L'antipolitica al governo: analisi del fenomeno e dei leader outsider

Documento dall'Università sull'antipolitica al governo (Donatella Campus). Il Pdf analizza il concetto di antipolitica nelle democrazie occidentali, esplorando il suo linguaggio e la sua evoluzione, con un focus sui leader outsider come De Gaulle, Reagan e Berlusconi, nel contesto delle Scienze.

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16 pagine

L’ANTIPOLITICA AL GOVERNO (Donatella Campus)
INTRODUZIONE Il linguaggio dell’antipolitica
Nelle moderne democrazie occidentali, l’antipolitica si è diffusa in modo così rilevante nello spazio di pochi decenni
che taluni studiosi la considerano ormai un elemento costante e ineliminabile dei regimi democratici.
Il linguaggio dell’antipolitica utilizzato dai leader per opporsi a chi governa c’è sempre stato ma nelle democrazie
contemporanee questo linguaggio si è accompagnato ad uno sviluppo considerevole dei populisti, proprio come
contrapposizione alla classe politica. Il populismo infatti crea una contrapposizione netta, manichea, tra bene e il
male. Nel popolo risiede il bene assoluto mentre nella classe politica il male assoluto, che viene vista come nemica
del popolo. Antipolitica e populismo sono due concetti molto collegati, proprio perché alla base di entrambi c’è una
netta contrapposizione tra èlite e popolo. L’antipolitica è una dimensione fondamentale del populismo.
Il libro esporrà due tesi principali.
La prima è che l’antipolitica è si un linguaggio di opposizione, in quanto serve a differenziare i nuovi soggetti politici
che entrano sul mercato elettorale dalle forze già presenti in campo, ma può essere anche un linguaggio di governo.
Il linguaggio dell’antipolitica è strutturalmente semplice: si fonda su una logica di contrapposizione Noi/Loro in cui è
l’identificazione del Loro, cioè del nemico, che assegna un significato all’antipolitica stessa. Il noi sottintende
l’identificazione, appunto, del leader con i cittadini, mentre il loro è la classe dominante, lèlite politica, i politici di
professione. L’antipolitica presuppone sempre un piano di trasformazione dello status quo. Una sorta di missione di
trasformazione del sistema politico.
La seconda tesi è che il principale fondamento dell’antipolitica al governo sta nel rapporto diretto che si instaura tra
il leader e i cittadini attraverso i mass media, in particolare la televisione. Il processo di personalizzazione della
politica, e la conseguente presidenzializzazione, hanno creato i presupposti affinché i cittadini formulino aspettative
sempre più alte rispetto alle capacità dei leader di risolvere i problemi nazionali. Il leader, quindi, si trova in prima
persona a rispondere delle promesse fatte in campagna elettorale. Il suo obiettivo deve, pertanto, diventare quello
di mantenere un canale aperto e continuo con i cittadini allo scopo di aggregare il consenso popolare sulle sue
politiche, creando così “l’apparenza del successo”. Questo approccio è stato battezzato going public: è quel processo
attraverso il quale un leader costruisce la propria immagine identificandosi con l’interlocutore, che in questo caso è il
popolo e riesce a farlo grazie ai mass media che hanno proprio il ruolo di riuscire a creare questo rapporto diretto.
Il going public è il prodotto di complesse attività di marketing politico che è basato sulla convinzione che più si
conoscono le opinioni del popolo/pubblico, più si ha successo in questo processo di identificazione ed
immedesimazione. Il successo del going public dipende dal rapporto tra leader e mass media. Se il leader riesce a
orientare favorevolmente l’atteggiamento dei media nei suoi confronti, tanto più sarà in grado di rafforzare la
propria immagine presso l’opinione pubblica. E’ una tecnica molto utilizzata, soprattutto e innanzitutto dai
presidenti americani. Reagan utilizza per primo questa tecnica, arrivando al punto di identificarsi così tanto con il
popolo americano che quest’ultimo faceva le richieste direttamente ai membri del Congresso.
De Gaulle, Reagan, Berlusconi: le ragioni della comparazione
De Gaulle, Reagan e Berlusconi sono personaggi molto diversi. Appartengono a tre diversi paesi, a tre culture
politiche diverse e a tre epoche diverse.
De Gaulle è l’uomo che viene chiamato a diventare capo del governo subito dopo la seconda guerra
mondiale, mentre si sta scrivendo la costituzione della Quarta Repubblica francese. Essendo in un momento
di crisi e caos si decide di affidare il governo ad una figura imponente. Sarà anche il presidente della Quinta
Repubblica. Molto convinto dellunità della Francia, della difesa e della particolarità della Francia. De Gaulle
si schiera contro i partiti politici, che secondo lui dividono i cittadini quando invece bisognerebbe unirli;
Reagan è il presidente che contribuisce a cambiare in modo sostanziale gli equilibri predisponendo la fine
della guerra fredda. Traccerà le caratteristiche del linguaggio dell’antipolitica che ancora oggi vediamo nei
presidenti americani, sia repubblicani che democratici. Il ricorso ad alcuni temi, ad una certa idea
dell’America (della grandezza), sono caratteristiche del suo linguaggio antipolitico;
Berlusconi opera in un contesto totalmente rinnovato dopo il crollo dei regimi comunisti dell’Est e del
sistema partitico italiano.
Le ragioni della comparazione di questi tre leader sono:
1. De Gaulle, Reagan e Berlusconi sono leader outsider (veri, non finti come Renzi e Salvini). Tutti e tre si
ritrovano sulla scena politica provenendo da esperienze di vita e professionali maturate in ambiti estranei a
quello politico.
De Gaulle è un generale dell’esercito francese e un eroe di guerra; Reagan è un attore di Hollywood che si è
trasformato in un public speaker molto apprezzato negli ambienti conservatori della California, è stato anche
un dipendente della General Electrics, in cui si occupava delle pubbliche relazioni; Berlusconi è un
imprenditore e il creatore della più grande azienda televisiva commerciale in Italia.
Questi tre personaggi sono accomunati da alcuni tratti tipici dei leader outsider. Primo, la capacità di
elaborare una visione ambiziosa e originale di come i problemi politici possono essere risolti e la tenacia nel
portare avanti questa visione anche di fronte a molteplici ostacoli e difficoltà; secondo, il coraggio e la
disponibilità di prendersi dei rischi, unitamente ad un’accentuata predisposizione a rompere tradizioni
consolidate e schemi precostituiti; terzo, non solo la consapevolezza di essere outsider, ma anche la scelta
tattica di rimanere tali, una volta al governo.
2. La leadership di de Gaulle, Reagan e Berlusconi emergono come una soluzione a una crisi politica di vaste
proporzioni. Da questo punto di vista, i casi di de Gaulle e Berlusconi sono in assoluto i più simili, date le
notevoli somiglianze esistenti tra la fine della Quarta Repubblica francese e il collasso della Prima Repubblica
italiana.
Per quel che riguarda Reagan, prima di diventare presidente si candida alla carica di governatore della
California quando quello Stato stava attraversando una dura crisi economica e fiscale con un’eccessiva
criminalità.
3. De Gaulle, Reagan e Berlusconi hanno fatto proprio il linguaggio dell’antipolitica e se ne sono serviti per
ottenere sia il consenso popolare sia la legittimazione politica. Il linguaggio da loro utilizzato è rimasto lo
stesso sia quando erano all’opposizione sia quando sono andati al governo.
4. Un tratto comune a de Gaulle, Reagan e Berlusconi è il fatto di essere stati pionieri nell’uso della televisione.
Tutti e tre hanno individuato il mezzo televisivo come un canale privilegiato per instaurare un rapporto
diretto e personale con il popolo e hanno saputo introdurre nuove pratiche di comunicazione televisiva.
De Gaulle, in modo sorprendente per una persona quasi settantenne, imparò perfettamente ad usarla come
tribuna da cui illustrare le sue politiche e chiedere ai cittadini francesi il rinnovo del consenso su importanti
questioni, come l’elezione diretta del presidente della Repubblica.
Reagan fu battezzato il “grande comunicatore” proprio perc ha saputo interpretare la televisione
presidenziale introducendo anche tecniche molto sofisticate di gestione e controllo della comunicazione.
Berlusconi ha introdotto per primo in Italia il marketing elettorale e, in particolar modo, la televisione come
mezzo di propaganda politica. La concorrenza portata da Berlusconi, infatti, ha costretto tutti gli altri attori
politici ad aggiornarsi e a rinnovarsi.
De Gaulle è stato presidente del Consiglio (1958) e presidente della Repubblica francese (1958-69); Reagan è stato
presidente degli Stati Uniti d’America (1980-88); Berlusconi è stato due volte presidente del Consiglio (1994;2001-
06).
CAPITOLO 1 Leadership e antipolitica.
L’antipolitica come linguaggio della differenza
Anthony Downs sviluppa la teoria spaziale del voto basandosi sul principio che partiti e candidati cercano di
posizionarsi sul mercato elettorale in modo da garantirsi il massimo dei voti. Cli induce, da un lato, a muoversi
verso il centro, secondo la teoria dell’elettore medio, e, quindi, ad adottare piattaforme non troppo estremiste.
Dall’altro lato, tuttavia, Downs sottolinea che devono anche sapersi differenziare dai propri concorrenti.
L’intuizione di Downs è stata resa operativa dal marketing politico, che si fonda appunto su una pratica di
identificazione (targeting) delle quote di elettori potenzialmente conquistabili attraverso un appropriato
posizionamento sul mercato elettorale (positioning).

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Anteprima

Introduzione: Il linguaggio dell'antipolitica

Nelle moderne democrazie occidentali, l'antipolitica si è diffusa in modo così rilevante nello spazio di pochi decenni che taluni studiosi la considerano ormai un elemento costante e ineliminabile dei regimi democratici. Il linguaggio dell'antipolitica utilizzato dai leader per opporsi a chi governa c'è sempre stato ma nelle democrazie contemporanee questo linguaggio si è accompagnato ad uno sviluppo considerevole dei populisti, proprio come contrapposizione alla classe politica. Il populismo infatti crea una contrapposizione netta, manichea, tra bene e il male. Nel popolo risiede il bene assoluto mentre nella classe politica il male assoluto, che viene vista come nemica del popolo. Antipolitica e populismo sono due concetti molto collegati, proprio perché alla base di entrambi c'è una netta contrapposizione tra èlite e popolo. L'antipolitica è una dimensione fondamentale del populismo.

Il libro esporrà due tesi principali. La prima è che l'antipolitica è si un linguaggio di opposizione, in quanto serve a differenziare i nuovi soggetti politici che entrano sul mercato elettorale dalle forze già presenti in campo, ma può essere anche un linguaggio di governo. Il linguaggio dell'antipolitica è strutturalmente semplice: si fonda su una logica di contrapposizione Noi/Loro in cui è l'identificazione del Loro, cioè del nemico, che assegna un significato all'antipolitica stessa. Il noi sottintende l'identificazione, appunto, del leader con i cittadini, mentre il loro è la classe dominante, l'èlite politica, i politici di professione. L'antipolitica presuppone sempre un piano di trasformazione dello status quo. Una sorta di missione di trasformazione del sistema politico.

La seconda tesi è che il principale fondamento dell'antipolitica al governo sta nel rapporto diretto che si instaura tra il leader e i cittadini attraverso i mass media, in particolare la televisione. Il processo di personalizzazione della politica, e la conseguente presidenzializzazione, hanno creato i presupposti affinché i cittadini formulino aspettative sempre più alte rispetto alle capacità dei leader di risolvere i problemi nazionali. Il leader, quindi, si trova in prima persona a rispondere delle promesse fatte in campagna elettorale. Il suo obiettivo deve, pertanto, diventare quello di mantenere un canale aperto e continuo con i cittadini allo scopo di aggregare il consenso popolare sulle sue politiche, creando così "l'apparenza del successo". Questo approccio è stato battezzato going public: è quel processo attraverso il quale un leader costruisce la propria immagine identificandosi con l'interlocutore, che in questo caso è il popolo e riesce a farlo grazie ai mass media che hanno proprio il ruolo di riuscire a creare questo rapporto diretto.

Il going public è il prodotto di complesse attività di marketing politico che è basato sulla convinzione che più si conoscono le opinioni del popolo/pubblico, più si ha successo in questo processo di identificazione ed immedesimazione. Il successo del going public dipende dal rapporto tra leader e mass media. Se il leader riesce a orientare favorevolmente l'atteggiamento dei media nei suoi confronti, tanto più sarà in grado di rafforzare la propria immagine presso l'opinione pubblica. E' una tecnica molto utilizzata, soprattutto e innanzitutto dai presidenti americani. Reagan utilizza per primo questa tecnica, arrivando al punto di identificarsi così tanto con il popolo americano che quest'ultimo faceva le richieste direttamente ai membri del Congresso.

De Gaulle, Reagan, Berlusconi: le ragioni della comparazione

De Gaulle, Reagan e Berlusconi sono personaggi molto diversi. Appartengono a tre diversi paesi, a tre culture politiche diverse e a tre epoche diverse.

  • De Gaulle è l'uomo che viene chiamato a diventare capo del governo subito dopo la seconda guerra mondiale, mentre si sta scrivendo la costituzione della Quarta Repubblica francese. Essendo in un momento di crisi e caos si decide di affidare il governo ad una figura imponente. Sarà anche il presidente della Quinta Repubblica. Molto convinto dell'unità della Francia, della difesa e della particolarità della Francia. De Gaulle si schiera contro i partiti politici, che secondo lui dividono i cittadini quando invece bisognerebbe unirli;
  • Reagan è il presidente che contribuisce a cambiare in modo sostanziale gli equilibri predisponendo la fine della guerra fredda. Traccerà le caratteristiche del linguaggio dell'antipolitica che ancora oggi vediamo nei presidenti americani, sia repubblicani che democratici. Il ricorso ad alcuni temi, ad una certa idea dell'America (della grandezza), sono caratteristiche del suo linguaggio antipolitico;
  • Berlusconi opera in un contesto totalmente rinnovato dopo il crollo dei regimi comunisti dell'Est e del sistema partitico italiano.

Le ragioni della comparazione di questi tre leader sono:

  1. De Gaulle, Reagan e Berlusconi sono leader outsider (veri, non finti come Renzi e Salvini). Tutti e tre si ritrovano sulla scena politica provenendo da esperienze di vita e professionali maturate in ambiti estranei a quello politico. De Gaulle è un generale dell'esercito francese e un eroe di guerra; Reagan è un attore di Hollywood che si è trasformato in un public speaker molto apprezzato negli ambienti conservatori della California, è stato anche un dipendente della General Electrics, in cui si occupava delle pubbliche relazioni; Berlusconi è un imprenditore e il creatore della più grande azienda televisiva commerciale in Italia. Questi tre personaggi sono accomunati da alcuni tratti tipici dei leader outsider. Primo, la capacità di elaborare una visione ambiziosa e originale di come i problemi politici possono essere risolti e la tenacia nel portare avanti questa visione anche di fronte a molteplici ostacoli e difficoltà; secondo, il coraggio e la disponibilità di prendersi dei rischi, unitamente ad un'accentuata predisposizione a rompere tradizioni consolidate e schemi precostituiti; terzo, non solo la consapevolezza di essere outsider, ma anche la scelta tattica di rimanere tali, una volta al governo.
  2. La leadership di de Gaulle, Reagan e Berlusconi emergono come una soluzione a una crisi politica di vaste proporzioni. Da questo punto di vista, i casi di de Gaulle e Berlusconi sono in assoluto i più simili, date le notevoli somiglianze esistenti tra la fine della Quarta Repubblica francese e il collasso della Prima Repubblica italiana. Per quel che riguarda Reagan, prima di diventare presidente si candida alla carica di governatore della California quando quello Stato stava attraversando una dura crisi economica e fiscale con un'eccessiva criminalità.
  3. De Gaulle, Reagan e Berlusconi hanno fatto proprio il linguaggio dell'antipolitica e se ne sono serviti per ottenere sia il consenso popolare sia la legittimazione politica. Il linguaggio da loro utilizzato è rimasto lo stesso sia quando erano all'opposizione sia quando sono andati al governo.
  4. Un tratto comune a de Gaulle, Reagan e Berlusconi è il fatto di essere stati pionieri nell'uso della televisione. Tutti e tre hanno individuato il mezzo televisivo come un canale privilegiato per instaurare un rapporto diretto e personale con il popolo e hanno saputo introdurre nuove pratiche di comunicazione televisiva. De Gaulle, in modo sorprendente per una persona quasi settantenne, imparò perfettamente ad usarla come tribuna da cui illustrare le sue politiche e chiedere ai cittadini francesi il rinnovo del consenso su importanti questioni, come l'elezione diretta del presidente della Repubblica. Reagan fu battezzato il "grande comunicatore" proprio perché ha saputo interpretare la televisione presidenziale introducendo anche tecniche molto sofisticate di gestione e controllo della comunicazione. Berlusconi ha introdotto per primo in Italia il marketing elettorale e, in particolar modo, la televisione come mezzo di propaganda politica. La concorrenza portata da Berlusconi, infatti, ha costretto tutti gli altri attori politici ad aggiornarsi e a rinnovarsi.

De Gaulle è stato presidente del Consiglio (1958) e presidente della Repubblica francese (1958-69); Reagan è stato presidente degli Stati Uniti d'America (1980-88); Berlusconi è stato due volte presidente del Consiglio (1994;2001- 06).

CAPITOLO 1 - Leadership e antipolitica

L'antipolitica come linguaggio della differenza

Anthony Downs sviluppa la teoria spaziale del voto basandosi sul principio che partiti e candidati cercano di posizionarsi sul mercato elettorale in modo da garantirsi il massimo dei voti. Ciò li induce, da un lato, a muoversi verso il centro, secondo la teoria dell'elettore medio, e, quindi, ad adottare piattaforme non troppo estremiste. Dall'altro lato, tuttavia, Downs sottolinea che devono anche sapersi differenziare dai propri concorrenti. L'intuizione di Downs è stata resa operativa dal marketing politico, che si fonda appunto su una pratica di identificazione (targeting) delle quote di elettori potenzialmente conquistabili attraverso un appropriato posizionamento sul mercato elettorale (positioning).In particolare, la necessità di differenziarsi è cruciale per i nuovi attori politici che vogliono entrare sul mercato elettorale. Schumpeter illustra bene il punto introducendo la figura dell'imprenditore politico, colui che innova, proponendo una visione alternativa a quella dell'establishment.

Il principale veicolo di differenziazione è il linguaggio politico. Infatti, è soprattutto attraverso il linguaggio che si crea identificazione con i cittadini. Più il linguaggio è ricco di richiami simbolici ed è forte l'appello alle componenti emozionali ed affettive dell'elettore, più vengono enfatizzate le differenze tra le varie proposte in campo. L'antipolitica si presta a venire usata in tutte le situazioni di crisi e di difficoltà del sistema politico. L'oratore deve parlare ai cittadini dei loro bisogni e dei loro sentimenti in modo che essi possano riconoscersi in quel ritratto: solo così si può costruire un legame di identificazione.

Una prima forma della retorica antipartitica si incontra ogniqualvolta l'origine della crisi venga individuata nelle caratteristiche proprie di un dato sistema politico e istituzionale. L'esempio più lampante di questa prima accezione di antipolitica è quello di de Gaulle, la cui retorica era indirizzata contro un nemico perfettamente identificato ed identificabile: i partiti francesi.

Una seconda accezione di antipolitica identifica nel governo e/o nello stato centrale l'obiettivo da colpire. L'esempio di questo caso è quello di Reagan, il cui nemico è rappresentato simbolicamente da Washington, descritta come capitale ideologizzata e burocratizzata, dove la classe politica ha perso di vista i reali bisogni del paese inseguendo un miraggio di eguaglianza solo apparente, che ha, invece, limitato l'iniziativa personale dei cittadini. Una delle sue frasi celebri è "il governo (l'amministrazione statale) non è la soluzione, è il problema".

La terza modalità dell'antipolitica come veicolo di differenziazione e strumento dell'azione politica sta nell'identificare come nemico chi pratica la politica come professione. In quest'ultimo caso, è presente un pregiudizio quasi antropologico nei confronti di chi pratica il mestiere della politica. In Italia, nel secondo dopoguerra, il movimento dell'"Uomo qualunque" di Guglielmo Giannini ha incarnato bene quest'atteggiamento: il succo del discorso qualunquista è che la gente comune è il bene mentre gli uomini politici di professione sono il male. Berlusconi rappresenta il terzo modo di intendere l'antipolitica: dal suo punto di vista, bisognava imporre criteri di efficienza e capacità manageriali di cui i politici di professione sono privi.

L'antipolitica al governo

Il linguaggio dell'antipolitica è sempre associato ad un progetto di rinnovamento e trasformazione dello status quo. Antipolitica come linguaggio al servizio di un progetto che non è solo di distruzione della "vecchia" e "cattiva" politica, ma anche di costruzione di una nuova realtà politica sotto il segno di una leadership forte e significativa.

I corpi intermedi, primi fra tutti i partiti, agiscono come "filtro" della rappresentanza. La leadership antipolitica, invece, tende ad accentrare su di sé il compito di promuovere gli interessi dei cittadini, rivendicando con essi un rapporto diretto e privilegiato. Ciò spiega perché i leader che usano il linguaggio dell'antipolitica sono tutti promotori di una riduzione del ruolo degli intermediari tra governo ed elettori.

La televisione strumento della leadership antipolitica

E' la televisione che detiene le chiavi della popolarità: ecco perché vi sono addirittura casi di leader outsider che si affidano in prima battuta alla televisione per lanciare il proprio progetto senza preoccuparsi di passare prima per la piazza reale, cioè il territorio (Berlusconi).

Spesso i leader outsider appaiono come elementi di novità in contesti politici relativamente stabili e prevedibili. Sono, quindi, in grado di creare "eventi mediatici" più degli attori politici tradizionali.

Nella fase di "stabilizzazione", si instaurano tra partiti populisti e mass media nuove dinamiche comunicative, caratterizzate in genere da un calo di attenzione in quanto viene meno l'elemento novità. Se, invece, il leader e il suo movimento vanno al governo, il rapporto con i mass media acquista inevitabilmente nuove caratteristiche. Il problema del leader diventa quello di mantenere aperto il dialogo con i cittadini anche dopo le elezioni. Lo scopo non è più quello di guadagnare voti, ma di mantenere il consenso per il proprio progetto politico.

CAPITOLO 2 - Il presidente eroe: Charles de Gaulle

Contro il regime dei partiti

Da militare, de Gaulle si è trovato a combattere in ben due conflitti mondiali contro l'esercito tedesco. Da politico, il più grande nemico di de Gaulle è stato senza dubbio il regime dei partiti. La diffidenza verso i partiti deriva,

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