nella prima fase della vita. Infatti, l'lo sposta sul piano dell'inconscio (rimozione) problemi che non riesce a gestire razionalmente, ma così facendo non elimina il problema, anzi lo trasforma in un disagio interiore che porta a disfunzionalità.
  • Sono le dinamiche intrapsichiche a determinare la personalità, che è divisa su tre livelli:
  1. Es: livello più profondo dove si trovano le pulsioni di sopravvivenza, eros, istinto di morte; è la voce della natura, cerca una soddisfazione immediata e irrazionale e non ha morale.
  2. Io: gestisce i rapporti con la realtà organizzando gli stimoli ambientali e mediando le pulsioni interiori con le esigenze di mediazione sociale.

23. Super Io: è una sorta di coscienza morale e ha la funzione di controllare gli impulsi antisociali con il meccanismo del senso di colpa.

  • Lo sviluppo della personalità è caratterizzato da diversi stadi evolutivi che iniziano fin dall'infanzia: fase orale, anale, fallico edipica e genitale (vedi lezione 1)

Per risolvere le disfunzionalità, secondo Freud, bisogna risalire ai meccanismi dell'inconscio attraverso il dialogo tra psicoanalista e paziente con il metodo delle libere associazioni. La relazione tra paziente e psicoanalista assume centralità anche grazie al transfert o translazione con cui l'individuo tende a spostare schemi emotivi da una relazione significante vissuta in passato a quella del presente con lo psicoanalista; tale meccanismo è definito proiettivo e il compito dell'analista è quello di riannodarlo al passato. Un altro elemento importante nelle teorie freudiane è quello di alleanza terapeutica: la psicoanalisi può essere praticata con successo solo in presenza di una collaborazione attiva e di una condivisione di intenti tra analista e paziente.

Sviluppi delle Teorie Psicoanalitiche

A seguito della pubblicazione delle teorie freudiane molti studiosi le criticarono, mentre altri vi si ispirarono. In particolare, Melaine Klein si ispirò alle teorie freudiane per sviluppare un suo pensiero secondo cui le pulsioni si possono realizzare solo in relazione a oggetti interiorizzati il cui obiettivo non è la gratificazione, ma l'oggetto stesso. Questo spostamento delle teorie psicoanalitiche dalla concezione pulsionale freudiana a quella relazionale kleiniana è la base teorica dello sviluppo di diverse teorie che incorporano un approccio psicoanalitico applicato al servizio sociale. Una di queste teorie è quella dell'attaccamento di John Bowbly, psicanalista che sostiene l'importanza dell'attaccamento in tutti i periodi della vita, ma in particolar modo nell'infanzia durante la quale l'attaccamento risponde ai due bisogni fondamentali: il nutrimento e la protezione affettiva.

Un altro studio importante per l'approccio psicoanalitico al servizio sociale è quello di Erik Erikson che in parte riprende la teoria dell'inconscio freudiano e quella dello sviluppo che viene però ampliata così da includere tutte le fasi della vita che è dunque suddivisa in otto stadi (vedi lezione 1).

Influenza delle Teorie Psicodinamiche nel Servizio Sociale

[2] Le teorie psicodinamiche iniziano a influenzare le pratiche di servizio sociale nei primi decenni del Novecento, anni in cui nasce la prima scuola di servizio sociale di impostazione psicanalitica in America: la Smith College School of Social Work. Il motivo principale del successo dell'approccio psicoanalitico nel servizio sociale è dovuto al fondamento scientifico di tale approccio che consentiva di ottenere un maggiore riconoscimento professionale. Alla fine della Seconda Guerra Mondiale l'influenza psicanalitica tende ad aumentare, in particolare per il trattamento dei disturbi post traumatici dagli eventi bellici con cui si sperimentano nuove tecniche, come il gruopwork e i family groups. Soprattutto nei paesi anglosassoni nascono nuovi servizi per minori sfollati e orfani con la diffusione del casework e dell'approccio psicosociale secondo cui il comportamento umano è condizionato da fattori sia interni che esterni. Centrale nel servizio sociale è lo sforzo di "mobilitare i punti di forza della personalità e le risorse ambientali per migliorare le opportunità disponibili agli individui e sviluppare un più efficacie funzionamento personale e interpersonale" - Hollis.

A metà degli anni'60 la psicanalisi viene messa da parte in favore di approcci sociologici, ma viene poi recuperata dagli anni '90 in cui si registra un'attenzione al pluralismo teorico. In particolare, le tecniche psicoanalitiche trovano oggi applicazione nel lavoro con: minori, tossicodipendenti, malati mentali, reduci di guerra e persone con traumi da maltrattamento, violenza o abbandono.

Valutazione e Approccio Psicanalitico

[3] [4] La valutazione è la parte del lavoro degli assistenti sociali che può trarre più spunti da un approccio psicanalitico in quanto si può rapportare con un vissuto interiore non esplicitato e che necessita di essere portato in superficie.

Caso di Anna (assistente sociale): pag. 46-47

Le teorie psicodinamiche mettono al centro dell'analisi il vissuto dell'individuo focalizzandosi sulle esperienze emotive e dell'inconscio e trovano larga applicazione nel lavoro con minori o con genitori di bambini con disabilità. Gli operatori che conoscono le teorie psicanalitiche possono riconoscere la natura profonda di alcuni comportamenti e aiutare gli individui a prenderne consapevolezza.

Relazione Operatore-Utente nelle Teorie Psicodinamiche

[5] Nelle teorie psicodinamiche la relazione tra operatore e utente è un fondamentale orientamento teorico per organizzare il lavoro, in quanto è al tempo stesso strumento di diagnosi e terapia. La costruzione di una relazione interpersonale positiva per l'efficacia del lavoro sociale si basa su tre assunti:

  1. L'ascolto: strumento principale della valutazione e implica un atteggiamento disponibile, empatico e attento dell'operatore. L'ascolto nel caso in cui ci siano fenomeni di rimozione si declina nel metodo psicanalitico delle libere associazioni, con cui lo psicanalista invita il soggetto a parlare liberamente del proprio vissuto e

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