Rischiare nelle interazioni di Eric Landowski, Università di Bologna

Documento da Alma Mater Studiorum - Università di Bologna su Rischiare nelle interazioni di Eric Landowski. Il Pdf, un riassunto schematico e discorsivo, esplora concetti di semiotica, antropologia e filosofia, analizzando la costruzione del senso e i regimi di interazione, utile per lo studio universitario.

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17 pagine

Rischiare nelle interazioni di Eric
Landowski - RIASSUNTO
Semiotica
Alma Mater Studiorum – Università di Bologna (UNIBO)
16 pag.
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1. Fra semiotica, antropologia e filosofia
La semiotica ha vocazione empirica. È un metalinguaggio che ci permette di descrivere non le cose
in quanto tali, ma il modo in cui noi le rendiamo significative (domanda originaria: qual è il senso
della vita? -> significazione come dimensione esistenziale della condizione umana).
Non c’è una semiotica pura e dura da un lato e un approccio impressionistico dall’altro.
Prendiamo schema narrativo: nato dall’analisi del racconto popolare, ponendo l’ordine cime dato
primo, è un portatore di una visione del mondo che implica una precisa “filosofia”. Greimas gli
attribuisce il valore di un modello ideologico. Non esiste semiotica del tutto libera da qualunque
coinvolgimento con il senso.
In questo testo si confronteranno diversi regimi di costruzione del senso con un duplice obbiettivo:
1. Partendo dai modelli grammaticali o narrativi esistenti, cercheremo di completarli, aggiungendo
nuovi strumenti di descrizione;
2. Ci interrogheremo a un livello più profondo sul significato e sulla portata antropologica di questi
modelli.
Ognuno di essi implica uno specifico regime di relazione con il mondo.
Marginalità del senso, precarietà del soggetto
Merleau-Ponty: siamo esseri semiotici per natura e saremo per natura condannati al senso.
Il senso deve quindi essere conquistato su uno sfondo originario di non-senso? Due tipi di esperienza
sembrano attestarlo:
Noia: il mondo ci pare assente
Dolore: il mondo ci appare privo di senso
A partire da questo, l’esperienza del senso può essere vista come un’opportunità di salvezza. Ma
allora perché vi siamo condannati?
Ciò a cui siamo davvero condannati è la costruzione del senso, così da vivere come soggetti e non
semplicemente sopravvivere come corpi.
Il non-senso è sempre in agguato e il senso di configura solo all’interno di uno stretto margine
(affinché possa emergere, occorre che si possano cogliere differenze pertinenti tra elementi fra loro
comparabili).
La noia e il dolore e il loro superamento non sono privi di fondamenti, ma vanno di pari passo con la
diversità di regimi di presenza e di interazione all’interno dei quali si inscrivono i nostri rapporti con
il mondo e con gli altri. Comparare tra loro i diversi regimi di costruzione del senso e interagire con
ciò che ci circonda, dovrebbe far luce sulla nostra condizione di esseri semiotici e permettere un
saper vivere semioticamente fondato.
Greimas interpreta i passaggi e le rotture tra i momenti di apparizione del senso e i momenti di
riflusso del non senso: a uno stile catastrofista oscillante tra rassegnazione all’insignificanza e attesa
dell’abbaglio, si oppone un atteggiamento volontaristico fondato sull’esercizio di un “fare estetico”
che mira alla costruzione consapevole di un mondo significante. Qui quindi bisogna introdurre la
nozione di rischio.
Fra insignificanza e insensatezza: il rischio accettato
Il rischio non è molto apprezzato, mentre il suo contrario, la sicurezza è all’ordine del giorno.
Non si può evitare un determinato rischio senza accettarne allo stesso tempo un altro. La prudenza
estrema che ispira l’ossessione regnante per la pubblica sicurezza non fa quindi che esprimere la
preferenza comunemente diffusa per un certo tipo di rischi, in opposizione ad altri (morire per un
incidente d’auto o di una morte lenta di fianco al focolare?).
Quindi all’interno di un margine stretto si situa la zona dell’azione possibile. Questa zona è quella
del rischio accettato: né rifiuto di ogni rischio (paralizzerebbe), né pura sottomissione al caso
(porterebbe alla catastrofe). Resta però ancora da stabilire la natura e il grado di probabilità dei rischi
che si accettano di assumere in ogni circostanza. Le scelte che si possono fare si riducono all’opzione
tra diversi regimi di interazione e fra regimi di senso distinti. Questi due livelli sono legati tra loro:
Più si cerca di guadagnare sicurezza sul piano dell’interazione, più ci si espone al rischio di
perdere la produzione di senso. E viceversa;
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Rischiare nelle interazioni di Eric Landowski - RIASSUNTO

Semiotica
Alma Mater Studiorum - Università di Bologna (UNIBO)
16 pag.
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Fra semiotica, antropologia e filosofia

La semiotica ha vocazione empirica. È un metalinguaggio che ci permette di descrivere non le cose
in quanto tali, ma il modo in cui noi le rendiamo significative (domanda originaria: qual è il senso
della vita? - > significazione come dimensione esistenziale della condizione umana).
Non c'è una semiotica pura e dura da un lato e un approccio impressionistico dall'altro.
Prendiamo schema narrativo: nato dall'analisi del racconto popolare, ponendo l'ordine cime dato
primo, è un portatore di una visione del mondo che implica una precisa "filosofia". Greimas gli
attribuisce il valore di un modello ideologico. Non esiste semiotica del tutto libera da qualunque
coinvolgimento con il senso.
In questo testo si confronteranno diversi regimi di costruzione del senso con un duplice obbiettivo:

  1. Partendo dai modelli grammaticali o narrativi esistenti, cercheremo di completarli, aggiungendo
    nuovi strumenti di descrizione;
  2. Ci interrogheremo a un livello più profondo sul significato e sulla portata antropologica di questi
    modelli.

Ognuno di essi implica uno specifico regime di relazione con il mondo.

Marginalità del senso, precarietà del soggetto

Merleau-Ponty: siamo esseri semiotici per natura e saremo per natura condannati al senso.
Il senso deve quindi essere conquistato su uno sfondo originario di non-senso? Due tipi di esperienza
sembrano attestarlo:
+ Noia: il mondo ci pare assente
+ Dolore: il mondo ci appare privo di senso
A partire da questo, l'esperienza del senso può essere vista come un'opportunità di salvezza. Ma
allora perché vi siamo condannati?
Ciò a cui siamo davvero condannati è la costruzione del senso, così da vivere come soggetti e non
semplicemente sopravvivere come corpi.
Il non-senso è sempre in agguato e il senso di configura solo all'interno di uno stretto margine
(affinché possa emergere, occorre che si possano cogliere differenze pertinenti tra elementi fra loro
comparabili).
La noia e il dolore e il loro superamento non sono privi di fondamenti, ma vanno di pari passo con la
diversità di regimi di presenza e di interazione all'interno dei quali si inscrivono i nostri rapporti con
il mondo e con gli altri. Comparare tra loro i diversi regimi di costruzione del senso e interagire con
ciò che ci circonda, dovrebbe far luce sulla nostra condizione di esseri semiotici e permettere un
saper vivere semioticamente fondato.
Greimas interpreta i passaggi e le rotture tra i momenti di apparizione del senso e i momenti di
riflusso del non senso: a uno stile catastrofista oscillante tra rassegnazione all'insignificanza e attesa
dell'abbaglio, si oppone un atteggiamento volontaristico fondato sull'esercizio di un "fare estetico"
che mira alla costruzione consapevole di un mondo significante. Qui quindi bisogna introdurre la
nozione di rischio.

Fra insignificanza e insensatezza: il rischio accettato

Il rischio non è molto apprezzato, mentre il suo contrario, la sicurezza è all'ordine del giorno.
Non si può evitare un determinato rischio senza accettarne allo stesso tempo un altro. La prudenza
estrema che ispira l'ossessione regnante per la pubblica sicurezza non fa quindi che esprimere la
preferenza comunemente diffusa per un certo tipo di rischi, in opposizione ad altri (morire per un
incidente d'auto o di una morte lenta di fianco al focolare?).
Quindi all'interno di un margine stretto si situa la zona dell'azione possibile. Questa zona è quella
del rischio accettato: né rifiuto di ogni rischio (paralizzerebbe), né pura sottomissione al caso
(porterebbe alla catastrofe). Resta però ancora da stabilire la natura e il grado di probabilità dei rischi
che si accettano di assumere in ogni circostanza. Le scelte che si possono fare si riducono all'opzione
tra diversi regimi di interazione e fra regimi di senso distinti. Questi due livelli sono legati tra loro:
+ Più si cerca di guadagnare sicurezza sul piano dell'interazione, più ci si espone al rischio di
perdere la produzione di senso. E viceversa;
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+ Analizzando le forme manifeste di interazione, capiremo che questa diversità rinvia a un numero
limitato di principi elementari, ciascuno dei quali coinvolge implicitamente una concezione
determinata di senso. Confronteremo quindi regimi di interazione diversi tra loro che però,
considerati insieme, formano un sistema.
La semiotica narrativa si rifà a due forme di interazione: l'operazione (fondata su certi principi di
regolarità) e la manipolazione (mette in relazione soggetti sulla base di un principio generale di
intenzionalità).
C'è bisogno però di un terzo regime: quello dell'aggiustamento (legato alla sensibilità propria degli
interattanti).

Dalla programmazione alla strategia

  • "Operare": agiamo direttamente sul mondo materiale con il risultato di far essere nuove realtà o di
    modificare gli stati di oggetti esistenti. Agiamo quindi all'esterno;
  • "Manipolare": deleghiamo ad altri la realizzazione delle cose con il risultato di far fare. Ci
    intromettiamo quindi nella vita interiore dell'altro e trasformiamo il mondo secondo un
    preliminare modello strategico relativo alla competenza di un altro soggetto.

Due forme di regolarità

Perché un soggetto possa operare deve essere programmato e avere dunque un ruolo tematico:
l'identità di ogni attore si riduce alla definizione di un ruolo tematico-funzionale dal quale, per
costruzione, non si può uscire in alcun modo (se un personaggio è definito "pescatore", pescherà e
non farà altro che pescare). Questo modello di carattere meccanicista offre sicurezza, poiché i rischi
sono calcolati in maniera esatta.
Ma la vita è fatta anche di rapporti con le persone. Solo ciò che è già programmato è programmabile:
è ciò che fa la differenza tra gli stati della materia e gli stati d'animo. A meno che non si immagini
una scena sociale in cui regnino principi equivalenti e in cui ci siano una serie di programmi fissati
riguardo a tutti gli aspetti della vita in società. E questo non è per niente utopico.
Oltre alle regolarità fondate sul principio di casualità fisica, ci sono anche regolarità basate sul
principio della costrizione sociale. La grammatica del far essere autorizza a usare per gli umani lo
stesso tipo di gestione programmatica degli oggetti, estendendo, dietro la nozione neutra di ruolo
tematico, l'idea di strette regolarità di comportamento a tutti i tipi possibili.
La sintassi narrativa dell'operazione programmata traduce dunque un modo di apprensione del
mondo radicalmente determinista (che resta generalmente implicita).

Le condizioni dell'interazione strategica

I comportamenti dei soggetti sono reputati rilevare per definizione della motivazione e delle ragioni.
Come sapere ciò che fa agire l'altro? Dai principi di regolarità si passa a un regime manipolatorio
fondato su un principio di intenzionalità. Ci sono diverse forme di far fare:

  1. Tentazione e minaccia: traggono la loro efficacia dal valore degli oggetti con il quale il
    manipolatore si impegna a retribuire il manipolato. È a partire da ragioni che si fa (o meno)
    l'accordo fra i rispettivi progetti del manipolatore e del manipolato. Si svolge su piano orizzontale
    (ci si basa su valori oggetti). Le ragioni di rimettersi alla volontà del manipolatore sono
    economiche;
  2. Adulazione/sfida: giocano sulle connotazioni, positive e valorizzanti (o il contrario), dell'immagine
    che il manipolato ritiene che il manipolatore si faccia di lui. Si fonda sulla motivazione
    propriamente soggettiva (il soggetto vuole essere riconosciuto come tale e si sente obbligato ad
    agire conformemente a ciò che implica l'immagine che vuole dare di sé). Si svolge su asse
    verticale (gerarchia). Le ragioni di rimettersi alla volontà del rapinatore sono d'ordine identitario.

C'è quindi sempre una forma di scambio che il manipolatore offre all'altro.
Il potenziale manipolatore attribuisce al suo partner uno statuto semiotico identico al proprio: quello
di soggetto (e quindi il manipolato si comporterà da soggetto).
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Ciò che fa dell'uno e dell'altro degli attanti soggetti è un tipo di competenza specifica - nel senso
comune, la facoltà di fare -, che possono avere anche gli oggetti e che si ricollega ai ruoli tematici.
A questi ruoli si oppone la definizione di competenza modale. Queste sono le differenze tra le due:

  1. Ruolo tematico: delimita il fare di un attore e fa di lui un agente funzionale. Le regolarità da cui
    dipende il carattere programmato dei comportamenti di un attore hanno l'effetto di produrre allo
    stesso tempo delle identità impermeabili le une alle altre e delle sfere d'azione ermeticamente
    chiuse (ognuno è "per i fatti suoi"). I ruoli tematici circoscrivono funzioni specializzate la cui
    specificità è di non comunicare direttamente tra loro;
  2. Competenza modale: attributo dei soggetti, conferisce all'attore il volere che ne farà un soggetto in
    grado di valutare cose o situazioni e di prendere decisioni. Ha per effetto di avvicinare gli attanti
    che la possiedono in luogo di separarli. Li abilita a comunicare e li rende manipolabili gli uni
    dagli altri. Ma, a differenza dei ruoli tematici, non c'è l'obbiettivo di chiudere i soggetti in schemi
    definiti.

Incertezze della manipolazione

Ci troviamo davanti a un paradosso: per manipolare l'altro bisogna che il suo comportamento sia
motivato, bisogna conoscere le sue preferenze, i suoi valori ... ed è questo che rende la
manipolazione un esercizio così delicato.
La difficoltà non dipende dal numero di parametri in gioco, ma dalla loro natura. A chi volesse
interagire con l'altro in piena cognizione di causa, rimarrebbero due soluzioni:

  1. Ricondurre l'altro allo statuto di un non-soggetto (individuare leggi/regolarità oggettivabili che
    programmino la concatenazione delle azioni);
  2. Se l'altro deve restare una persona-soggetto, bisognerebbe poter identificarsi con lui e penetrarne
    la coscienza (intuizione è più efficace).

Problemi di interpretazione e di frontiere

In che maniera particolare rendiamo significante il mondo quando ci comportiamo secondo
programmazione o secondo manipolazione? Qual è dunque, su un piano generale, la significazione
legata a ognuno di questi regimi di interazione?

Dal tecnologico al politico

La programmazione presiede in primo luogo alle attività di tipo tecnologico concernenti ai nostri
rapporti con le cose, in secondo luogo essa può anche strutturare un modo di organizzazione sociale
e politico di tipo tecnocratico per quanto riguarda le relazioni con le persone. Queste due cose
possono benissimo andare di pari passo, e la loro combinazione trova completo compimento sotto
forma di società totalitarie di tipo burocratiche.
La manipolazione (più in generale, la strategia) è il fondamento delle società civili fondate sull'inter-
dipendenza tra soggetti. L'attività di base vi assume una forma di un lavoro politico, di persuasione
mirante all'accordo fra le volontà. Interagire quindi significa attribuire o riconoscere all'altro una
"volontà" e cercare di influire sulle sue motivazioni e ragioni d'agire. Il riconoscimento dell'altro in
quanto soggetto è per lo stratega-manipolatore un momento necessario allo scopo di dominarlo e
strumentalizzarlo attraverso l'ottenimento, più o meno forzato, del suo consenso (lo riconosce in
quanto finalità.
Tra programmazione e manipolazione il confine non è così impermeabile. È perché io decido che gli
uomini, a differenza delle cose, hanno un "volere", che mi sembra naturale manipolare
(politicamente) i primi rivolgendomi alle loro motivazioni o ragioni, mentre cercherò di manovrare
( tecnologicamente) le seconde giocando sulle cause che le determinano. Eppure la scelta non è
esclusa a priori: esistono le pratiche "magiche", oppure esiste la possibilità di interagire con i nostri
simili non politicamente, ma tecnocraticamente o tecnologicamente.
Bisogna inoltre riconoscere la pluridimensionalità e la polisemia delle grandezze di qualunque
ordine con cui possiamo avere a che fare: se il senso non è oggettivamente rinchiuso nelle cose, esso
non è nemmeno totalmente dipendente dalla sola soggettività dei punti di vista (ma solo nei limiti
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