Il lavoro clinico nelle separazioni altamente conflittuali

Documento di Università sulla gestione clinica delle separazioni altamente conflittuali. Il Pdf esplora l'evoluzione del fenomeno, le dinamiche delle coppie e gli strumenti della consulenza clinica, fornendo un quadro teorico-operativo per affrontare le complessità delle separazioni in Psicologia.

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Capitolo Primo – Il lavoro clinico nelle separazioni altamente conittuali
1. L’inquadramento fenomenologico
Negli ultimi vent’anni, la letteratura clinica e psicosociale ha intensicato le analisi sugli
eetti della separazione e del divorzio sul benessere dei gli. Gli studi citati (Hetherington,
Law e O’Connor, 1993; Cigoli, Gullotta e Santi, 1997; Scabini e Cigoli, 2000; Kelly, 2006;
Emery, 2008; Amato, 2010; Tamanza, Molgora e Ranieri, 2013; Grant, 2016) evidenziano due
elementi cardine:
1. L’aumento del numero delle separazioni, un dato demograco e sociale costante.
2. L’evoluzione culturale, che ha progressivamente depatologizzato la separazione,
rendendola un evento “paranormativo” e non più considerato un’anomalia.
In parallelo, si è trasformata anche la concezione della genitorialità post-separativa, con la
legge 54/2006 che stabilisce come principio guida l’aido condiviso. Il primo comma della
legge aerma esplicitamente il diritto del minore a mantenere un rapporto equilibrato e
continuativo con entrambi i genitori e le rispettive famiglie d’origine.
Tuttavia, il passaggio da aido esclusivo ad aido condiviso, pur coerente con gli
orientamenti psicologici sistemico-relazionali, non garantisce di per sé il buon esercizio
della genitorialità, che richiede collaborazione e consensualità eettive, non solo formali. Nei
fatti, molte separazioni si svolgono in condizioni di conitto acuto e cronico, che coinvolge
anche i gli, con gravi conseguenze evolutive.
Il legame tra intensità del conitto e diicoltà genitoriali è così evidente da portare anche
operatori giuridici (giudici, avvocati) a sperimentare strumenti alternativi o complementari al
giudizio – come la mediazione familiare, il diritto collaborativo, il coordinamento genitoriale
al ne di contenere il conitto e preservare la funzione genitoriale.
Ne deriva una visione ambivalente del divorzio: normalizzato culturalmente, ma ancora
problematico nei suoi esiti concreti. Questa complessità viene quotidianamente rilevata
dagli psicologi clinici che, anche nei servizi territoriali, intercettano sempre più situazioni
legate alla separazione e al divorzio.
Da qui, l’urgenza di fare il punto sugli strumenti clinici a disposizione per trattare tali
situazioni e valutare approcci teorico-operativi in grado di facilitare l’elaborazione del
conitto e l’accesso a una genitorialità condivisa realmente funzionante.
2. Lo scenario sociale del divorzio e le coppie altamente conittuali
La tendenza generale mostra una crescita costante del numero di separazioni e divorzi, con
una stabilizzazione quantitativa negli anni recenti. Il picco del 2015 (+57% di divorzi rispetto
al 2014) è un’anomalia dovuta a due fattori:
1. Legge 132/2014: introdotta alla ne del 2014, permette la denizione consensuale
della separazione e del divorzio senza ricorso al tribunale, ma solo in assenza di gli
minori o disabili e senza rilevanti questioni patrimoniali.
2. Legge 55/2015 (divorzio breve): riduce i tempi tra separazione e divorzio da 3 anni a 6
mesi (se consensuale) o 1 anno (se giudiziale).
Queste norme hanno provocato un eetto accelerante, anticipando la formalizzazione di
divorzi già “pronti”. Tuttavia, non hanno ridotto il tasso di contenzioso: tra 2014 e 2015 le
separazioni e i divorzi giudiziali sono aumentati (dal 15,89% al 17,80% per le separazioni, dal
24,11% al 24,27% per i divorzi).
Parallelamente, vi è stata una drastica modica della gestione dell’aido: no al 2005 l’80%
dei casi prevedeva aido esclusivo alla madre; dopo la legge 54/2006, nel 2015 si registra
l’88,9% di aidi condivisi. Tuttavia, questa trasformazione è più formale che sostanziale,
perché:
il collocamento prevalente del glio è quasi sempre presso la madre;
la casa familiare è assegnata alla madre nel 60% dei casi;
il padre continua a pagare l’assegno nel 94% dei casi.
Il passaggio alla genitorialicondivisa non ha scalto le asimmetrie strutturali, rendendo
evidente che la legge non basta a modicare i comportamenti. Inoltre, non tutte le coppie
problematiche giungono allo psicologo clinico. Quelle che vi accedono non sono
semplicemente in crisi, ma bloccate nel transito separativo: pur essendosi separate
formalmente, non riescono a elaborare psichicamente la ne del legame.
Il conitto qui non è solo un comportamento, ma il sintomo di una impossibilità interna a
separarsi, una difesa estrema contro un dolore intollerabile. Non si tratta di cattiva volontà o
tratti patologici individuali, ma di una disfunzione relazionale profonda.
3. Tempi e luoghi dell’incontro clinico
Le consulenze cliniche con coppie in separazione si rivolgono a una particolare fascia di
situazioni: quelle in cui la separazione è consumata nei fatti, ma il conitto rimane irrisolto
e altamente distruttivo. La conittualità è solo il sintomo visibile di un problema più
profondo: l’incapacità di accettare la ne del legame.

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Anteprima

Capitolo Primo - Il lavoro clinico nelle separazioni altamente conflittuali

L'inquadramento fenomenologico

Negli ultimi vent'anni, la letteratura clinica e psicosociale ha intensificato le analisi sugli effetti della separazione e del divorzio sul benessere dei figli. Gli studi citati (Hetherington, Law e O'Connor, 1993; Cigoli, Gullotta e Santi, 1997; Scabini e Cigoli, 2000; Kelly, 2006; Emery, 2008; Amato, 2010; Tamanza, Molgora e Ranieri, 2013; Grant, 2016) evidenziano due elementi cardine:

  1. L'aumento del numero delle separazioni, un dato demografico e sociale costante.
  2. L'evoluzione culturale, che ha progressivamente depatologizzato la separazione, rendendola un evento "paranormativo" e non più considerato un'anomalia.

In parallelo, si è trasformata anche la concezione della genitorialità post-separativa, con la legge 54/2006 che stabilisce come principio guida l'affido condiviso. Il primo comma della legge afferma esplicitamente il diritto del minore a mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con entrambi i genitori e le rispettive famiglie d'origine. Tuttavia, il passaggio da affido esclusivo ad affido condiviso, pur coerente con gli orientamenti psicologici sistemico-relazionali, non garantisce di per sé il buon esercizio della genitorialità, che richiede collaborazione e consensualità effettive, non solo formali. Nei fatti, molte separazioni si svolgono in condizioni di conflitto acuto e cronico, che coinvolge anche i figli, con gravi conseguenze evolutive. Il legame tra intensità del conflitto e difficoltà genitoriali è così evidente da portare anche operatori giuridici (giudici, avvocati) a sperimentare strumenti alternativi o complementari al giudizio - come la mediazione familiare, il diritto collaborativo, il coordinamento genitoriale - al fine di contenere il conflitto e preservare la funzione genitoriale. Ne deriva una visione ambivalente del divorzio: normalizzato culturalmente, ma ancora problematico nei suoi esiti concreti. Questa complessità viene quotidianamente rilevata dagli psicologi clinici che, anche nei servizi territoriali, intercettano sempre più situazioni legate alla separazione e al divorzio. Da qui, l'urgenza di fare il punto sugli strumenti clinici a disposizione per trattare tali situazioni e valutare approcci teorico-operativi in grado di facilitare l'elaborazione del conflitto e l'accesso a una genitorialità condivisa realmente funzionante.

Lo scenario sociale del divorzio e le coppie altamente conflittuali

La tendenza generale mostra una crescita costante del numero di separazioni e divorzi, con una stabilizzazione quantitativa negli anni recenti. Il picco del 2015 (+57% di divorzi rispetto al 2014) è un'anomalia dovuta a due fattori:

  1. Legge 132/2014: introdotta alla fine del 2014, permette la definizione consensuale della separazione e del divorzio senza ricorso al tribunale, ma solo in assenza di figli minori o disabili e senza rilevanti questioni patrimoniali.
  2. Legge 55/2015 (divorzio breve): riduce i tempi tra separazione e divorzio da 3 anni a 6 mesi (se consensuale) o 1 anno (se giudiziale).

Queste norme hanno provocato un effetto accelerante, anticipando la formalizzazione di divorzi già "pronti". Tuttavia, non hanno ridotto il tasso di contenzioso: tra 2014 e 2015 le separazioni e i divorzi giudiziali sono aumentati (dal 15,89% al 17,80% per le separazioni, dal 24,11% al 24,27% per i divorzi). Parallelamente, vi è stata una drastica modifica della gestione dell'affido: fino al 2005 l'80% dei casi prevedeva affido esclusivo alla madre; dopo la legge 54/2006, nel 2015 si registra l'88,9% di affidi condivisi. Tuttavia, questa trasformazione è più formale che sostanziale, perché:

  • il collocamento prevalente del figlio è quasi sempre presso la madre;
  • la casa familiare è assegnata alla madre nel 60% dei casi;
  • il padre continua a pagare l'assegno nel 94% dei casi.

Il passaggio alla genitorialità condivisa non ha scalfito le asimmetrie strutturali, rendendo evidente che la legge non basta a modificare i comportamenti. Inoltre, non tutte le coppie problematiche giungono allo psicologo clinico. Quelle che vi accedono non sono semplicemente in crisi, ma bloccate nel transito separativo: pur essendosi separate formalmente, non riescono a elaborare psichicamente la fine del legame. Il conflitto qui non è solo un comportamento, ma il sintomo di una impossibilità interna a separarsi, una difesa estrema contro un dolore intollerabile. Non si tratta di cattiva volontà o tratti patologici individuali, ma di una disfunzione relazionale profonda.

Tempi e luoghi dell'incontro clinico

Le consulenze cliniche con coppie in separazione si rivolgono a una particolare fascia di situazioni: quelle in cui la separazione è consumata nei fatti, ma il conflitto rimane irrisolto e altamente distruttivo. La conflittualità è solo il sintomo visibile di un problema più profondo: l'incapacità di accettare la fine del legame.Il conflitto funziona come compromesso inconscio: mantiene il legame nella forma dell'opposizione. Dietro la preoccupazione per i figli si nasconde spesso un lutto non elaborato e un'angoscia di abbandono. La domanda d'aiuto raramente nasce spontaneamente: è quasi sempre mediata da professionisti (giudici, avvocati, terapeuti, servizi sociali) che restano figure influenti anche dopo l'invio. Questa mediazione condiziona il setting e richiede attenzione alla triangolazione tra clinico, coppia e invianti. L'incontro clinico può collocarsi:

  • prima della separazione legale (fase preventiva);
  • durante la procedura giudiziale (con funzione di contenimento e comprensione);
  • dopo la sentenza (fase post-separativa).

Il contesto può essere giudiziale o extragiudiziale, consensuale o contenzioso. Ogni combinazione comporta implicazioni diverse per il contratto clinico, le aspettative, le finalità e il ruolo degli attori coinvolti. Nel caso della CTU (consulenza tecnica d'ufficio), disposta dal giudice, il clinico assume un ruolo valutativo. Tuttavia, è possibile coniugare tale funzione con una finalità trasformativa, pur rispettando i vincoli normativi. La CTU non deve essere vista solo come "diagnostica speciale", ma come occasione di comprensione e ristrutturazione relazionale, se trattata in modo consapevole. Lo stesso vale per la consultazione individuale: anche lavorando con un solo partner, è possibile contribuire al processo trasformativo del legame e della genitorialità. Procederò ora con lo stesso livello di dettaglio per il Capitolo 2 - Obiettivo, metodo, tecniche e procedure. Vuoi che prosegua subito? Posso completarlo tutto nel prossimo messaggio, oppure suddividerlo in sottosezioni, come preferisci. 4o Hai detto: i lo voglio tuto nel prossimo messaggio, insieme al 4 e lo voglio specifico come il primo ChatGPT ha detto: Perfetto. Di seguito troverai la sintesi estremamente dettagliata e strutturata dei Capitoli 2 e 4 del libro Interventi clinici con la coppia in separazione di Giancarlo Tamanza, con lo stesso livello di precisione concettuale, aderenza al testo originale e suddivisione per paragrafi utilizzato per il Capitolo 1.

Capitolo Secondo - Obiettivo, metodo, tecniche e procedure

L'obiettivo: l'accompagnamento alla transizione separativa

Il lavoro clinico descritto in questo volume ha un obiettivo comune, condiviso trasversalmente dai diversi setting e contesti in cui si applica: accompagnare la coppia nel processo di separazione in condizioni di elevata conflittualità. Si tratta di una posizione intermedia tra psicoterapia, intervento sociale e consulenza tecnico-giudiziaria. L'approccio teorico di riferimento è quello relazionale-simbolico, secondo cui la separazione non è un evento puntuale ma una transizione complessa che implica:

  • la trasformazione delle identità individuali;
  • la riorganizzazione delle relazioni familiari, sia di coppia che genitoriali;
  • la ridefinizione dei legami intergenerazionali.

Questo processo avviene in una condizione paradossale: la necessità di separarsi dal partner come coniuge si accompagna all'impossibilità di separarsi dallo stesso come genitore. Questa coabitazione contraddittoria dei ruoli rende la separazione un processo fragile e soggetto a blocchi. In tal senso, il conflitto non è solo un effetto del fallimento della coppia, ma spesso una risposta adattiva disfunzionale, volta a evitare il dolore della perdita. Per questo l'obiettivo non è la risoluzione del conflitto, ma la rimozione degli ostacoli alla transizione e la costruzione delle condizioni per rendere il conflitto trattabile, in vista della ristrutturazione delle relazioni.

Riorganizzare le relazioni familiari

La separazione produce effetti sistemici che coinvolgono l'intero sistema familiare:

  • le famiglie d'origine spesso si schierano nella lotta tra i partner, diventando parte attiva della conflittualità;
  • l'arrivo di nuovi partner e figli acquisiti complica ulteriormente l'assetto familiare, generando dinamiche complesse.

In questi scenari, la vita quotidiana diventa difficile da riorganizzare: casa, tempi di visita, decisioni scolastiche e sanitarie, sostegno economico. La tendenza spontanea delle coppie è irrigidire i confini, definire regole, delimitare "territori" genitoriali. Tuttavia, questa strategia fallisce perché:

  • i confini familiari devono restare permeabili, soprattutto per i figli, che sono chiamati ad attraversarli fisicamente e simbolicamente;
  • la rigidità difensiva produce isolamento e scissioni relazionali, invece di creare sicurezza.

Oltre allo spazio, è fondamentale considerare anche il tempo: la separazione richiede la comprensione della tridimensionalità storica dei legami familiari, ovvero la consapevolezza che ogni relazione contiene il passato (origine), il presente (conflitto) e il futuro (prospettiva). Riconoscere questa profondità temporale dei legami è essenziale per evitare che l'adattamento sia solo superficiale e per permettere una trasformazione reale delle relazioni familiari.

Identificare ciò che ostacola la separazione, riconoscere il senso generazionale del legame ed elaborare la perdita

La separazione produce una frattura dell'identità personale e familiare. A differenza di altre transizioni (es. nascita di un figlio), essa richiede discontinuità strutturale. Tuttavia, il legame con il partner rimane iscritto nella psiche come fondamento identitario. Ciò genera una tensione profonda tra la necessità di interrompere e quella di mantenere viva una parte del legame. Quando il dolore della perdita non è mentalizzabile, si attivano difese primitive (negazione, attacco, annullamento) che impediscono l'elaborazione del lutto e cristallizzano la sofferenza. Il rischio è che la separazione venga vissuta non come trasformazione, ma come distruzione della propria identità. Il compito dell'intervento clinico è allora:

  • aiutare i partner a riconoscere le componenti generazionali che hanno dato senso alla relazione (bisogni inconsci, aspettative ereditate, identificazioni familiari);
  • riprendere possesso delle parti di sé proiettate nel legame e ridefinirne il significato;
  • riconoscere il valore del legame passato, anche nel suo fallimento, come premessa per dare senso al futuro.

Questo processo consente di integrare la perdita, mantenere una continuità interna e aprire la possibilità di ricostruzione.

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