Documento dall'Università degli Studi di Milano su Religioni antiche. Un'introduzione comparata. Il Pdf esplora la distinzione tra magia e religione in Egitto, Grecia e Roma, analizzando termini chiave e pratiche religiose e magiche, utile per lo studio della Storia a livello universitario.
Mostra di più38 pagine


Visualizza gratis il Pdf completo
Registrati per accedere all’intero documento e trasformarlo con l’AI.
(P. Borgeaud e F. Prescendi)
Nella Grecia antica come a Roma non troviamo un testo sacro o rivelato che faccia autorità, bensì usi e costumi che è obbligatorio osservare e che presuppongono un rispetto scrupoloso delle pratiche rituali tradizionali, nonchè un gran numero di racconti condivisi dall'intera comunità: i miti, anch'essi trasmessi nel quadro di una tradizione.
Gli antichi non erano consci di essere politeisti, pensavano che la giusta devozione religiosa fosse posta a metà strada tra l'ateismo (negazione degli dèi) e la superstizione (adesione ingenua). Filone di Alessandria, un pensatore ebraico del I secolo d.C., inventò l'espressione polytheìa ("molteplicità divina") a partire dai termini greci polýs, "molto", e theòs, "dio", al fine di designare un sistema religioso differente da quello ebraico. Questi dèi avevano sfere e modalità d'azione complementari: la libertà d'azione degli uni finiva laddove cominciavano le prerogative degli altri; ogni comunità organizzava i suoi dèi in un pantheon.
Non c'è una parola greca che corrisponda esattamente al termine "religione"; le principali espressioni che possiamo trovare sono:
-> Eusèbeia si traduce con "pietà" o "devozione", per indicare l'atteggiamento corretto nei confronti del sovrannaturale: un sentimento di ammirazione e di rispetto misto a timore (sèbas). ~ Nel De natura deorum, Cicerone spiega che la nozione di religio è strettamente legata a quella di attenzione e persino di scrupolo nel compiere gli atti di culto in onore degli dei. Tale termine corrisponde alla nozione di "culto", nel senso di "prendersi cura degli dei compiendo atti rituali". Questi atti non comprendono soltanto i riti per onorare gli dèi, ma anche la divinazione (l'interpretazione dei segni inviati dalle divinità -auspici e presagi-).
-> I Romani descrivono le loro pratiche religiose con il termine generico di sacra ("le cose sacre", "ciò che appartiene agli dèi"); con il termine ritus, essi intendono il "modo in cui si compie l'azione religiosa", senza alcuna specificazione sul contenuto di tale azione; mentre caerimonia significa ciò che noi intendiamo con "rito". Il diritto che si occupa di tali questioni è lo ius sacrum e fa parte dello ius publicum (diritto pubblico), poichè la religione a Roma non è separata dalle altre sfere della vita comunitaria. Il termine latino pietas è quantomai lontano dalla nostra concezione di "pietà", in quanto esso indica il rispetto verso gli dèi, la patria e la famiglia, come anche la volontà di servirli e onorarli (un esempio di pietas è Enea che, fuggendo da Troia, si preoccupa di prendere con sè il padre, il figlio e gli dèi Penati, per fondare una nuova patria nel Lazio).
Per mostrarsi agli uomini (epifania), gli dèi assumono forme (morphaì) che i sensi umani siano in grado di percepire e che spesso corrispondono a quelle di un essere umano ("antropomorfismo").
Queste statue, che testimoniavano la presenza del dio, erano trattate come fossero persone. L'aspetto antropomorfo degli dèi è ugualmente sottolineato in occasione delle teossenie greche (theoxenia, ossia "accoglienza del dio in quanto ospite") e dei lettisterni romani (lectisternia, banchetti Document shared on www.docsity.com Downloaded by: franco-rossi-17 (cicciovenezia2001@gmail.com)Religione e politeismo nell'antichità riservati solo agli dèi in cui le loro statue erano disposte su letti intorno a tavole imbandite di offerte alimentari). L'affermazione che i Greci e i Romani percepiscono gli dèi come provvisti di forma umana non implica che questi ultimi siano riconducibili a tale forma, in quanto essi non sono persone, ma potenze polimorfe che agiscono nel mondo. Critica all'antropomorfismo e alla mitologia che da esso è caratterizzata:
Gli studiosi del XIX secolo e in parte ancora quelli del XX, affermavano che lo "spirito" dei Romani, più pragmatico di quello dei Greci, avrebbe incoraggiato le attività concrete (il diritto, la guerra, ma anche il rispetto dei riti) ben più che le speculazioni mitologiche. Spesso, quando si parla di mitologia, si pensa a quella greca e più in particolare a storie simili a quelle contenute nella Teogonia di Esiodo, che raccontano l'origine del mondo, la creazione dell'uomo, le genealogie degli dèi, i loro amori, rivalità, e interazioni. - > I Romani, quando raccontano questo genere di storie (come Ovidio nelle Metamorfosi), in realtà riprendono miti già raccontati da autori greci. Ai racconti relativi alla creazione del mondo e dell'umanità, hanno preferito quelli sulla storia del loro popolo e della loro terra, il Lazio: una dimensione importantissima per definirsi in quanto esseri umani è quella di pensarsi come cittadini di Roma. Al centro della loro produzione mitologica si trova l'uomo radicato nel tempo e nello spazio, ma ciò non implica che gli dei siano assenti, poichè il loro intervento nella storia è costante - miti di fondazione della civiltà di Roma (il mito di Enea, quello di Romolo e Remo, quelli degli altri re di Roma, in particolare Numa).
Sarebbe arbitrario considerare la religione greca come una realtà che inglobi armoniosamente l'insieme delle pratiche e delle credenze religiose dei Greci, sebbene l'orgoglio di condividere un insieme di costumi e di norme, unito alla consapevolezza di parlare una lingua comune, permetta ai Greci di distinguersi, ai loro stessi occhi, dai "barbari".
Se alcune pratiche religiose (religioni misteriche, consultazioni oracolari) sono talvolta riservate a certe famiglie o a cerchie di iniziati (gli Eumolpidi, i Cerici, gli Iamidi), ogni uomo greco, quale che sia il suo stato sociale, è capace di rivolgere agli dèi una preghiera e di compiere i gesti fondamentali del sacrificio. La memorizzazione deliberata e la scrittura divengono pratiche religiose solo all'interno di forme marginali di devozione quali l'orfismo (fine VI secolo a.C.), le cui pratiche, destinate a interrompere il ciclo delle reincarnazioni, si rifanno a testi e formule attribuiti a Orfeo, cantore mitico figlio di Apollo; oppure il pitagorismo, sorto nella stessa epoca in Magna Grecia, un movimento spirituale e politico che si richiama all'insegnamento orale di Pitagora.
La religione antica evolve, nel senso che continua ad integrare sempre nuovi dei ed eroi, ma mai in seguito a una decisione individuale. I processi di empietà (vedi quello di Socrate) si basano sulla condanna di iniziative in materia religiosa percepite come troppo individuali. Un culto, per essere riconosciuto come parte integrante del patrimonio della città, dev'essere introdotto a seguito di una procedura controllata dalla città e con l'approvazione degli dei, fatto che implica la consultazione degli oracoli (l'introduzione ad Atene del culto di Teseo, dopo che furono ritrovate le sue ossa e dopo aver consultato la Pizia; l'introduzione ad Atene del culto di Asclepio, il dio medico, intorno al 420 - cioè poco dopo la peste - dopo aver riscontrato il favore dell'oracolo di Delfi). Il fondamento della pietà religiosa greca non è nè un libro (una legge o una Bibbia) nè l'autorità di un clero, mentre invece è grande il ruolo dell'ispirazione, come anche quello dei poeti (Omero ed Esiodo).
Un dio, ci insegna l'Iliade, è al tempo stesso un athànatos (immortale) e un agèraos (un essere non soggetto al gèras, all'invecchiamento): gli dèi si nutrono di ambrosia e di nettare; liberi dai bisogni alimentari di cui sono schiavi i mortali, essi ricevono dagli uomini solo gli aromi e i profumi di sacrifici e offerte vegetali; nelle loro vene non scorre sangue, ma un liquido speciale chiamato ichor. Ciò non impedisce che essi conoscano la sofferenza, che provino desiderio o pena: si rivelano capaci di ogni astuzia e di ogni metamorfosi per unirsi a uomini e donne, in unioni omo o eterosessuali. Pur essendo immortali ed eternamente giovani, non sono tuttavia essenzialmente diversi dagli uomini: ne condividono l'origine, risalendo come questi ultimi a una comune antenata, la Terra (Gaia), madre sia degli dèi sia degli uomini; Pindaro nelle Nemee: "Una è la stirpe umana, una quella divina, e da un'unica madre l'una e l'altra hanno il respiro: ma un potere deciso, intero, li divide: e l'uomo è nulla, ma il cielo, la dimora di bronzo, senza danno, dura eterna. Profondamente ci accostiamo agli immortali, per la grandezza della mente e per questa natura ... ".
La religione romana è una religione "ritualista": ciò implica che il dovere dell'uomo consiste nel compiere correttamente le pratiche religiose secondo la tradizione dei padri (mos maiorum). Ai loro occhi l'esistenza e la grandezza di Roma non potrebbero spiegarsi se non grazie al favore degli dèi, Document shared on www.docsity.com Downloaded by: franco-rossi-17 (cicciovenezia2001@gmail.com)