Documento sulla riflessione filosofica sulla morale. Il Pdf esplora le questioni di bioetica, le differenze tra norme morali e giuridiche, e l'evoluzione delle etiche applicate, con un focus sull'eutanasia e il suicidio assistito, per studenti universitari di Filosofia.
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1-LA RIFLESSIONE FILOSOFICA SULLA MORALE: Nel settembre 2006 Piergiorgio Welby, da molti anni sofferente di distrofia muscolare progressiva e permanentemente dipendente da un respiratore artificiale, scrisse al presidente della Repubblica, invocando il diritto all'eutanasia. Il presidente sollecitò il Parlamento a intervenire, cosa che avvenne più di un decennio dopo. Welby allora chiese al medico che l'aveva in cura di somministrargli una sedazione terminale, ossia di privarlo in maniera permanente della coscienza per poi sospendere la ventilazione assistita e lasciarlo morire; il medico rifiuto, considerando tale comportamento contrastante con il Codice di deontologia medica che vieta di compiere atti che abbrevino la vita dei pazienti. Welby si rivolse perciò al tribunale di Roma; nel dicembre 2006 il 14giudice dichiarò che, pur essendo l'autodeterminazione individuale in ordine ai trattamenti un principio fondamentale e l'accanimento terapeutico una pratica da evitare, l'ordinamento italiano considera indisponibile il bene della vita, vietando, in particolare, l'aiuto medico al suicidio e l'omicidio del consenziente. Respinse perciò il ricorso, sostenendo la necessità di un intervento legislativo per definire l'accanimento terapeutico e tutelare concretamente il diritto all'autodeterminazione. Welby ottenne ugualmente quanto desiderava grazie all'intervento di un altro medico che fu poi sottoposto a indagini preliminari ma alla fine non venne rinviato a giudizio. La vicenda di Welby è paradigmatica della complessità teorica e pratica delle questioni di bioetica.
Compito della medicina è quello di curare i pazienti. La protezione di soggetti deboli e vulnerabili da scelte irreparabili, eventualmente dipendenti da condizioni contingenti di sofferenza, solitudine o depressione, sembra giustificare l'esistenza di norme giuridiche che vietano gli accordi per procurare la morte; al tempo stesso, tuttavia, la libera scelta di quali cure intraprendere e da quali desistere sembra essere un valore irrinunciabile.
Compito della riflessione etica è di soppesare con cura i diversi fattori, stabilendone il valore e la gerarchia, per raggiungere una conclusione circa la giustificabilità della scelta compiuta. Una valutazione di questo tipo non si può limitare a richiamare i valori contenuti nelle norme giuridiche, ma deve fornirne un'analisi critica, ossia valutare le ragioni e i limiti degli stessi principi accettati.
Una riflessione etica, in altri termini, si propone di difendere o di criticare e correggere l'insieme dei valori, delle norme effettivamente presenti all'interno di un gruppo sociale. Essa presuppone l'esistenza di una morale, intesa come l'insieme delle regole e delle consuetudini vigenti per tradizione storico-civile o per motivazioni di ordine religioso, e mira a fornirne una versione razionalmente giustificabile. In questo senso la morale è un fenomeno che sempre si accompagna all'esistenza di un gruppo sociale, mentre non sempre o non necessariamente vi è anche un'etica, cioè una riflessione filosofica sulla morale.
Oggetto dell'etica sono pertanto le regole il cui scopo è guidare l'agire delle persone. Per questo aspetto, la morale è imparentata con le convenzioni e le leggi; tuttavia, le norme morali presentano delle specificità che vanno tenute presenti.
In primo luogo, sia le regole convenzionali, sia le regole costitutive, sia infine le regole che dettano le buone maniere, sono fortemente legate a un tempo, un luogo e una società determinati. Ciò non vale per le norme morali, si pensa infatti che alcune di esse abbiano un valore universale. E anche il relativista, che nega tale valore universale, ritiene comunque che si tratti di regole particolarmente importanti, in quanto collegate a questioni centrali per la vita sociale. Un altro elemento condiviso tra universalisti e relativisti è il fatto che le norme morali sono molto meno facili da cambiare sulla base di semplici accordi tra individui. Specifico delle norme morali, è invece il fatto di comandare in maniera categorica, vale a dire non in forza di un interesse contingente, né in vista di un vantaggio da ottenere. Mentre una regola convenzionale comanda di comportarsi in un certo modo, a condizione che si voglia, una norma morale comanda un certo comportamento semplicemente perché è la cosa giusta da fare. Tale prescrizione, inoltre, ha carattere universale, ossia è valida per chiunque si trovi nella medesima situazione e non varia con il variare delle persone. Questo aspetto di universalità, peraltro, è proprio anche delle norme giuridiche, come «non uccidere» o «non rubare» sono a un tempo regole morali e leggi giuridiche. Tuttavia, le norme morali si distinguono da quelle giuridiche per vari aspetti:
La morale ha perciò una portata più ampia della legge. Alcune leggi morali possono essere giustificabili e altre reprensibili.
Nella concezione contemporanea, la riflessione filosofica sulla morale si articola in tre grandi ambiti:
Le etiche applicate: origini e ambiti Lo sviluppo delle etiche applicate è un fenomeno che caratterizza la rinascita dell'etica negli ultimi decenni del XX secolo. Prende avvio tra la fine degli anni '50 e l'inizio degli anni '60, quando vari studiosi cominciano a porre problemi normativi concreti e molto scottanti, legati agli sviluppi delle società avanzate: da quello della guerra a quello delle discriminazioni sociali, dai problemi dello sfruttamento delle risorse ambientali a quello delle diseguaglianze di benessere nelle varie parti del mondo. Da queste riflessioni nascono varie sottosezioni dell'etica normativa tra le principali forme dell'etica applicata abbiamo:
Ci sono 3 elementi che accomunano le etiche applicate:
La bioetica come disciplina La bioetica, o etica biomedica, è un'etica applicata alla biomedicina. Si inizia a parlare di bioetica nell'articolo di Henry Beecher, pubblicato nel 1966, che denunciava la violazione delle regole già sancite da alcune dichiarazioni internazionali nella sperimentazione clinica su soggetti umani.
Tre anni dopo, la questione veniva ripresa Hans Jonas in un articolo che dedicava anche una sezione alla critica del rapporto di Harvard che aveva proposto di ridefinire la morte su base cerebrale.
La necessità di una riflessione etica su quanto veniva sviluppandosi in una medicina orientata in senso scientifico e sperimentale, e sempre più supportata da nuovi strumenti di intervento tecnologico, cominciava ad apparire con chiarezza da questi interventi.
Il termine «bioetica» venne coniato nel 1970 da uno scienziato americano, Van Rensselaer Potter, il quale lo utilizzò dapprima in un articolo e poi in un suo famoso libro. Potter proponeva una concezione molto ampia della bioetica: egli mirava allo sviluppo di un'etica naturalistica, che derivasse i propri criteri di valutazione dalle scienze biologiche e si proponesse come scienza della sopravvivenza. Un'altra immagine utilizzata da Potter era quella di un ponte verso il futuro, ossia di un sapere che colleghi scienze naturali e comportamenti umani. Il progetto potteriano era contiguo a quello dalle etiche ecologiche.
Le prime istituzioni dedicate alla bioetica andarono invece in un'altra direzione, ossia nel senso di un'etica della biomedicina; il loro intento fu quello di dare una nuova formulazione,