Documento sul Biennio Rosso e la crisi dello Stato liberale, analizzando le tensioni sociali e politiche del dopoguerra. Il Pdf esplora la nascita del fascismo, l'uso della violenza squadrista e il sostegno delle classi dominanti, fino al bilancio del regime e l'avvicinamento alla Germania di Hitler, con le leggi razziali, per la materia Storia della Scuola superiore.
Mostra di più15 pagine


Visualizza gratis il Pdf completo
Registrati per accedere all’intero documento e trasformarlo con l’AI.
Tra il 1919 e il 1920 l'Italia attraversa un periodo di forti tensioni sociali e politiche, noto come Biennio Rosso, caratterizzato da scioperi, occupazioni di fabbriche e rivendicazioni da parte delle masse popolari. La fine della Prima guerra mondiale aveva lasciato il Paese in una situazione molto instabile: l'inflazione aumentava, la disoccupazione era altissima e i reduci faticavano a reinserirsi nella vita civile. A tutto ciò si aggiungeva la delusione per la cosiddetta "vittoria mutilata", ovvero la mancata assegnazione all'Italia di tutti i territori promessi con il Patto di Londra.
Il malcontento coinvolge operai, contadini, ex soldati. Si diffondono idee rivoluzionarie ispirate al modello sovietico: molti temono che anche in Italia possa esplodere una rivoluzione comunista. I sindacati organizzano grandi scioperi, mentre nelle campagne i braccianti si mobilitano per ottenere terre da coltivare. In alcune fabbriche, come la Fiat a Torino, gli operai arrivano a occupare gli stabilimenti e a gestirli in forma autogestita.
Lo Stato liberale appare incapace di rispondere alle esigenze della popolazione e di contenere il disordine. I governi si succedono rapidamente e con scarso sostegno parlamentare. A sinistra, socialisti e comunisti sono divisi e non riescono a costruire una strategia comune; a destra, invece, si fa largo un sentimento di rabbia e di desiderio di ordine.
Industriali, agrari e parte della media borghesia iniziano a guardare con preoccupazione al crescente potere delle masse popolari. Temendo una rivoluzione, molti finiscono per appoggiare forze autoritarie che promettono ordine e disciplina. È in questo contesto che cominciano a emergere nuovi movimenti nazionalisti e antisocialisti, tra cui quello fondato da Benito Mussolini: i Fasci di combattimento.
Nel clima teso del primo dopoguerra nasce il movimento fascista, fondato da Benito Mussolini il 23 marzo 1919 a Milano, con la creazione dei Fasci di combattimento. Inizialmente si trattava di un gruppo piccolo e disorganizzato, formato da ex combattenti, studenti, nazionalisti, interventisti delusi e violenti di strada.
All'inizio, il fascismo non ha ancora un'ideologia precisa. Il programma del 1919 mescola elementi di sinistra e destra: propone la repubblica, la confisca dei beni ecclesiastici, il suffragio universale, l'imposta progressiva sul capitale e l'abolizione del Senato. È un programma più radicale che conservatore, pensato per attirare l'attenzione, ma con scarso successo elettorale. Infatti, alle elezioni del novembre 1919 i fascisti raccolgono pochissimi voti, soprattutto a Milano, dove Mussolini non viene nemmeno eletto.
La svolta arriva con l'uso sistematico della violenza politica. Il movimento inizia a organizzare le squadre d'azione, gruppi armati di ex combattenti e giovani borghesi, spesso in camicia nera, che attaccano le sedi dei sindacati, dei partiti socialisti e delle cooperative. Queste spedizioni punitive si diffondono soprattutto nelle campagne del Nord, dove gli agrari appoggiano le squadre fasciste per reprimere le rivendicazioni contadine. La violenza squadrista diventa quindi il vero strumento di potere del movimento fascista, tollerata (e spesso appoggiata) dalle forze dell'ordine e dalle autorità locali.
Con il passare dei mesi, il fascismo abbandona ogni retorica rivoluzionaria e si avvicina sempre di più agli interessi della borghesia, degli industriali, dei grandi proprietari terrieri, e di chi teme la minaccia socialista. Questo spostamento ideologico permette a Mussolini di conquistare spazi politici e legittimazione sociale. Il fascismo inizia a presentarsi come una forza d'ordine, capace di riportare disciplina e stabilità.
Dopo il fallimento elettorale del 1919, il fascismo riesce a riorganizzarsi rapidamente. La combinazione di violenza squadrista e appoggio delle classi dirigenti favorisce una crescita continua del movimento, che inizia a ottenere consenso anche tra chi, pur non condividendone l'ideologia, lo considera un baluardo contro la minaccia socialista.
Tra il 1920 e il 1921, le squadracce fasciste moltiplicano le loro azioni contro sedi sindacali, case del popolo, giornali e cooperative socialiste. Le forze dell'ordine, spesso complici o indifferenti, non intervengono. In alcuni casi, addirittura collaborano. Questo permette al fascismo di occupare fisicamente il territorio, soprattutto nei centri rurali del Nord e del Centro Italia, dove i socialisti avevano una forte presenza. La violenza viene giustificata come necessaria per ristabilire l'ordine, ma di fatto serve a eliminare gli avversari politicie a mostrare la forza del movimento.
Nel 1921, per rafforzare la sua presenza nelle istituzioni, Mussolini decide di trasformare i Fasci di combattimento in un vero partito: nasce così il Partito Nazionale Fascista (PNF). Alle elezioni politiche del maggio 1921, il fascismo si presenta all'interno del Blocco Nazionale, una lista elettorale formata insieme a liberali e nazionalisti. È un'alleanza strategica: i liberali vogliono sfruttare i fascisti per contenere i socialisti, mentre Mussolini sfrutta l'occasione per entrare in Parlamento. Il risultato è un successo: il Blocco ottiene circa 19% dei voti e Mussolini viene eletto deputato, insieme ad altri 35 fascisti. Questo segna l'ingresso ufficiale del fascismo nelle istituzioni italiane.
Nel giro di due anni, il fascismo è passato da movimento marginale a forza politica di rilievo. Grazie alla protezione di industriali, agrari e autorità militari, Mussolini ha ora un piede dentro lo Stato e un altro nella strada, attraverso lo squadrismo. Il suo potere si fonda su una duplice strategia: legittimazione istituzionale e intimidazione violenta.
Il 1922 segna il momento decisivo per l'ascesa al potere di Mussolini. Dopo aver consolidato il consenso nel Paese e aver ottenuto rappresentanza parlamentare, il fascismo si prepara a prendere il controllo dello Stato, approfittando della debolezza del governo liberale e del clima di paura e instabilità.
L'Italia del 1922 è ancora attraversata da scioperi, tensioni sociali e violenze politiche. I governi liberali non riescono a trovare una linea comune per fermare il disordine. Il presidente del Consiglio Luigi Facta, che guida un esecutivo debole e senza autorità, si mostra incapace di gestire l'emergenza fascista. Nel frattempo, le squadre fasciste continuano a espandersi, assumendo il controllo di intere città, spesso senza incontrare resistenza. Nei fatti, il fascismo si comporta come un potere parallelo allo Stato.
Nel settembre del 1922, durante un congresso del Partito Fascista a Napoli, Mussolini lancia un messaggio chiaro: il potere deve essere conquistato. L'idea è quella di dare una dimostrazione di forza, inscenando una grande manifestazione: la Marcia su Roma. Il 28 ottobre 1922, circa 25.000 squadristi si mettono in cammino verso la capitale. Non si tratta di un vero colpo di Stato militare, ma di una pressione simbolica e politica. Mussolini, intanto, rimane prudentemente a Milano, pronto a negoziare.
Il momento decisivo arriva quando il governo Facta, di fronte alla mobilitazione fascista, chiede al re Vittorio Emanuele III di firmare lo stato d'assedio per fermare i fascisti con l'esercito. Ma il re rifiuta: teme una guerra civile e pensa che Mussolini possa garantire l'ordine meglio dei liberali. Il 30 ottobre, Mussolini viene invitato a Roma e il giorno successivo riceve l'incarico di formare un nuovo governo. Ha appena 39 anni e guida una coalizione mista di fascisti, liberali e popolari.
La Marcia su Roma non è stata una rivoluzione armata, ma un colpo di forza simbolico, reso possibile dalla passività delle istituzioni e dal favore delle élite. Mussolini conquista il potere con un atto di forza che, però, viene ratificato legalmente. Da questo momento in poi, il fascismo inizia la trasformazione dello Stato, pur mantenendo ancora, per qualche anno, un'apparenza democratica.
Una volta diventato Presidente del Consiglio, Mussolini inizia un processo graduale ma deciso di rafforzamento del proprio potere, sfruttando l'appoggio delle élite, l'inerzia delle istituzioni liberali e il continuo uso della violenza da parte delle squadre fasciste.
Il primo governo Mussolini è una coalizione mista: vi partecipano fascisti, liberali, popolari, nazionalisti e persino alcuni militari. Mussolini, consapevole della necessità di rassicurare l'opinione pubblica e le istituzioni, adotta inizialmente un tono moderato. Si presenta come un uomo dell'ordine, capace di riportare disciplina dopo anni di disordini. Ottiene dal Parlamento la fiducia con una maggioranza larghissima, ma già nel discorso del 16 novembre 1922 lancia un chiaro avvertimento: afferma di poter instaurare la dittatura, ma di non volerlo fare "per ora". È un chiaro messaggio intimidatorio. Tra i primi atti, il governo approva una serie di leggi d'emergenza che rafforzano i poteri dell'esecutivo, limita la libertà di stampa e consolida l'impunità per le violenze fasciste.
Nel gennaio 1923 viene creata la Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale (MVSN), un corpo armato ufficiale ma strettamente legato al Partito Fascista. È la trasformazione delle squadre in un'organizzazione paramilitare legalizzata, che ha il compito di mantenere l'ordine pubblico, ma in realtà serve a intimidire e reprimere ogni opposizione. Intanto, i prefetti, i sindaci e altre figure chiave dell'amministrazione vengono progressivamente sostituite da uomini fedeli al regime.
Per rafforzare la presenza fascista in Parlamento, nel 1923 viene proposta la legge Acerbo, dal nome del sottosegretario Giacomo Acerbo. Questa legge elettorale assegna i due terzi dei seggi alla lista che ottiene almeno il 25% dei voti. È un sistema concepito per garantire una maggioranza schiacciante al partito dominante e indebolire la rappresentanza delle opposizioni. Nonostante qualche resistenza, la legge viene approvata con l'appoggio dei liberali e dei nazionalisti.
Alle elezioni del 6 aprile 1924, il Partito Fascista si presenta con una lista unica nazionale, raccogliendo il sostegno di vari gruppi conservatori e ottenendo il 65% dei voti, grazie anche a intimidazioni, violenze e brogli elettorali. In molte zone d'Italia, le opposizioni non riescono nemmeno a fare campagna elettorale.