La riflessione filosofica sulla morale: bioetica, eutanasia e disposizioni anticipate

Documento sulla riflessione filosofica sulla morale. Il Pdf esplora le questioni di bioetica, le differenze tra norme morali e giuridiche, e l'evoluzione delle etiche applicate, con un focus sull'eutanasia e il suicidio assistito, per studenti universitari di Filosofia.

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58 pagine

1-LA RIFLESSIONE FILOSOFICA SULLA MORALE:
Nel settembre 2006 Piergiorgio Welby, da molti anni sofferente di distrofia muscolare
progressiva e permanentemente dipendente da un respiratore artificiale, scrisse al presidente
della Repubblica, invocando il diritto all’eutanasia. Il presidente sollecitò il Parlamento a
intervenire, cosa che avvenne più di un decennio dopo.
Welby allora chiese al medico che l’aveva in cura di somministrargli una sedazione terminale,
ossia di privarlo in maniera permanente della coscienza per poi sospendere la ventilazione
assistita e lasciarlo morire; il medico rifiutò, considerando tale comportamento contrastante con
il Codice di deontologia medica che vieta di compiere atti che abbrevino la vita dei pazienti.
Welby si rivolse perc al tribunale di Roma; nel dicembre 2006 il 14giudice dichiarò che, pur
essendo l’autodeterminazione individuale in ordine ai trattamenti un principio fondamentale e
l’accanimento terapeutico una pratica da evitare, l’ordinamento italiano considera indisponibile il
bene della vita, vietando, in particolare, l’aiuto medico al suicidio e l’omicidio del consenziente.
Respinse perciò il ricorso, sostenendo la necessità di un intervento legislativo per definire
l’accanimento terapeutico e tutelare concretamente il diritto all’autodeterminazione. Welby
ottenne ugualmente quanto desiderava grazie all’intervento di un altro medico che fu poi
sottoposto a indagini preliminari ma alla fine non venne rinviato a giudizio.
La vicenda di Welby è paradigmatica della complessità teorica e pratica delle questioni di
bioetica.
Compito della medicina è quello di curare i pazienti. La protezione di soggetti deboli e vulnerabili
da scelte irreparabili, eventualmente dipendenti da condizioni contingenti di sofferenza,
solitudine o depressione, sembra giustificare l’esistenza di norme giuridiche che vietano gli
accordi per procurare la morte; al tempo stesso, tuttavia, la libera scelta di quali cure
intraprendere e da quali desistere sembra essere un valore irrinunciabile.
Compito della riflessione etica è di soppesare con cura i diversi fattori, stabilendone il valore e la
gerarchia, per raggiungere una conclusione circa la giustificabilità della scelta compiuta.
Una valutazione di questo tipo non si può limitare a richiamare i valori contenuti nelle norme
giuridiche, ma deve fornirne un’analisi critica, ossia valutare le ragioni e i limiti degli stessi
principi accettati.
Una riflessione etica, in altri termini, si propone di difendere o di criticare e correggere l’insieme
dei valori, delle norme effettivamente presenti all’interno di un gruppo sociale. Essa presuppone
l’esistenza di una morale, intesa come l’insieme delle regole e delle consuetudini vigenti per
tradizione storico-civile o per motivazioni di ordine religioso, e mira a fornirne una versione
razionalmente giustificabile. In questo senso la morale è un fenomeno che sempre si
accompagna all’esistenza di un gruppo sociale, mentre non sempre o non necessariamente vi è
anche un’etica, cioè una riflessione filosofica sulla morale.
Oggetto dell’etica sono pertanto le regole il cui scopo è guidare l’agire delle persone. Per questo
aspetto, la morale è imparentata con le convenzioni e le leggi; tuttavia, le norme morali
presentano delle specificità che vanno tenute presenti.
In primo luogo, sia le regole convenzionali, sia le regole costitutive, sia infine le regole che
dettano le buone maniere, sono fortemente legate a un tempo, un luogo e una società
determinati. Ciò non vale per le norme morali, si pensa infatti che alcune di esse abbiano un
valore universale. E anche il relativista, che nega tale valore universale, ritiene comunque che si
tratti di regole particolarmente importanti, in quanto collegate a questioni centrali per la vita
sociale. Un altro elemento condiviso tra universalisti e relativisti è il fatto che le norme morali
sono molto meno facili da cambiare sulla base di semplici accordi tra individui. Specifico delle
norme morali, è invece il fatto di comandare in maniera categorica, vale a dire non in forza di un
interesse contingente, né in vista di un vantaggio da ottenere. Mentre una regola convenzionale
comanda di comportarsi in un certo modo, a condizione che si voglia, una norma morale
comanda un certo comportamento semplicemente perché è la cosa giusta da fare. Tale
prescrizione, inoltre, ha carattere universale, ossia è valida per chiunque si trovi nella
medesima situazione e non varia con il variare delle persone. Questo aspetto di universalità,
peraltro, è proprio anche delle norme giuridiche, come «non uccidere» o «non rubare» sono a
un tempo regole morali e leggi giuridiche. Tuttavia, le norme morali si distinguono da quelle
giuridiche per vari aspetti:
mentre queste ultime sono chiaramente definite e scritte in codici, le prime sono spesso
più vaghe e non suscettibili di codificazione
le seconde, ma non le prime, possono essere create, modificate o abrogate attraverso
specifici atti deliberativ
in terzo luogo, mentre le norme giuridiche sono collegate a specifiche sanzioni, in termini
di restrizione della libertà, la sanzione associata alle norme morali consiste soltanto nella
lode o nel biasimo che l’agente stesso o gli altri possono rivolgere alle sue azioni;
mentre la legge si occupa solo delle azioni esterne e delle loro conseguenze, la morale
attribuisce un peso primario anche alle intenzioni e ad altri atteggiamenti interiori
dell’agente.
La morale ha perciò una portata più ampia della legge. Alcune leggi morali possono essere
giustificabili e altre reprensibili.
Nella concezione contemporanea, la riflessione filosofica sulla morale si articola in tre grandi
ambiti:
L’etica normativa si preoccupa di definire criteri generali all’interno di una teoria, per
valutare le azioni, i caratteri, le istituzioni e le pratiche sociali. Inoltre, l’etica normativa si
occupa di giustificare giudizi morali di carattere più particolare che affermano, ad
esempio, che «x è la cosa giusta da fare ora, in queste circostanze», oppure «il tratto di
carattere y è una virtù», oppure «esiste il diritto a z».
Il secondo ambito della filosofia morale è la metaetica che svolge una riflessione di
secondo ordine, ossia si interroga sul valore cognitivo delle proposizioni dell’etica
normativa. In questo ambito si chiede se esistono fatti, che possono rendere vere (o
false) le proposizioni morali, allo stesso modo in cui vi sono fatti che rendono vere (o
false) quelle scientifiche.
Secondo gli studiosi non esiste alcun fatto morale e le proposizioni morali non si
riferiscono a nulla di esistente nel mondo, né descrivano alcuna realtà indipendente da
chi le pronuncia, ma si limitino a esprimere atteggiamenti, sentimenti, emozioni, impegni
normativi di chi parla.
Il terzo grande ambito dell’etica contemporanea è costituito dall’etica applicata, ossia
dall’applicazione delle teorie normative agli specifici ambiti in cui si articola l’agire umano.
«Etica applicata» è peraltro un’espressione solo in parte appropriata, dato che non è
possibile ricavare conclusioni pratiche dalla mera applicazione meccanica di principi
teorici; l’applicazione è un processo interpretativo, e comporta una specificazione o una
parziale correzione del quadro teorico utilizzato. Per questa ragione, alcuni preferiscono
utilizzare l’espressione «etica pratica».
Le etiche applicate: origini e ambiti
Lo sviluppo delle etiche applicate è un fenomeno che caratterizza la rinascita dell’etica negli
ultimi decenni del XX secolo. Prende avvio tra la fine degli anni ’50 e l’inizio degli anni ’60,
quando vari studiosi cominciano a porre problemi normativi concreti e molto scottanti, legati agli
sviluppi delle società avanzate: da quello della guerra a quello delle discriminazioni sociali,
dai problemi dello sfruttamento delle risorse ambientali a quello delle diseguaglianze di
benessere nelle varie parti del mondo. Da queste riflessioni nascono varie sottosezioni dell’etica
normativa tra le principali forme dell’etica applicata abbiamo:
La prima forma di etica applicata a esser stata sviluppata è l’etica della guerra,
trascurata nel corso del XIX secolo e della prima metà del XX. Fu Elizabeth Anscombe,
filosofa inglese allieva di Wittgenstein, a riportarlo al centro della discussione. In un
articolo del 1956 che si può considerare l’atto di nascita delle etiche applicate, Anscombe
argomentò contro la decisione dell’Università di Oxford di conferire la laurea honoris
causa a Harry Truman (ex presidente degli Stati Uniti responsabile del bombardamento
atomico sul Giappone); secondo Anscombe, la decisione di uccidere deliberatamente
persone innocenti come mezzi per raggiungere i propri scopi bellici fu un assassinio
ingiustificabile.
La ripresa di un più ampio discorso normativo sulle istituzioni politiche può essere
collocata all’interno di questo interesse per la discussione filosofica su questioni pratiche.
Essa si collega soprattutto alla ripresa della teoria contrattualista della società operata da
John Rawls; un percorso che trae origine dall’articolo La giustizia come equità e trova
compimento nel 1971 con la pubblicazione di Una teoria della giustizia, opera
fondamentale per la discussione politica contemporanea.
Anche l’economia è stata un ambito di interesse filosofico fin dal XVIII su nozioni come
quelle di benessere, eguaglianza, equità. Lo sviluppo sistematico di una riflessione etica

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La Riflessione Filosofica sulla Morale

1-LA RIFLESSIONE FILOSOFICA SULLA MORALE: Nel settembre 2006 Piergiorgio Welby, da molti anni sofferente di distrofia muscolare progressiva e permanentemente dipendente da un respiratore artificiale, scrisse al presidente della Repubblica, invocando il diritto all'eutanasia. Il presidente sollecitò il Parlamento a intervenire, cosa che avvenne più di un decennio dopo. Welby allora chiese al medico che l'aveva in cura di somministrargli una sedazione terminale, ossia di privarlo in maniera permanente della coscienza per poi sospendere la ventilazione assistita e lasciarlo morire; il medico rifiuto, considerando tale comportamento contrastante con il Codice di deontologia medica che vieta di compiere atti che abbrevino la vita dei pazienti. Welby si rivolse perciò al tribunale di Roma; nel dicembre 2006 il 14giudice dichiarò che, pur essendo l'autodeterminazione individuale in ordine ai trattamenti un principio fondamentale e l'accanimento terapeutico una pratica da evitare, l'ordinamento italiano considera indisponibile il bene della vita, vietando, in particolare, l'aiuto medico al suicidio e l'omicidio del consenziente. Respinse perciò il ricorso, sostenendo la necessità di un intervento legislativo per definire l'accanimento terapeutico e tutelare concretamente il diritto all'autodeterminazione. Welby ottenne ugualmente quanto desiderava grazie all'intervento di un altro medico che fu poi sottoposto a indagini preliminari ma alla fine non venne rinviato a giudizio. La vicenda di Welby è paradigmatica della complessità teorica e pratica delle questioni di bioetica.

Compito della medicina è quello di curare i pazienti. La protezione di soggetti deboli e vulnerabili da scelte irreparabili, eventualmente dipendenti da condizioni contingenti di sofferenza, solitudine o depressione, sembra giustificare l'esistenza di norme giuridiche che vietano gli accordi per procurare la morte; al tempo stesso, tuttavia, la libera scelta di quali cure intraprendere e da quali desistere sembra essere un valore irrinunciabile.

Compito della riflessione etica è di soppesare con cura i diversi fattori, stabilendone il valore e la gerarchia, per raggiungere una conclusione circa la giustificabilità della scelta compiuta. Una valutazione di questo tipo non si può limitare a richiamare i valori contenuti nelle norme giuridiche, ma deve fornirne un'analisi critica, ossia valutare le ragioni e i limiti degli stessi principi accettati.

Una riflessione etica, in altri termini, si propone di difendere o di criticare e correggere l'insieme dei valori, delle norme effettivamente presenti all'interno di un gruppo sociale. Essa presuppone l'esistenza di una morale, intesa come l'insieme delle regole e delle consuetudini vigenti per tradizione storico-civile o per motivazioni di ordine religioso, e mira a fornirne una versione razionalmente giustificabile. In questo senso la morale è un fenomeno che sempre si accompagna all'esistenza di un gruppo sociale, mentre non sempre o non necessariamente vi è anche un'etica, cioè una riflessione filosofica sulla morale.

Oggetto dell'etica sono pertanto le regole il cui scopo è guidare l'agire delle persone. Per questo aspetto, la morale è imparentata con le convenzioni e le leggi; tuttavia, le norme morali presentano delle specificità che vanno tenute presenti.

In primo luogo, sia le regole convenzionali, sia le regole costitutive, sia infine le regole che dettano le buone maniere, sono fortemente legate a un tempo, un luogo e una società determinati. Ciò non vale per le norme morali, si pensa infatti che alcune di esse abbiano un valore universale. E anche il relativista, che nega tale valore universale, ritiene comunque che si tratti di regole particolarmente importanti, in quanto collegate a questioni centrali per la vita sociale. Un altro elemento condiviso tra universalisti e relativisti è il fatto che le norme morali sono molto meno facili da cambiare sulla base di semplici accordi tra individui. Specifico delle norme morali, è invece il fatto di comandare in maniera categorica, vale a dire non in forza di un interesse contingente, né in vista di un vantaggio da ottenere. Mentre una regola convenzionale comanda di comportarsi in un certo modo, a condizione che si voglia, una norma morale comanda un certo comportamento semplicemente perché è la cosa giusta da fare. Tale prescrizione, inoltre, ha carattere universale, ossia è valida per chiunque si trovi nella medesima situazione e non varia con il variare delle persone. Questo aspetto di universalità, peraltro, è proprio anche delle norme giuridiche, come «non uccidere» o «non rubare» sono a un tempo regole morali e leggi giuridiche. Tuttavia, le norme morali si distinguono da quelle giuridiche per vari aspetti:

  • mentre queste ultime sono chiaramente definite e scritte in codici, le prime sono spesso più vaghe e non suscettibili di codificazione· le seconde, ma non le prime, possono essere create, modificate o abrogate attraverso specifici atti deliberativ
  • in terzo luogo, mentre le norme giuridiche sono collegate a specifiche sanzioni, in termini di restrizione della libertà, la sanzione associata alle norme morali consiste soltanto nella lode o nel biasimo che l'agente stesso o gli altri possono rivolgere alle sue azioni;
  • mentre la legge si occupa solo delle azioni esterne e delle loro conseguenze, la morale attribuisce un peso primario anche alle intenzioni e ad altri atteggiamenti interiori dell'agente.

La morale ha perciò una portata più ampia della legge. Alcune leggi morali possono essere giustificabili e altre reprensibili.

Ambiti della Riflessione Filosofica sulla Morale

Nella concezione contemporanea, la riflessione filosofica sulla morale si articola in tre grandi ambiti:

  • L'etica normativa si preoccupa di definire criteri generali all'interno di una teoria, per valutare le azioni, i caratteri, le istituzioni e le pratiche sociali. Inoltre, l'etica normativa si occupa di giustificare giudizi morali di carattere più particolare che affermano, ad esempio, che «x è la cosa giusta da fare ora, in queste circostanze», oppure «il tratto di carattere y è una virtù», oppure «esiste il diritto a z».
  • Il secondo ambito della filosofia morale è la metaetica che svolge una riflessione di secondo ordine, ossia si interroga sul valore cognitivo delle proposizioni dell'etica normativa. In questo ambito si chiede se esistono fatti, che possono rendere vere (o false) le proposizioni morali, allo stesso modo in cui vi sono fatti che rendono vere (o false) quelle scientifiche. Secondo gli studiosi non esiste alcun fatto morale e le proposizioni morali non si riferiscono a nulla di esistente nel mondo, né descrivano alcuna realtà indipendente da chi le pronuncia, ma si limitino a esprimere atteggiamenti, sentimenti, emozioni, impegni normativi di chi parla.
  • Il terzo grande ambito dell'etica contemporanea è costituito dall'etica applicata, ossia dall'applicazione delle teorie normative agli specifici ambiti in cui si articola l'agire umano. «Etica applicata» è peraltro un'espressione solo in parte appropriata, dato che non è possibile ricavare conclusioni pratiche dalla mera applicazione meccanica di principi teorici; l'applicazione è un processo interpretativo, e comporta una specificazione o una parziale correzione del quadro teorico utilizzato. Per questa ragione, alcuni preferiscono utilizzare l'espressione «etica pratica».

Le Etiche Applicate: Origini e Ambiti

Le etiche applicate: origini e ambiti Lo sviluppo delle etiche applicate è un fenomeno che caratterizza la rinascita dell'etica negli ultimi decenni del XX secolo. Prende avvio tra la fine degli anni '50 e l'inizio degli anni '60, quando vari studiosi cominciano a porre problemi normativi concreti e molto scottanti, legati agli sviluppi delle società avanzate: da quello della guerra a quello delle discriminazioni sociali, dai problemi dello sfruttamento delle risorse ambientali a quello delle diseguaglianze di benessere nelle varie parti del mondo. Da queste riflessioni nascono varie sottosezioni dell'etica normativa tra le principali forme dell'etica applicata abbiamo:

  • La prima forma di etica applicata a esser stata sviluppata è l'etica della guerra, trascurata nel corso del XIX secolo e della prima metà del XX. Fu Elizabeth Anscombe, filosofa inglese allieva di Wittgenstein, a riportarlo al centro della discussione. In un articolo del 1956 che si può considerare l'atto di nascita delle etiche applicate, Anscombe argomento contro la decisione dell'Università di Oxford di conferire la laurea honoris causa a Harry Truman (ex presidente degli Stati Uniti responsabile del bombardamento atomico sul Giappone); secondo Anscombe, la decisione di uccidere deliberatamente persone innocenti come mezzi per raggiungere i propri scopi bellici fu un assassinio ingiustificabile. La ripresa di un più ampio discorso normativo sulle istituzioni politiche può essere collocata all'interno di questo interesse per la discussione filosofica su questioni pratiche. Essa si collega soprattutto alla ripresa della teoria contrattualista della società operata da John Rawls; un percorso che trae origine dall'articolo La giustizia come equità e trova compimento nel 1971 con la pubblicazione di Una teoria della giustizia, opera fondamentale per la discussione politica contemporanea.
  • Anche l'economia è stata un ambito di interesse filosofico fin dal XVIII su nozioni come quelle di benessere, eguaglianza, equità. Lo sviluppo sistematico di una riflessione eticasull'agire economico è stato intrapreso a partire dagli anni '60. Particolare rilievo ha avuto la discussione sui doveri propri degli uomini d'affari. Un nodo centrale del dibattito ha riguardato la discussione tra chi limita il perimetro della responsabilità dell'impresa al rapporto con gli azionisti e chi invece ritiene che vi sia una responsabilità molto più ampia, estesa ai numerosi portatori di interesse nell'intera società.
  • Altro tema dibattuto dai filosofi è quello riguardante la fame nel mondo e più in generale dell'ingiustizia connessa ai diversi livelli di ricchezza e opportunità tra paesi più o meno sviluppati. Peter Singer, pubblicò un articolo molto provocatorio sostenendo il dovere morale, da parte dei cittadini delle ricche società occidentali, di intervenire per ridurre le sofferenze nel mondo (esempio la situazione del Bengala orientale). A partire da questo intervento si sviluppò un consistente dibattito, nel quale si levarono diverse voci critiche; prese così l'avvio la discussione etica sulla povertà mondiale e la giustizia globale.
  • Nuovo è anche l'interesse per le questioni ambientali. La preoccupazione per la crisi ecologica e per le conseguenze negative del modello di sviluppo industriale e di sfruttamento delle risorse naturali adottato a livello mondiale comincia a manifestarsi con forza nel corso degli anni '60 del '900. Tali problemi di carattere mondiale richiedono lo sviluppo di nuovi paradigmi morali e in particolare il superamento dell'antropocentrismo etico proprio della tradizione occidentale e una riflessione innovativa sul valore di entità non umane, come l'ambiente e gli ecosistemi. Fu nuovamente Peter Singer a proporre, l'idea di una battaglia emancipatoria in favore della liberazione degli animali; attraverso una serrata critica allo specismo, ossia all'ingiustificata discriminazione in base alla mera appartenenza di specie, Singer sviluppava un'analogia tra schiavitù umana e schiavitù animale per sostenere due tesi: che essere vegetariani sia un dovere morale e che l'utilizzo di animali nella sperimentazione biomedica sia fortemente problematico. (1975,Liberazione animale).

Elementi Comuni delle Etiche Applicate

Ci sono 3 elementi che accomunano le etiche applicate:

  • In molte etiche applicate emerge il ruolo della dimensione globale, si parla di questioni che travalicano nettamente l'ambito nazionale e sembrano richiedere interventi e decisioni a livello mondiale.
  • il ruolo esercitato dal complesso scientifico e tecnologico nelle questioni affrontate dalle etiche applicate; la scienza e la tecnologia consentono un incremento delle possibilità di intervento ma determinano anche un proporzionale aumento della complessità decisionale, per via della difficoltà di padroneggiare i saperi.
  • mettere in discussione alcune concezioni tradizionali dell'etica occidentale, in particolare con riferimento alla questione dello status morale. Quest'ultima è la caratteristica che un'entità possiede di contare dal punto di vista morale di per sé, non in riferimento agli interessi o ai bisogni di qualcun altro; ha status morale un'entità che possiede un benessere, un interesse o dei diritti propri.

La Bioetica come Disciplina

La bioetica come disciplina La bioetica, o etica biomedica, è un'etica applicata alla biomedicina. Si inizia a parlare di bioetica nell'articolo di Henry Beecher, pubblicato nel 1966, che denunciava la violazione delle regole già sancite da alcune dichiarazioni internazionali nella sperimentazione clinica su soggetti umani.

Tre anni dopo, la questione veniva ripresa Hans Jonas in un articolo che dedicava anche una sezione alla critica del rapporto di Harvard che aveva proposto di ridefinire la morte su base cerebrale.

La necessità di una riflessione etica su quanto veniva sviluppandosi in una medicina orientata in senso scientifico e sperimentale, e sempre più supportata da nuovi strumenti di intervento tecnologico, cominciava ad apparire con chiarezza da questi interventi.

Il termine «bioetica» venne coniato nel 1970 da uno scienziato americano, Van Rensselaer Potter, il quale lo utilizzò dapprima in un articolo e poi in un suo famoso libro. Potter proponeva una concezione molto ampia della bioetica: egli mirava allo sviluppo di un'etica naturalistica, che derivasse i propri criteri di valutazione dalle scienze biologiche e si proponesse come scienza della sopravvivenza. Un'altra immagine utilizzata da Potter era quella di un ponte verso il futuro, ossia di un sapere che colleghi scienze naturali e comportamenti umani. Il progetto potteriano era contiguo a quello dalle etiche ecologiche.

Le prime istituzioni dedicate alla bioetica andarono invece in un'altra direzione, ossia nel senso di un'etica della biomedicina; il loro intento fu quello di dare una nuova formulazione,

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