Sociologia del giornalismo: normatività, media e teoria di Bourdieu

Documento dall'Università degli Studi di Milano su Sociologia del giornalismo - Prof. Splendore. Il Pdf esplora la sociologia del giornalismo, analizzando la normatività, l'influenza della politica economica sui media e l'applicazione della teoria di Bourdieu, utile per studenti universitari.

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Sociologia del giornalismo - Prof. Splendore
Sociologia dei media (Università degli Studi di Milano)
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Sociologia del giornalismo - Prof. Splendore
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I significati della normatività nel giornalismo

In un contesto di continua trasformazione, qual è quello del giornalismo, accadono ripetutamente eventi considerati decisivi, capaci di cambiare le regole del gioco, di innovare. Il giornalismo prova a raccontarsi, a segnare i limiti di quello che vuole e che dovrebbe fare.

L'obiettivo della sociologia del giornalismo è quello di restituire teorie e concetti che parlino di giornalismo in una chiave sociologica.

  • Capire qual è il ruolo del giornalismo nella società e perché è rilevante; quando mette in rilievo argomenti significativi, importanti per noi;
  • Quale consenso e quale conflitto genera nelle articolazioni del sociale;
  • Capire come il sistema sociale legittimi gli approcci professionali;
  • Capire come il giornalismo collabori (o meno) a mantenere l'ordine sociale.

La sociologia del giornalismo è lo studio e l'analisi del lavoro giornalistico concentrati sulle routine di lavoro, le interazioni e le relazioni tra individui, organizzazioni, istituzioni, strutture, norme e valori professionali che partecipano a questo processo della produzione di notizie, ovvero della produzione di quello che per i lettori, i telespettatori, gli utenti della rete diventa di giorno in giorno, di attimo in attimo, importante sapere.

Se un campo sociale così articolato e importante attraversa un momento di crisi o di disruption sono necessarie indicazioni di carattere normativo sul percorso da intraprendere per passare dallo squilibrio all'adattamento.

Connotazioni del termine normativo nel giornalismo

Nel giornalismo il termine NORMATIVO acquista tre diverse connotazioni:

  1. Innanzitutto, la normatività si applica a ciò che il giornalismo dovrebbe essere;
  2. C'è poi un livello normativo che concerne ciò che il giornalismo deve fare. Al giornalismo è attribuito cioè il dovere e la responsabilità di selezionare alcune informazioni e non altre. In questo senso il processo di selezione è inteso come il compito che alle organizzazioni che si occupano di informazione spetta di svolgere nella società, scegliendo contenuti che favoriscano valori condivisi;
  3. Un terzo livello, infine, riguarda il carattere pervasivo della normativita stessa. Gli aspetti normativi divenuti prevalenti vengono vissuti come normali, cioè come modello di giornalismo ricorrente. Entrano così a far parte delle folk theories del giornalismo, e non dipendono più solo dal modo in cui il giornalismo si racconta, ma anche dalle aspettative di chi lo fruisce.

L'approccio normativo al giornalismo

Come si è già accennato nell'introduzione, è possibile identificare la nascita del campo multidisciplinare degli studi sul giornalismo proprio in quelle valutazioni di carattere normativo articolate da alcuni pensatori di fine Ottocento. È in questa fase storica, insomma, che il giornalismo acquisisce una centralità tale non solo da renderlo oggetto degno di riflessione accademica, ma da farlo persino considerare un quarto potere.

Barbie Zelizer ha raccolto ed esaminato i testi fondanti della relazione tra giornalismo e democrazia. Zelizer sostiene tuttavia che democrazia e giornalismo siano rimasti legati a doppio filo fin troppo a lungo, e che si debba discutere di giornalismo al di là di valutazioni normative che lo riducano al suo rapporto con la democrazia. Inoltre, secondo Zelizer, se il giornalismo è fondamentale per la democrazia, non è però vero il contrario. Il nesso tra democrazia e giornalismo ha infatti un problema: si basa su un'idea di modernità occidentale delimitata da confini precisi e difficilmente applicabile altrove. Vi è poi una seconda complicazione di tipo pratico: molti aspetti di questa relazione non si riflettono nelle contingenze del reale.

Definizione di giornalismo

Nella lettura dominante il giornalismo è un fenomeno culturale legato alle democrazie occidentali nonché un prodotto industriale. Con ciò si intende che il giornalismo non può essere realizzato individualmente, ma deve essere il risultato di uno sforzo collettivo e organizzato, tendenzialmente oneroso, in cui poche persone hanno il possesso dei mezzi di produzione ed esercitano il controllo sulla distribuzione, in contesti in cui vigono rapporti di lavoro contrattualizzati.

Cominciamo questa nostra rassegna da un articolo intitolato appunto "What Is Journalism?"(2005), in cui Deuze prova a dar conto dei modi in cui il giornalismo intercetta e risponde alle trasformazioni sociali, culturali, politiche e tecnologiche di inizio millennio. Una delle sue argomentazioni più importanti è che, all'interno del contesto preso in esame, il giornalismo si identifica professionalmente nella pretesa di avere un rapporto esclusivo con la società, un ruolo che difende strenuamente attraverso una precisa ideologia professionale. Secondo Deuze, il giornalismo è caratterizzato da un insieme di strategie e codici formali a cui i suoi membri possono fare riferimento per valutare il proprio lavoro. Ciò che trasforma la produzione di informazione in buon giornalismo è appunto il suo contributo autonomo, finalizzato al bene comune.

Il giornalismo è visto come un insieme di valori - quali la ricerca della verità, la fornitura di un servizio pubblico, la tempestività - dotati di senso in un contesto storico e geografico specifico.

Deuze parla esplicitamente di ideologia, indicando così che quel sistema valoriale è talmente radicato da essere considerato un modello vincolante per chi lavora nel settore. Concetti, valori ed elementi di questa ideologia costituiscono un ideal-tipo costruito su cinque categorie:

  1. Orientamento al servizio pubblico;
  2. Obiettività;
  3. Autonomia;
  4. Immediatezza;
  5. Rispetto di principi etici.

Si tratta cioè di caratteristiche rilevanti all'interno di un quadro normativo in cui il giornalismo si percepisce, e pretende di essere percepito, come attività professionale.

I modelli e le culture giornalistiche

Hallin e Mancini (2004), da cui prenderemo le mosse, chiariscono come non siano solo le forme di governo, ma le stesse culture politiche a influenzare i modi in cui operano le organizzazioni che producono informazione.

Per afferrare al meglio il lavoro di Hallin e Mancini (2004), bisogna partire dal concetto di sistema dei media. Un corollario di questa definizione è che i sistemi dei media sono a loro volta parte del sistema sociale e politico di riferimento e da questo sono influenzati. Sono tre le caratteristiche fondamentali di questi sistemi:

  1. Sono irriducibili (ogni sistema ha una sua specifica struttura e mette in azione specifiche relazioni);
  2. Si sforzano di mantenervi solidi, riconoscibili e di non sfaldarsi;
  3. Sono autopoietici, ovvero si creano e si difendono rispondendo alle sfide che arrivano dall'esterno.

Hallin e Mancini identificano i sistemi dei media con i loro confini nazionali. Attraverso una dettagliata analisi empirica, si concentrano su un numero circoscritto di casi, riconoscendo la limitatezza del loro sguardo. Nello specifico, analizzano 18 democrazie liberali dell'Europa occidentale e dell'America del Nord, articolandone le differenze secondo quattro dimensioni principali:

  1. Lo sviluppo del mercato dei media. Esaminando dati relativi al mercato dei media, i due autori ricostruiscono l'andamento dell'alfabetizzazione come fattore che ha ostacolato o favorito lo sviluppo della stampa di massa .;
  2. Il grado e le forme di parallelismo politico (il modo in cui la struttura dei media richiama le divisioni dei partiti politici e dei gruppi di interesse);
  3. La professionalizzazione nel giornalismo;
  4. Il ruolo dello Stato.

Sono gli autori che in maniera più netta ed esplicita rescindono il legame tra obiettività e professionalità, dimostrando come l'obiettività non sia considerata una norma professionale predominante al di fuori del sistema dei media americano.

Modelli di sistemi dei media

Date queste considerazioni, si identificano quindi tre differenti modelli, che chiamano nordatlantico o liberale, nordeuropeo o democratico-corporativo e mediterraneo o pluralista-polarizzato.

  • Modello liberale: è caratterizzato dal peso determinante dei media commerciali, un basso livello di parallelismo politico, un coinvolgimento limitato dello Stato e un alto livello di professionalizzazione dei giornalisti.
  • Modello democratico-corporativo: è caratterizzato da una forte circolazione della stampa di massa (sia commerciale sia di partito), e storicamente segnato da un alto livello di parallelismo politico con media legati ai partiti e ai gruppi sociali organizzati, ma anche da un alto livello di professionalizzazione giornalistica e da un forte coinvolgimento dello Stato nelle attività dei media.
  • Modello pluralista-polarizzato: è caratterizzato da un sistema dei media molto più legato al mondo politico che al mercato, un basso livello di professionalizzazione, interventismo da parte dello Stato.

Culture giornalistiche secondo Hanitzsch e colleghi

Nel loro lavoro, Thomas Hanitzsch e colleghi, non si focalizzano cioè su quali media siano utilizzati per raccogliere informazione, come si schierino, quale sia il livello di professionalizzazione, bensì sui modi in cui i giornalisti e le giornaliste concepiscono il lavoro che fanno.

L'analisi è effettuata attraverso le risposte ai questionari somministrati a giornalisti che lavorano in 67 paesi del mondo basandosi su:

  1. Politica e governo;
  2. Sviluppo socioeconomico;
  3. Valori culturali del sistema.

Aggiungono però due dimensioni della cultura giornalistica, quelle che definiscono come estrinseca (le influenze che i giornalisti percepiscono rispetto al loro lavoro e l'autonomia che reputano di avere) e quella intrinseca (che comprende i ruoli giornalistici, l'etica e la fiducia che i giornalisti hanno nei confronti delle istituzioni).

In questo modo arrivano a definire quattro modelli di cultura giornalistica che definiscono come:

  • Cultura giornalistica monitorante: tipica dei paesi economicamente sviluppati e con una radicata tradizione di libertà di stampa. E una cultura giornalistica in cui il giornalismo è considerato un'istituzione indipendente da altri poteri e in cui la sua opera di difesa della democrazia è un elemento determinante.
  • Cultura giornalistica di advocacy: questo giornalismo è caratterizzato da un radicato ethos interventista, una tendenza dunque a prendere parte e posizionarsi rispetto all'informazione di cui si dà conto. Allo stesso tempo, il processo di democratizzazione ha reso più plausibile il fatto che i giornalisti ricoprono un ruolo attivo e che, intervenendo nel dibattito pubblico, confermino la loro professionalità.
  • Cultura giornalistica dello sviluppo: si pone al crocevia tra quella di advocacy e quella collabora- tiva. Da un punto di vista politico questi paesi presentano regimi ibridi che esprimono un basso livello di libertà di stampa. Sono paesi in crescita economica, ma caratterizzati da alti livelli di corruzione e da diseguaglianze socioeconomiche. I giornalisti di questi paesi condividono un approccio interventista, tendono a invocare il cambiamento sociale, provano a imporre un'agenda politica e a supportare lo sviluppo nazionale.
  • Cultura giornalistica collaborativa: ci si muove in contesti politici dove esistono regimi autoritari che limitano la libertà dei cittadini. Proprio per questo motivo, anche la libertà di stampa si attesta su livelli molto bassi. In questa cultura giornalistica molti professionisti lavorano per organizzazioni dei media legate allo Stato, subiscono grande influenza da parte della politica, anche attraverso incentivi per chi coopera con chi detiene il potere.

I media, la proprietà e il controllo

L'approccio della politica economica ai media studia il giornalismo dal punto di vista delle dinamiche sociali ed economiche che rendono possibile la sua produzione. Le sue radici affondano nello studio dell'economia, a partire da Adam Smith e David Ricardo, le cui teorie sociali interpretano la politica economica come studio delle materie prime e dei meccanismi attraverso cui risorse scarse vengono allocate per soddisfare determinati bisogni e non altri.

La politica economica dei media si interessa appunto delle relazioni sociali - in particolare le relazioni di potere e le diseguaglianze strutturali - che riguardano la produzione, la distribuzione e il consumo di prodotti che hanno a che fare con la comunicazione. Si concentra su sopravvivenza e controllo, cioè su come le società si organizzano per produrre ciò che è necessario per sopravvivere e come si mantiene quell'ORDINE per raggiungere gli obiettivi prefissati. Nel momento in cui si parla di politica economica dei media, i processi che hanno a che fare con la sopravvivenza degli stessi media sono da considerarsi come quelli più prettamente economici che presiedono le dinamiche di produzione; mentre il controllo si connota in senso politico quando coinvolge l'organizzazione sociale delle relazioni che si instaurano in un contesto in cui si produce informazione.

La politica economica dei media analizza il modo in cui le notizie sono prodotte, distribuite e consumate nei diversi o mercati.

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