Documento dall'Università degli Studi di Parma su classificare, separare, escludere, Marco Aime. Il Pdf esplora i concetti di etnocentrismo, razzialismo e razzismo, analizzando le loro origini storiche e le manifestazioni sociali, con un focus sull'antisemitismo e la demonizzazione dell'ebreo.
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studocu Classificare, separare, escludere, Marco Aime Antropologia della contemporaneità e rappresentazione dell'alterità (Università degli Studi di Parma) Studocu non è sponsorizzato o supportato da nessuna università o ateneo. Scaricato da Caterina Braga (j4gkt2ggt9@privaterelay.appleid.com)Antropologia della contemporaneità e rappresentazione dell'alterità Classificare, separare, escludere Razzismi e identità di Marco Aime
Erodoto riconosceva già ai suoi tempi la tendenza a classificare come "altri" gli stranieri, i diversi, ponendo se stessi come punto di riferimento. Questo atteggiamento viene chiamato oggi "etnocentrismo". A coniare questa definizione fu il sociologo americano William Graham Sumner, che nel 1906 scriveva: «Etnocentrismo è il termine tecnico che designa una concezione per la quale il proprio gruppo è considerato il centro di ogni cosa, e tutti gli altri sono classificati e valutati in rapporto ad esso». Si tratta dunque di un atteggiamento valutativo, che può esprimersi sia in giudizi sia in azioni.
L'etnocentrismo è un atteggiamento antico, basti pensare alla divisione tra greci e barbari. Non è neppure una "malattia" esclusiva dell'Occidente: la maggior parte degli etnonimi, i nomi che ogni popolazione si attribuisce, esprime una superiorità intrinseca.
Pensiamo anche al proliferare di stereotipi che ogni gruppo umano ha costruito rispetto agli altri. La frammentazione storica e la varietà di pratiche culinarie e di dialetti del nostro paese ha fatto sì che gli stereotipi siano fioriti anche al nostro interno.
In molti casi l'idea di straniero, di Altro, suppone l'esclusione o la marginalizzazione della categoria dell'essere umano di tutti gli altri gruppi. L'elenco è lungo e ci porta a concludere che il pregiudizio snobistico e autoreferenziale di ogni gruppo sembra davvero essere una debolezza umana pressoché universale. La naturalizzazione delle forme culturali più distanti da quelle con cui noi ci identifichiamo può implicare una disumanizzazione dell'altro.
Il riconoscimento della diversità, sebbene in accezione negativa, non porta però sempre e automaticamente ad un atto violento. Le relazioni di tipo canzonatorio svolgono la preziosa funzione di formalizzare e controllare possibili conflitti. Si tratta, come ha scritto Radcliffe-Brown, di una combinazione peculiare di cordialità e antagonismo, dove vi è una pretesa di ostilità e una cordialità reale. Detto in altro modo, la relazione scherzosa è una mancanza di rispetto consentita. Radcliffe-Brown sosteneva che le relazioni scherzose sono modi di organizzare un sistema stabile e ben definito di comportamento sociale in cui sia le componenti che uniscono sia quelle che dividono vengono mantenute e combinate.
1 This document is available free of charge on studocu Scaricato da Caterina Braga (j4gkt2ggt9@privaterelay.appleid.com)Per Lévi-Strauss l'etnocentrismo avrebbe addirittura un valore positivo, in quanto svolge una funzione di conservazione e di differenziazione, anche se questo rischia di condurre ad una incomunicabilità tra culture diverse.
L'etnocentrismo porta a guardare il mondo da un centro, che è sempre il luogo dove siamo noi e pertanto la stessa idea di appartenenza diminuisce di intensità via via che va ampliandosi il contesto di elementi che include. Si tratta comunque di un sentimento più o meno condiviso, che poggia sul piano emotivo, più che su quello razionale.
Ci sono molti modi di declinare l'etnocentrismo: dallo scherzo alla xenofobia.
Nel mondo greco e romano il pregiudizio era soprattutto legato al lignaggio e alla discendenza. Si trattava però di un confine essenzialmente culturale e come tale superabile: un barbaro che avesse imparato bene il greco non veniva più considerato tale e analogamente il figlio di un barbaro, quello che adesso chiameremmo di seconda generazione, non si portava dietro il marchio del padre (purché sapesse parlare correttamente era greco a tutti gli effetti).
Gli antichi greci e romani credevano che le diverse caratteristiche dei popoli, espresse attraverso il modo di parlare e di vestirsi, fossero determinate da fattori esterni come il clima e il territorio. Sarà con la piena affermazione del cristianesimo che verrà introdotto il concetto di conversione universale, che comprometterà significativamente la precedente identificazione dei popoli con il loro territorio.
Il conflitto religioso fra le tre religioni del libro si era impregnato di pregiudizi relativi alla discendenza etnica. Già perseguitati dai politeisti per il loro attaccamento al monoteismo, gli ebrei incarnano da oltre due millenni, agli occhi del mondo cristiano, la figura simbolica del deicida e per questo incombe su di loro lo stigma di essere portatori di una sorta di peccato originale di cui si sarebbero macchiati = antigiudaismo. Essendo però ebrei i fondatori del cristianesimo, i seguaci di Cristo non potevano pensare che ci fosse qualche tara nel sangue o negli antenati degli ebrei. Non era una questione legata alla natura, ma alla religione. La stessa Chiesa cristiana fino al XII secolo prevedeva che gli ebrei potessero emanciparsi da quel peccato originale, attraverso la conversione. Poi qualcosa cambiò e iniziarono i pogrom: l'antigiudaismo, inteso come pregiudizio religioso, si trasforma in una forma di discriminazione basata sulla razza che prende il nome di antisemitismo. Spostando la questione dal piano della cultura a quello della natura, l'antisemitismo si trasformò così in razzismo.
Etnocentrismo e xenofobia sono dei punti di partenza, delle fondamenta su cui si può costruire un'idea di razzismo. Possiamo parlare di razzismo in senso lato, quando le differenze di carattere culturale vengono considerate innate, un prodotto della natura, indelebili ed immutabili.
Più di uno studioso individua i primi sintomi del razzismo moderno nell'istituzione spagnola del XV-XVI secolo nota come limpieza de sangre. Occorreva una nuova narrazione che riportasse nella penisola iberica il fulcro della civiltà, e infatti la regola della limpieza de sangre prevedeva che solo chi era "spagnolo" e cristiano da generazioni potesse accedere alle cariche pubbliche. Si stabiliva così un rapporto deterministico tra la biologia, rappresentata dalla metafora del sangue, e la cultura, in virtù della quale la qualità morali venivano trasmesse con il sangue: con l'inevitabile conclusione che ebrei, musulmani e zingari non erano in alcun modo assimilabili.
2 Scaricato da Caterina Braga (j4gkt2ggt9@privaterelay.appleid.com)Le narrazioni sulla razza tentano di radicare la cultura nella natura ed equiparare i gruppi sociali con le unità biologiche. Essenzializzando sul piano somatico-biologico il diverso, l'Altro, si arriva così a definire nettamente chi erano i puri (Noi) e chi gli impuri (Loro) = protorazzismo fondato sulla purezza del sangue. Così si gettarono le basi di una discriminazione che oggi definiremo razziale. Nel momento in cui le differenze che potevano essere considerate culturali, religiose, etniche vengono percepite come innate e immutabili, inizia il razzismo vero e proprio. Viene meno ogni eventualità che gli individui possano cancellare le differenze mutando la loro identità.
Tanto più agli occhi di uno straniero, noi occidentali sembriamo non riuscire a fare a meno di classificare e catalogare ogni cosa, vivente e non. Sembra difficile concepire un tutto senza suddividerlo in categorie, e sembra ancora più difficile farlo se si pensa al genere umano.
Di fatto ogni cultura è un tentativo di conferire un certo ordine alla natura e al mondo che ci sta intorno. Dall'alto della sua lunga esperienza di ricerca in Africa occidentale Jean-Loup Amselle denuncia quella che chiama "ragione etnologica", un paradigma che spinge a classificare, evidenziando spesso le differenze rispetto alle analogie. Amselle si spinge a sostenere che in moltissimi casi le cosiddette etnie africane siano più il prodotto di un'azione classificatoria che un dato reale.
L'esigenza di classificare per comparare, alla base di tanta antropologia del passato, ha condotto alla creazione di categorie che non sempre rispondono alla realtà. «Non è la nozione di società che dà origine al comparativismo, ma il contrario: è perché ho bisogno di stabilire classificazioni e tipologie che mi creo elementi da classificare, e se mi è legittimamente possibile estrarli dal loro contesto, è perché a priori ho negato che tali elementi siano delle unità politiche situate entro un continuum socio-culturale», sostiene Amselle.
Una delle prime operazioni di "riordino del mondo" è stata la divisione netta tra natura e cultura. Un antichissimo dibattito che ha sempre peccato di eccessiva rigidità, in quanto le due cose non sono separate, ma intimamente connesse. Ma soprattutto, molti studi di carattere antropologico ci dimostrano che tale confine non è uguale per tutti.
Non tutte le società umane hanno isolato quella che noi chiamiamo "natura" come un dominio a parte: gli umani e i non umani non sono visti come esseri che occupano mondi diversi e separati e l'ambiente non è percepito come una sfera oggettiva e autonoma. Come scrive Marshall Sahlins: «per quanto incantato il nostro universo [quello degli occidentali] possa apparire, è altrettanto ordinato da una distinzione tra natura e cultura che non è ovvia per quasi nessun altro che per noi». E soprattutto occorre riflettere sul fatto che gli stessi concetti di natura e cultura sono i prodotti di una classificazione e non dati oggettivi e condivisi da tutti.
La natura, come dice Pessoa, è stata sempre di più rappresentata come un meccanismo di cui va studiato ogni componente e non come un insieme inscindibile, di cui farebbe parte anche l'uomo. Uomo che diventa invece padrone e possessore della natura e che la studia e la scompone anche e soprattutto per sfruttarla.
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