Il linguaggio burocratico: definizioni, tipologie e problematiche

Documento dall'Università degli Studi di Palermo (unipa) sul linguaggio burocratico di Sergio Lubello. Il Pdf esplora le definizioni, le tipologie e le problematiche legate alla chiarezza e alla trasparenza, con un focus sulla semplificazione e la comunicazione pubblica, utile per studenti universitari che affrontano materie come la Comunicazione Politica.

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IL LINGUAGGIO BUROCRATICO -
SERGIO LUBELLO
Comunicazione Politica
Università degli Studi di Palermo (UNIPA)
14 pag.
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RIASSUNTO
IL LINGUAGGIO BUROCRATICO
(Sergio Lubello)
INTRODUZIONE
Uno Stato efficiente deve comunicare in modo chiaro e trasparente: un avviso oscuro, una circolare mal
formulata non ostacolano solo la comprensione ma possono creare anche fraintendimenti.
Il problema della comprensione dei testi burocratici va affrontata all'interno della generale condizione
italiana tutt'altro rassicurante e sulla quale da anni insiste Tullio De Mauro. Per ciò che riguarda la
popolazione scolarizzata, l'analisi dei risultati dei test d'accesso a corsi di laurea (anche umanistici) rileva
in molti casi la difficoltà di lettura di testi mediamente complessi: basta un grafico, una tabella, un giro di
frase più complesso che la comprensione del testo venga compromessa.
1. LINGUA E BUROCRAZIA (P.13)
1.1 Precisazioni preliminari
La parola “burocrazia” è marcata negativamente fin dall'origine, indicando non una legittima autorità ma lo
strapotere degli uffici ( il primo elemento è di origine francese “bureaux” = uffici, mentre il secondo
elemento “-crazia” che significa “potere”, non ha un valore neutro come in burocrazia, ma una
connotazione polemica). Esso compare per la prima volta in italiano nel 1781.
Per cominciare è necessario un inquadramento del linguaggio burocratico all'interno della varietà della
lingua. In base ai 4 assi di variazione si distinguono in:
varietà diatopiche
, che dipendono dal luogo (si tratta di varietà orizzontali secondo l'asse
geografico)
varietà diastratiche
, che dipende da fattori sociali ( ceti e gruppi di appartenenza, livelli di
istruzione e formazione)
varietà diamesiche
, legate al mezzo usato per comunicare, che può essere il canale scritto o quello
parlato (o quello trasmesso – testi televisivi, corrispondenze in chat, sms sul cellulare)
varietà diafasiche
, dipendenti dalle situazioni e dai contesti in cui si trova il parlante/scrivente, dai
suoi destinatari, dallo scopo della comunicazione: vi appartengono gli stili, i registri e i codici
linguistici, ma anche i linguaggi legati a gruppi precisi di utenti, a settori disciplinari, i cosiddetti
linguaggi tecnico-specialistici e settoriali.
A queste ultime va ascritto il linguaggio burocratico che non è tecnico-specialistico o settoriale e conosce
un'ampia gamma di realizzazioni testuali, di contesti d'uso e di pubblico; è tendenzialmente scritto, legato
a un uso codificato e fortemente formalizzato, quindi a un registro alto della lingua. Si applica a una real
molto sfuggente dal momento che può essere usato nelle circostanze più diverse( in casa, in ufficio, in
stazione ecc.). il linguaggio burocratico è una variante particolarmente estesa del linguaggio giuridico dalla
cui conoscenza non si può prescindere se si vogliono apprendere le tecniche per la semplificazione.
1.2 Italiano e burocratese (P.15)
La trasparenza e la semplicità del linguaggio burocratico implicano la trasparenza e la semplicità in primis
negli atti e nella comunicazione con i cittadini. A caratterizzare il burocratese, viene spesso citato un brano
classico di Italo Calvino (Per ora sommersi dall'antilingua) in cui l'autore fornisce un'efficace
caratterizzazione dell'antilingua burocratica: un brigadiere si trova davanti alla macchina da scrivere e
seduto di fronte a lui l'interrogato che risponde alle domande balbettando, ma attento a dire tutto quello che
ha da dire nel modo più preciso e senza una parola di troppo. (vedi brano p.15).
Nella verbalizzazione del brigadiere, i contenuti sono gli stessi ma le differenze linguistiche sono notevoli.
Il testo dell'interrogato è formulato in prima persona, è più breve e organizzato in una struttura sintattica
semplice, contiene parole d'uso comune e della vita quotidiana. Nella traduzione in burocratese fatta dal
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RIASSUNTO

IL LINGUAGGIO BUROCRATICO

(Sergio Lubello)

INTRODUZIONE

Uno Stato efficiente deve comunicare in modo chiaro e trasparente: un avviso oscuro, una circolare mal formulata non ostacolano solo la comprensione ma possono creare anche fraintendimenti. Il problema della comprensione dei testi burocratici va affrontata all'interno della generale condizione italiana tutt'altro rassicurante e sulla quale da anni insiste Tullio De Mauro. Per ciò che riguarda la popolazione scolarizzata, l'analisi dei risultati dei test d'accesso a corsi di laurea (anche umanistici) rileva in molti casi la difficoltà di lettura di testi mediamente complessi: basta un grafico, una tabella, un giro di frase più complesso che la comprensione del testo venga compromessa.

1. LINGUA E BUROCRAZIA (P.13)

1.1 Precisazioni preliminari

La parola "burocrazia" è marcata negativamente fin dall'origine, indicando non una legittima autorità ma lo strapotere degli uffici ( il primo elemento è di origine francese "bureaux" = uffici, mentre il secondo elemento "-crazia" che significa "potere", non ha un valore neutro come in burocrazia, ma una connotazione polemica). Esso compare per la prima volta in italiano nel 1781. Per cominciare è necessario un inquadramento del linguaggio burocratico all'interno della varietà della lingua. In base ai 4 assi di variazione si distinguono in:

  • varietà diatopiche, che dipendono dal luogo (si tratta di varietà orizzontali secondo l'asse geografico)
  • varietà diastratiche, che dipende da fattori sociali ( ceti e gruppi di appartenenza, livelli di istruzione e formazione)
  • varietà diamesiche, legate al mezzo usato per comunicare, che può essere il canale scritto o quello parlato (o quello trasmesso - testi televisivi, corrispondenze in chat, sms sul cellulare)
  • varietà diafasiche, dipendenti dalle situazioni e dai contesti in cui si trova il parlante/scrivente, dai suoi destinatari, dallo scopo della comunicazione: vi appartengono gli stili, i registri e i codici linguistici, ma anche i linguaggi legati a gruppi precisi di utenti, a settori disciplinari, i cosiddetti linguaggi tecnico-specialistici e settoriali.

A queste ultime va ascritto il linguaggio burocratico che non è tecnico-specialistico o settoriale e conosce un'ampia gamma di realizzazioni testuali, di contesti d'uso e di pubblico; è tendenzialmente scritto, legato a un uso codificato e fortemente formalizzato, quindi a un registro alto della lingua. Si applica a una realtà molto sfuggente dal momento che può essere usato nelle circostanze più diverse( in casa, in ufficio, in stazione ecc.). il linguaggio burocratico è una variante particolarmente estesa del linguaggio giuridico dalla cui conoscenza non si può prescindere se si vogliono apprendere le tecniche per la semplificazione.

1.2 Italiano e burocratese (P.15)

La trasparenza e la semplicità del linguaggio burocratico implicano la trasparenza e la semplicità in primis negli atti e nella comunicazione con i cittadini. A caratterizzare il burocratese, viene spesso citato un brano classico di Italo Calvino (Per ora sommersi dall'antilingua) in cui l'autore fornisce un'efficace caratterizzazione dell'antilingua burocratica: un brigadiere si trova davanti alla macchina da scrivere e seduto di fronte a lui l'interrogato che risponde alle domande balbettando, ma attento a dire tutto quello che ha da dire nel modo più preciso e senza una parola di troppo. (vedi brano p.15). Nella verbalizzazione del brigadiere, i contenuti sono gli stessi ma le differenze linguistiche sono notevoli. Il testo dell'interrogato è formulato in prima persona, è più breve e organizzato in una struttura sintattica semplice, contiene parole d'uso comune e della vita quotidiana. Nella traduzione in burocratese fatta dal brigadiere, il discorso viene trascritto in terza persona, il testo è molto più lungo ed è costituito da un solo periodo; alle parole concrete, comprensibili e semplici, vengono sostituite parole o perifrasi complesse e ciò può anche creare ambiguità. Dal momento che ne burocratese si imbattono ogni giorno molti cittadini alle prese con pratiche di ordinaria amministrazione, agli inizi degli anni '80 sono nate iniziative miranti a modernizzare e semplificare la comunicazione scritta delle amministrazioni e degli uffici con i cittadini. Da allora qualche passo avanti significativo è stato fatto ma ancora resta molto da fare.

1.3 Tra norma e uso (p.18)

La tipologia dei testi burocratici è molto ampia e tale varietà rende molto difficile una classificazione esaustiva di questi testi, aggravata anche dalla diversità degli scriventi, dei destinatari, dei canali e degli scopi. Ne consegue che si ha a che fare con un linguaggio quanto mai eterogeneo, riguardanti i temi e gli oggetti più disparati.

2. UN EXCURSUS STORICO (P.21)

Di un italiano burocratico a rigore si può parlare solo a partire dalla nascita del Regno d'Italia nel 1861. pur con le dovute differenze tra la fase preunitaria e postunitaria, trattandosi di realtà politiche e quindi di apparati amministrativi diversi, si può sostenere che la necessità di convergenza linguistica emerga nel tempo come fattore costante essendo di uguale matrice la spinta che soggiace ai volgarizzamenti di statuti redatti in latino, alla formazione di koinè cancelleresche del '400, fino al processo di unificazione amministrativa all'indomani dell'Unità in un paese in gran parte analfabeta. Nei primi secoli dell'italiano il confine tra linguaggio giuridico e quello burocratico-amministrativo è quasi inesistente poiché sono gli stessi i testi che li tramandano: il linguaggio burocratico, come quello giuridico da cui deriva, è espressione del potere e delle istituzioni e rappresenta il tessuto connettivo tra la norma astratta e il cittadino.

2.1 Dagli statuti comunali alle koinè cancelleresche (P.22)

Quella dell'italiano burocratico è la storia della conquista da parte del volgare di territori appartenenti allo spazio di scrittura in latino. Anche se il latino, lingua ufficiale del diritto romano, resterà ben saldo in alcune aree anche fino al '700, il volgare comincia a essere adoperato nelle scritture ufficiali delle cancellerie comunali tra il '200 e il '300. È stata spesso sottolineata la centralità della figura del notaio, che per mestiere usava il latino, ma svolgeva un ruolo fondamentale di mediatore, dovendo passare al volgare nella comunicazione con i clienti spesso digiuni di latino, se non analfabeti, e si trovava perciò al centro di uno scambio costante tra latino e volgare, in una sorta di bilinguismo la cui separazione è netta e dipendente dal canale comunicativo. Il rapporto sempre più stretto che nell'Italia comunale si stringeva tra le istituzioni e i cittadini rendeva necessario la comprensione dei documenti che regolamentavano la vita cittadina. Di quelli in latino i comuni provvedevano a dare pubblica lettura nel volgare cittadino. Si può dunque sostenere che il linguaggio burocratico-amministrativo delle origini nasca sopratutto dal bisogno di partecipazione civile e dal declino del latino come lingua dell'uso. L'esigenza di una comunicazione sovralocale negli usi pubblici e ufficiali è alla base della formazione nel '400 delle koinè cancelleresche, lingue sovraregionali in cui sono ridimensionati i tratti municipali e sono privilegiati quei vocaboli, quelle espressioni o quelle forme che trovano appoggio nel modello latino. L'etichetta di koinè cancelleresche riguarda in realtà una vasta gamma di manifestazioni scritte ed è tipica dell'ambiente della cancelleria delle corti signorili, cioè della segreteria e degli uffici preposti al disbrigo degli affari di stato in cui segretari, notai, scrivani alle dipendenze del signore mettevano per iscritto una ricca varietà di testi. La cancelleria è di solito concentrata nella capitale di ogni stato ed è preposta allo scambio con la periferia, ai rapporti con l'estero ecc. i cancellieri, per lo più notai, si spostano da una corte all'altra insieme ai diplomatici e ai vari rappresentanti del signore contribuendo così a promuovere il superamento del particolarismo linguistico. La koinè cancelleresca non corrisponde a un effettivo processo di conguaglio linguistico della comunicazione parlata, trattandosi di fatto più di una costruzione artificiale che nasce da forme di convergenza linguistica dipendente da finalità pratico-comunicative. La koinè si rifà a due modelli fondamentali : il latino da una parte, non quello classico ma quello medievale e giuridico, e il toscano dall'altra. A questi due elementi si aggiunge il volgare locale depurato di elementi troppo vistosamente municipali. In questo triangolo si articolano le diverse koinè cancelleresche che agiscono per tutto il '400, da una parte agevolando la comunicazione scritta tra zone linguisticamente lontane, dall'altra configurandosi come lingue ben diverse dai volgari promossi a scopi divulgativi. Tra l'enorme materiale documentario e i diversi tipi testuali prodotti nelle koinè cancelleresche spiccano le lettere delle corrispondenze delle corti del '400, ben diverse dalle lettere dei mercanti toscano del '200 e del'300: fortemente improntante a modelli retorici come quelle in latino, sono confezionate in uno stile sempre elevato e sorvegliato e con una più netta depurazione dei tratti locali.

2.2 La burocrazia degli stati dell'Italia preunitaria (P.29)

Con l'avanzare del processo di toscanizzazione anche della lingua non letteraria, le lingue cancelleresche tendono a orientarsi verso il toscano. In qualche caso la koinè subisce un processo avanza di tecnicizzazione, con l'eliminazione quasi completa di vocaboli locali in favore di parole toscane dell'uso letterario e di latinismi che diventano presto propri del linguaggio amministrativo. Se aumenta l'omogeneità linguistica tra le lingue ufficiali dei vari stati, questa però si allontana maggiormente dagli usi comuni, parlati: tra '500 e '600 il distacco tra istituzioni tra istituzioni e cittadini si fa più spiccato. A metà del '500 l'uso di latino e volgare nelle scritture giuridiche e amministrative dei vari stati è ancora abbastanza differenziato: alcune zone furono precoci nell'uso dell'italiano;in altre, come Venezia, il latino ebbe vita lunga e fu in auge almeno fino al '700. L'alternanza tra latino e volgare varia sensibilmente da zona a zona e, anche in una stessa area, tra centri cittadini e zone rurali. In aree periferiche come la Sicilia, il volgare siciliano che fino alla fine del '400 aveva sostituito il latino negli usi scritti pratici e burocratici, era entrato, dall'inizio del '500, in una sorta di "competizione silenziosa" con il toscano, competizione durata fino al definitivo affermarsi del volgare tosco-fiorentino segnato dalla Prammatica vicereale del' 8 ottobre 1652, che sanciva l'uso del volgare nelle pratiche notarili. Appare di particolare rilevanza il caso del Piemonte, in cui fu proprio nel settore delle giustizia che i ceti dirigenti imposero l'uso dell'italiano. Fino alla promulgazione del codice napoleonico (1806), in nessun stato italiano, nemmeno nella Toscana di Cosimo, ci fu una decisione univoca, esplicita, chiaramente motivata a favore del volgare così come in Piemonte. Nel '600, sul fronte del diritto, mentre si diffonde la figura del "leugelio", cioè dell'uomo di legge cavilloso e sofistico. Un episodio significativo riguarda la resa in volgare della legge grazie all'opera divulgativa compiuta da Giovan Battista De Luca, avvocato formatosi a Napoli e poi trasferitosi a Roma, che allestì una summa legislativa in volgare: "Il dottor volgare". Negli stati soggetti al governo spagnolo, il linguaggio delle cancellerie vede penetrare, tra '500 e '600, anche alcuni ispanismi. Altrove a contendere lo spazio del latino è un volgare fortemente connotato in senso locale, come nel caso della Repubblica di Venezia in cui un italiano con forte patina veneziana è usato nei documenti ufficiali e nella pratica del foro fino alla pace di Campoformio del 1797, e veneziana è la lingua delle interazioni orali giuridiche e politiche. I regionalismi convivono con i latinismi come nelle antiche scritture cancelleresche. Ovviamente più il contenuto di un testo riguarda usi, prodotti, abitudini locali, più si addensano termini dialettali o regionali, più o meno italianizzanti. L'organizzazione testuale delle "Consulte" consente peraltro di individuare chiaramente come già ben definiti e consolidati alcuni tratti di quella sintassi burocratica ancora oggi in uso: frequenti strutture anaforiche, accentuata presenza di elementi deittici, uso di verbi più marcati al posto di sinonimi comuni.

2.3 La francesizzazione dell'amministrazione (P.34)

La terminologia burocratico-amministrativa subisce tra '700 e '800 un rinnovamento particolarmente rilevante , poiché su di essa con maggiore immediatezza si ripercuotono gli avvenimenti politici di quell'epoca che chiamano prima "giacobina" e poi "napoleonica". Al cosiddetto triennio rivoluzionario (1796-99) risalgono la coniazione del sintagma "lingua burocratica" e molte specializzazioni semantiche in senso burocratico-amministrativo, come quella del verbo "organizzare", che nel '600 aveva acquistato il significato di "ordinare, disporre", e che compare nel significato amministrativo non prima di quegli anni. Importa evidenziare come tra '700 e '800 la lingua del diritto e dell'amministrazione, che s'era ormai avvicinata a diventare compiutamente italiana, stava diventando tecnica, per quel che può essere tecnico un uso che coinvolge grandi moltitudini di destinatari ed utenti. Parallela al processo di tecnicizzazione è la caccia al neologismo, che ha tra i bersagli preferiti proprio la lingua della burocrazia. Al di là delle battaglie tra rigoristi e permissivisti, neopuristi e italianisti, resta il fatto che nella nuova lingua burocratica, così come si era definita attraverso il rinnovamento francesizzante di fine '700, si

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