La psicologia della personalità e i disturbi psichici del comportamento

Documento di Università sulla psicologia della personalità e i disturbi del comportamento. Il Pdf, di Psicologia, esplora il concetto di normalità e i criteri per identificare i disturbi psichici, descrivendo diverse tipologie di disturbi di personalità secondo il DSM-IV.

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LA PSICOLOGIA DELLA PERSONALITA’ E I
DISTURBI (psichici) DEL COMPORTAMENTO
PRIMA PARTE
INTRODUZIONE: NORMALITA’ E DISTURBO
Una parte considerevole delle ricerche sulla psicologia della personalità è nata in ambito clinico,
dalla necessità di meglio comprendere e affrontare i disturbi del comportamento. Psicologia e
psichiatria hanno così studiato il rapporto fra la personalità e i singoli disturbi, la misura in cui
disagi e patologie del comportamento possono essere collegati a cause biologiche o situazioni
esistenziali, essere considerati sofferenze che coinvolgono una sola parte dell’individuo o la
personalità nel suo complesso. Da questi studi si sino sviluppate oltre che teorie e classificazioni,
anche differenti pratiche sociali nei confronti delle persone definite “mentalmente malate” o “folli”.
I SIGNIFICATI DELLA NORMALITA’
Etimologicamente ciò che p” normale” p sempre relativo a una “norma”: pertanto non esiste un
valore assoluto di normalità, ma solo una normalità secondo determinati criteri. I criteri di
normalità esistenti a livello sociale possono essere esaminati e i loro problemi messi in luce, ma
difficilmente sarà possibile individuarne uno assolutamente valido e definitivo.
1) Un criterio per definire la normalità può ad esempio essere quello che fa appello alla
NORMA STATISTICA. In una statistica la curva normale di probabilità indica una
distribuzione in cui la maggior parte del campione si colloca nella parte centrale. Pertanto,
secondo questa definizione, “normale” è chi fa ciò che fa la maggior parte della gente.
2) Un alternativa può essere la definizione in negativo della normalità come assenza di
disturbo. In altre parole , è normale chi viene accettato dal suo ambiente sociale come “non
disturbato” e, a sua volta, non si ritiene “disturbato”.
3) Alla definizione in negativo della normalità se ne affianca una in positivo, la quale vede la
normalità come risultato di una normalizzazione sociale. Secondo questa definizione la
normalità dipende da un modello socialmente prescritto, da una serie di codici di
comportamento che il sistema sociale offre e impone attraverso una serie di premi e castighi,
Pertanto normale è chi segue le regole sociali. Questo conduce ad un problema: se esistono
società e regole sociali negative o “malate” possiamo considerare “normale” chi ne accetta
le regole e i valori? In questo caso una persona che è ritenuta normale secondo una data
concezione sociale può non esserlo secondo un’altra. Ad esempio in una società complessa
come la nostra, dove vigono diverse norme e concezioni del mondo, la “normalità” di chi si
adatta a condizioni sociali de individualizzanti e conformiste si contrappone a quella di colui
che difende la propria individualità rifiutando l’adattamento puro e semplice.
4) Un ulteriore modello di normalità è quella che la vede come costruzione di un individuo
capace di vivere in una condizione socialmente integrata, ma in modo personale, libero e
creativo. Così per i teorici della corrente della “psicologia umanistica”, la “normalità” va
cercata nella tendenza dell’uomo alla personalizzazione, intesa come autorealizzazione
attraverso un adattamento orientato realisticamente nel quadro di un sistema di valori
individuali.
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5) Secondo l’OMS infine la normalità è sinonimo di salute, ovvero il completo benessere
fisico, psichico e sociale” di una persona. Un modo differente di intendere la normalità che
impegna la società ad assicurare le condizioni per questo benessere, essendo a sua volta non
oppressiva e accogliente verso ciascun singolo. Ciò sposta il problema della normalità su un
piano politico ma anche allo stesso tempo sul piano della relatività culturale delle società e
dei rapporti fra esse e gli individui, sollevando una serie di questioni ancora lontane
dall’essere risolte.
QUANDO SI PARLA DI DISTURBI PSICHICI DEL
COMPORTAMENTO (o follia)?
Comportamenti caratterizzati da aggressività e impulsività o da mitezza e riflessività, da rispetto o
assenza della possessività personale, da partecipazione alla vita sociale o isolamento, da aderenza
alla realtà o dalla ricerca di esperienze allucinatorie possono essere considerati, a seconda delle
culture, normali o anormali e folli.
Secondo molti autori la distinzione tra disturbo mentale e normalità si riferisce all’entità e
alla gravità delle difficoltà che il soggetto trova con se stesso e nelle relazioni con gli altri.
La discriminante fondamentale è però spesso il mantenimento del contatto con la realtà, vale a dire
riuscire a distinguere e mantenere separato ciò che è il risultato della propria esperienza soggettiva,
delle proprie idee, fantasie, con la realtà oggettiva.
Allora… Quando si parla di disturbi psichici del comportamento???
1) Quando la persona non è più in grado di mantenere distinte le proprie fantasie o i
propri pensieri dalla realtà oggettiva avrà anche gravi difficoltà di adattamento
sociale.
Le persone che sono affette da disturbo mentale riescono ad utilizzare solo in minima parte le
proprie potenzialità psicologiche. Sia le capacità intellettive, sia le potenzialità affettive sono
impedite nel manifestarsi appieno. Gli impedimenti possono esser fatti risalire ad ostacoli
impalpabili, psicologici (ad esempio, si può sentire dire che una persona è bloccata negli affetti dai
propri complessi), ma possono riguardare ostacoli ben più consistenti, ad esempio traumi infantili
particolarmente devastanti… Qualsiasi sia la causa che può aver scatenato il disturbo, la persona
trova impedimento ad utilizzare completamente le proprie risorse cognitive o affettive.
2) Quando la persona ha difficoltà a comprendere come funzionano i suoi meccanismi
mentali, vale a dire che non conosce bene in quale direzione vadano le proprie
emozioni, come funziona la sua vita affettiva, in quale modo il pensiero e l’intelligenza
controllino la sua vita e il suo comportamento. Per questo motivo, un tratto costante è
l’estrema difficoltà a comprendere e a vivere i propri rapporti con le altre persone e a capire
come funzionano.
3) Quando la persona non è più LIBERA. La persona non riesce a disporre di sé, della
propria vita, si sente intrappolata, senza possibilità di scelta, con l’oppressione causata
da una situazione che si vede come priva di vie di uscita. Si tratta di una sensazione
personale che causa sofferenza e che in alcuni casi può essere indotta anche dal contesto
ambientale in cui si vive. Una situazione priva di alternative era tipica delle istituzioni
manicomiali, adesso è più velata, ma appare chiaramente nei contesti familiari o nei luoghi
di lavoro nel momento in cui ci si viene a trovare etichettati come “malati mentali”

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Anteprima

INTRODUZIONE: NORMALITA' E DISTURBO

Una parte considerevole delle ricerche sulla psicologia della personalità è nata in ambito clinico, dalla necessità di meglio comprendere e affrontare i disturbi del comportamento. Psicologia e psichiatria hanno così studiato il rapporto fra la personalità e i singoli disturbi, la misura in cui disagi e patologie del comportamento possono essere collegati a cause biologiche o situazioni esistenziali, essere considerati sofferenze che coinvolgono una sola parte dell'individuo o la personalità nel suo complesso. Da questi studi si sino sviluppate oltre che teorie e classificazioni, anche differenti pratiche sociali nei confronti delle persone definite "mentalmente malate" o "folli".

I SIGNIFICATI DELLA NORMALITA'

Etimologicamente ciò che p" normale" p sempre relativo a una "norma": pertanto non esiste un valore assoluto di normalità, ma solo una normalità secondo determinati criteri. I criteri di normalità esistenti a livello sociale possono essere esaminati e i loro problemi messi in luce, ma difficilmente sarà possibile individuarne uno assolutamente valido e definitivo.

  1. Un criterio per definire la normalità può ad esempio essere quello che fa appello alla NORMA STATISTICA. In una statistica la curva normale di probabilità indica una distribuzione in cui la maggior parte del campione si colloca nella parte centrale. Pertanto, secondo questa definizione, "normale" è chi fa ciò che fa la maggior parte della gente.
  2. Un alternativa può essere la definizione in negativo della normalità come assenza di disturbo. In altre parole , è normale chi viene accettato dal suo ambiente sociale come "non disturbato" e, a sua volta, non si ritiene "disturbato".
  3. Alla definizione in negativo della normalità se ne affianca una in positivo, la quale vede la normalità come risultato di una normalizzazione sociale. Secondo questa definizione la normalità dipende da un modello socialmente prescritto, da una serie di codici di comportamento che il sistema sociale offre e impone attraverso una serie di premi e castighi, Pertanto normale è chi segue le regole sociali. Questo conduce ad un problema: se esistono società e regole sociali negative o "malate" possiamo considerare "normale" chi ne accetta le regole e i valori? In questo caso una persona che è ritenuta normale secondo una data concezione sociale può non esserlo secondo un'altra. Ad esempio in una società complessa come la nostra, dove vigono diverse norme e concezioni del mondo, la "normalità" di chi si adatta a condizioni sociali de individualizzanti e conformiste si contrappone a quella di colui che difende la propria individualità rifiutando l'adattamento puro e semplice.
  4. Un ulteriore modello di normalità è quella che la vede come costruzione di un individuo capace di vivere in una condizione socialmente integrata, ma in modo personale, libero e creativo. Così per i teorici della corrente della "psicologia umanistica", la "normalità" va cercata nella tendenza dell'uomo alla personalizzazione, intesa come autorealizzazione attraverso un adattamento orientato realisticamente nel quadro di un sistema di valori individuali.
  5. Secondo l'OMS infine la normalità è sinonimo di salute, ovvero "il completo benessere fisico, psichico e sociale" di una persona. Un modo differente di intendere la normalità che impegna la società ad assicurare le condizioni per questo benessere, essendo a sua volta non oppressiva e accogliente verso ciascun singolo. Ciò sposta il problema della normalità su un piano politico ma anche allo stesso tempo sul piano della relatività culturale delle società e dei rapporti fra esse e gli individui, sollevando una serie di questioni ancora lontane dall'essere risolte.

QUANDO SI PARLA DI DISTURBI PSICHICI DEL COMPORTAMENTO (o follia)?

Comportamenti caratterizzati da aggressività e impulsività o da mitezza e riflessività, da rispetto o assenza della possessività personale, da partecipazione alla vita sociale o isolamento, da aderenza alla realtà o dalla ricerca di esperienze allucinatorie possono essere considerati, a seconda delle culture, normali o anormali e folli.

Secondo molti autori la distinzione tra disturbo mentale e normalità si riferisce all'entità e alla gravità delle difficoltà che il soggetto trova con se stesso e nelle relazioni con gli altri. La discriminante fondamentale è però spesso il mantenimento del contatto con la realtà, vale a dire riuscire a distinguere e mantenere separato ciò che è il risultato della propria esperienza soggettiva, delle proprie idee, fantasie, con la realtà oggettiva.

Quando si parla di disturbi psichici del comportamento?

  1. Quando la persona non è più in grado di mantenere distinte le proprie fantasie o i propri pensieri dalla realtà oggettiva avrà anche gravi difficoltà di adattamento sociale.

Le persone che sono affette da disturbo mentale riescono ad utilizzare solo in minima parte le proprie potenzialità psicologiche. Sia le capacità intellettive, sia le potenzialità affettive sono impedite nel manifestarsi appieno. Gli impedimenti possono esser fatti risalire ad ostacoli impalpabili, psicologici (ad esempio, si può sentire dire che una persona è bloccata negli affetti dai propri complessi), ma possono riguardare ostacoli ben più consistenti, ad esempio traumi infantili particolarmente devastanti ... Qualsiasi sia la causa che può aver scatenato il disturbo, la persona trova impedimento ad utilizzare completamente le proprie risorse cognitive o affettive.

  1. Quando la persona ha difficoltà a comprendere come funzionano i suoi meccanismi mentali, vale a dire che non conosce bene in quale direzione vadano le proprie emozioni, come funziona la sua vita affettiva, in quale modo il pensiero e l'intelligenza controllino la sua vita e il suo comportamento. Per questo motivo, un tratto costante è l'estrema difficoltà a comprendere e a vivere i propri rapporti con le altre persone e a capire come funzionano.
  2. Quando la persona non è più LIBERA. La persona non riesce a disporre di sé, della propria vita, si sente intrappolata, senza possibilità di scelta, con l'oppressione causata da una situazione che si vede come priva di vie di uscita. Si tratta di una sensazione personale che causa sofferenza e che in alcuni casi può essere indotta anche dal contesto ambientale in cui si vive. Una situazione priva di alternative era tipica delle istituzioni manicomiali, adesso è più velata, ma appare chiaramente nei contesti familiari o nei luoghi di lavoro nel momento in cui ci si viene a trovare etichettati come "malati mentali"

I COMPORTAMENTI CHE RIENTRANO ALL'INTERNO DEL DISTURBO PSICHICO SI POSSONO CONSIDERARE ...

  • DISADATTIVI PER IL SOGGETTO (limitano le possibilità di integrazione sociale, i rapporti interpersonali, le occasioni di realizzazione di se, il senso di benessere ... )
  • INDESIDERABILI PER IL CONTESTO SOCIALE (in quanto si manifestano con difficoltà ad assumere ruoli familiari, professionali, sociali, adeguati all'età e al contesto)
  • PRIVI DI GIUSTIFICAZIONE APPARENTEMENTE LOGICA (la ragione di alcuni comportamenti non è giustificabile razionalmente all'interno di normali rapporti sociali in quanto le manifestazioni risultano eccessive o strane o inappropriate o pericolose per se e per gli altri)
  • RELATIVAMENTE POCO FREQUENTI (colpiscono una limitata percentuale della popolazione)

Quando la gravità dei sintomi è tale da impedire alla persona di rivestire un ruolo sociale adeguato all'età, al sesso, al contesto sociale di appartenenza il disturbo psichico si presenta come una situazione di disabilità grave.

STORIA DEL TRATTAMENTO DEL DISTURBO DEL COMPORTAMENTO (FOLLIA)

Nella cultura occidentale dell'antichità la follia rientrava in gran parte nella categoria del sacro, veniva classificata come invasamento divino o demoniaco. A seconda dei casi venivano adottati dei sistemi rituali per il recupero dei folli o dei devianti, anche se alcuni medici, come Ippocrate o Galeno, proponevano un approccio "naturalistico" alla malattia mentale.

La trasformazione più rilevante a questo riguardo si veridica con l'età del Rinascimento e della Riforma. Fra il 1487 e il 1489 i frati domenicani Sprenger e Kramer pubblicarono un libro, testo chiave dell'Inquisizione che riduce tutta una serie di manifestazioni di "follia" o "devianza" ad atti di stregoneria da indagare, giudicare e reprimere inflessibilmente. Nel 1547 viene costruito a Londra l'ospedale di Santa Maria di Betlemme allo scopo di custodirvi i "lunatici", ma anche i vagabondi: per circa due secoli verrà considerato un luogo di pubblico spettacolo a pagamento. In seguito gli ospedali saranno anche luoghi di lavoro forzato. Entrambi gli episodi possono essere considerati esemplificativi della tendenza prevalente nell'età moderna, in cui la centralità della ragione si accompagna, in varie forme, all'espulsione, anche fisica (eliminazione o reclusione), della follia.

Gli ospedali per i folli cessano di essere considerati dei semplici luoghi di detenzione soltanto fra la seconda metà del Settecento e la prima metà dell'Ottocento. Studiosi come Muller, Tuke operanti nei diversi paesi d'Europa, cominciano a concepire i folli come persone malate, richiedendo per loro un trattamento più umano come , ad esempio, l'eliminazione delle catene. A trattamenti "medici" come salassi, purghe, bagni gelati vengono così collegati interventi rieducativi, nella convinzione che la follia sia una perversione della volontà.

Le punizioni corporali, l'obbligo di partecipare a estenuanti funzioni religiose rientrano nel progetto di sottomettere la volontà del malato e di sradicare la perversione della sua mente. I medici più eminenti, tuttavia, si battono anche per un diverso approccio, improntato a un "trattamento morale" che preveda il recupero dei malati di mente attraverso relazioni meno oppressive e più tolleranti.

Nel corso della seconda metà dell'Ottocento il problema della follia viene considerato dal pensiero positivista come un malfunzionamento dell'organismo all'origine di comportamenti incomprensibili e spesso incurabili, contrari all'ordine e alla morale "naturali" della civiltà. Gli ospedali psichiatrici veri e propri si sviluppano a partire da quando il tedesco EMIL KRAEPELIN (1856-1926) istituisce la classificazione sistematica della malattie mentali all'origine della psichiatria contemporanea. La clinica delle malattie è però ancora fortemente limitata e il "manicomio" è, nella maggior parte dei casi, solo un luogo di contenimento.

Nella prima metà del XX secolo la pratica terapeutica si arricchisce delle terapie fisiche messe a punto a partire dagli anni Trenta. Fra esse la meno diffusa è la shock insulinico, mentre più praticate sono la psicochirurgia e la terapia elettroconvulsiva (elettroshock). Basate su una posizione fortemente organicista (secondo la quale i disturbi mentali sono disturbi del sistema nervoso), le terapie fisiche di shock partono dal presupposto che l'induzione medica di determinate condizioni di sofferenza a livello cerebrale (come il brave passaggio di corrente elettrica attraverso le tempie ... ) possa produrre miglioramenti (la maggiore accessibilità alla psicoterapia degli schizofrenici dopo il coma insulinico, la sedazione di crisi psicotiche e il superamento di condizioni di depressione grave nel caso dell'elettroschock).

Il cambiamento successivo all'interno degli ospedali psichiatrici si verifica introno alla metà del '900, anzitutto attraverso l'apertura dei reparti, che supera la concezione della malattia mentale come condizione permanente e punta alla remissione e alla dimissione dei pazienti.

L'altra novità è costituita dall'introduzione degli psicofarmaci, con i cosiddetti tranquillanti maggiori, adatti a ridurre i sintomi di patologie gravi come la schizofrenia così da permettere al malato di uscire dall'isolamento e di comunicare. A questo si accompagna una conseguente riduzione dei trattamenti fisici.

Tuttora le terapie chimiche rappresentano il principale approccio terapeutico della psichiatria di indirizzo medico-organico, la quale può appoggiarsi alle numerose ricerche che in questi ultimi anni hanno suggerito la correlazione fra fattori neurologici, predisposizioni genetiche e disturbi mentali.

IL MONDO DEL DISTURBO PSICHICO

DIFFERENZE NEVROSI-PSICOSI

NEVROSI

I disturbi nevrotici sono meno gravi rispetto a quelli psicotici perché non alterano il sistema di realtà del soggetto. Ovvero la persona riesce a riconoscere e discriminare ciò che dipende dalla propria realtà dalla realtà oggettiva.

I disturbi nevrotici entrano nella realtà quotidiana di tutti: sono le ANSIE, le INSICUREZZE, le PAURE IMMOTIVATE, OSSESSIONI.

Per Nevrosi si intende indicare tutti quei disturbi psicologici provocati e caratterizzati da una o più emozioni, le quali sono eccessive e dunque dannose e disfunzionali, come ad esempio ansia, paura,

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