Il dopoguerra: la crisi e l'affermazione del fascismo in Italia

Slide di Scuola superiore sul dopoguerra: la crisi e l'affermazione del fascismo. Il Pdf analizza il periodo post-bellico in Italia, le tensioni sociali e il percorso politico di Benito Mussolini, dalla militanza socialista alla fondazione dei Fasci di Combattimento, per la materia Storia.

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IL
DOPOGUERRA
: LA CRISI E L’AFFERMAZIONE DEL FASCISMO
LA CRISI DEL DOPOGUERRA
Al termine della Grande Guerra l’Italia dovette affrontare numerosi problemi economici e sociali.
Il paese si ritrovava a dover fa fronte all’inflazione e a un debito pubblico derivante
dall’indebitamento con i paesi alleati.
Dal punto di vista sociale iniziarono le proteste di quei soldati-contadini a cui erano stati
promessi compensi e terre: la riforma agraria propagandata non fu mai attuata determinando il
malcontento soprattutto al Sud.
Gli operai chiedevano senza essere accontentati il miglioramento delle loro condizioni:
riduzione oraria(8 ore) e aumenti salariali ( necessari soprattutto in seguito all’inflazione).
A queste tensioni si aggiungevano quelle relative al reinserimento sociale dei reduci, che
faticavano a trovare un’occupazione e a riabituarsi a ritmi ordinari di vita; articolari difficoltà
ebbero i mutilati, inabili al lavoro e spesso costretti a mendicare

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Anteprima

La Crisi del Dopoguerra in Italia

Al termine della Grande Guerra l'Italia dovette affrontare numerosi problemi economici e sociali. Il paese si ritrovava a dover fa fronte all'inflazione e a un debito pubblico derivante dall'indebitamento con i paesi alleati. Dal punto di vista sociale iniziarono le proteste di quei soldati-contadini a cui erano stati promessi compensi e terre: la riforma agraria propagandata non fu mai attuata determinando il malcontento soprattutto al Sud. Gli operai chiedevano senza essere accontentati il miglioramento delle loro condizioni: riduzione oraria(8 ore) e aumenti salariali ( necessari soprattutto in seguito all'inflazione). A queste tensioni si aggiungevano quelle relative al reinserimento sociale dei reduci, che faticavano a trovare un'occupazione e a riabituarsi a ritmi ordinari di vita; articolari difficoltà ebbero i mutilati, inabili al lavoro e spesso costretti a mendicare

Situazione Politica Post-Bellica

Nel nuovo contesto politico e sociale scaturito dal conflitto, a raccogliere grandi consensi furono soprattutto: Partito socialista italiano (PSI) che era stato fondato da Filippo Turati nel 1892 Partito popolare italiano (PPI) fondato nel gennaio 1919 da don Luigi Sturzo. Il programma del PPI era basato sulla difesa dell'istituto della famiglia, sulla libertà di insegnamento, sull'introduzione di un sistema elettorale proporzionale,sull'applicazione di una tassazione progressiva, sull'attuazione della riforma agraria e sull'estensione del diritto di voto alle donne. Si trattava di un programma laico, che si riferiva alla Chiesa solo per riaffermarne la libertà e l'indipendenza: nasceva con l'idea di essere un partito di cattolici, non un partito cattolico. Del mutamento in atto nella scena politica italiana furono un chiaro sintomo i risultati delle elezioni del 16 novembre 1919, le prime tenute dopo la guerra e la rivoluzione bolscevica : il PSI ottenne il maggior numero di voti(32,4%), il PPI ebbe un considerevole numero di voti ( 20,6 %), le forze liberal-democratiche persero la loro maggioranza assoluta Fu nominato presidente del consiglio Francesco Saverio Nitti

Il Biennio Rosso e le Agitazioni Sociali

Le tensioni sociali sfociarono nel cosiddetto "biennio rosso", un'ondata di agitazioni scoppiate fra il 1919 e il 1920, che infiammarono tutto il paese. Si trattò almeno inizialmente di moti spontanei, causati dall'aumento del costo dei beni di prima necessità, successivamente, gli operai delle industrie del Nord e i braccianti - della Pianura Padana così come del Meridione - moltiplicarono gli scioperi di protesta e alla fine giunsero a occupare le fabbriche e le terre. Influenzati dall'esperienza dei soviet in Russia, gli operai ambivano ad assumere il controllo delle fabbriche e delle macchine e a decidere collettivamente quali fossero gli investimenti da fare. Si diffuse una atmosfera di panico tra industriali possidenti e gli stessi i sindacati, che temevano di vedere il paese sprofondare nella guerra civile. Grazie anche alla loro mediazione, Giolitti (che aveva preso il posto di Nitti al governo) nell'autunno del 1920 riuscì a ricomporre il conflitto e a mettere fine alle occupazioni, convincendo gli industriali a riconoscere un aumento dei salari e la possibilità di far partecipare i lavoratori al controllo della produzione (seppure questo aspetto non ebbe alcun rilievo reale); da parte loro gli operai - su pressione della CGdL-con l'eccezione di alcuni gruppi più radicali, posero fine all'occupazione delle fabbriche. Le lotte del biennio rosso si conclusero, nell'immediato, con una vittoria degli operai e dei contadini sul piano sindacale, ma nel lungo periodo non ebbero conseguenze positive sul piano politico

La Nascita del PCI e le Scissioni Socialiste

L'esaurirsi del movimento rivoluzionario provocò un'aspra discussione nel Partito socialista, diviso ancora una volta tra riformisti, e massimalisti, che ambivano a realizzare in Italia una rivoluzione socialista. Questa volta i massimalisti avevano maggior forza, potendo fare appello all'esperienza della Russia sovietica. Nel 1919 a Torino viene fondato il giornale «L'Ordine Nuovo» e tra i suoi fondatori vi fu il dirigente socialista Antonio Gramsci che diffondeva idee rivoluzionare Peraltro, sempre nel 1919, il PSI aveva aderito alla Terza Internazionale della quale Lenin aveva indicato le condizioni che ogni partito avrebbe dovuto rispettare necessariamente per continuare a farne parte: tra queste comparivano sia l'obbligo di sostituire il nome "socialista" con "comunista" sia l'espulsione dal partito dei riformisti che erano favorevoli a una collaborazione con la borghesia. Nel congresso convocato a Livorno nel gennaio del 1921, le divergenze tra i socialisti apparvero insuperabili :le richieste di Lenin furono votate solamente da una minoranza, che per questo motivo molti scelsero di uscire dal partito e di dare vita a una nuova formazione politica, il Partito Comunista d'Italia (PCI). Tra i fondatori, oltre a Gramsci, Palmiro Togliatti e Umberto Terracini, tutti guidati dalla convinzione che in Italia esistessero le condizioni per la rivoluzione e che servisse un partito capace di guidarla. Il Partito socialista conobbe però un'ulteriore scissione in occasione del XIX congresso (ottobre 1922) e i massimalisti decretarono l'espulsione dell'ala riformista di Turati. Proprio questa corrente diede vita al Partito socialista unitario (PSU), che nominò segretario il deputato di Rovigo Giacomo Matteotti.

La Vittoria Mutilata e la Questione di Fiume

Nell'immediato dopoguerra le piazze non si riempirono soltanto per le proteste dei lavoratori. Vi furono infatti anche altre manifestazioni, quelle dei reduci e dei nazionalisti, insoddisfatti delle condizioni di pace firmate dai governanti italiani. La vittoria italiana fu considerata per questo una "vittoria mutilata", come la definì il poeta Gabriele D'Annunzio sulle colonne del «Corriere della Sera» in un articolo datato 24 ottobre 1918 e intitolato Vittoria nostra, non sarai mutilata. Se da un lato all'Italia non vennero concesse l'Istria e la Dalmazia, promesse in base al patto di Londra, dall'altro i nazionalisti reclamavano l'annessione, oltre che di quelle due regioni, anche della città di Fiume. La città non era mai stata promessa all'Italia, ma era popolata in prevalenza da italiani (più esattamente, da italiani era popolata la città vecchia, mentre nell'entroterra la popolazione era slava) e per questo l'Italia desiderava includerla nel proprio territorio. Durante la conferenza di Parigi il presidente del consiglio Orlando e il ministro Sonnino si appellarono a due criteri antitetici: da una parte si affermava il principio, tipico della diplomazia tradizionale, secondo cui gli accordi devono essere sempre rispettati (patto di Londra); dall'altra si evocava uno dei capisaldi della nuova diplomazia wilsoniana, quello dell'autodeterminazione dei popoli. Così facendo, tuttavia, non solo si ci scontrò con le legittime ambizioni del neonato Regno dei Serbi, Croati e Sloveni, ma si suscitò anche l'irritazione di tutti gli interlocutori internazionali, soprattutto del presidente americano Wilson, che insisteva sul fatto di non avere mai sottoscritto il patto di Londra. Di fronte alla rigidità di Wilson e all'impossibilità di raggiungere i propri obiettivi, per protesta Orlando e Sonnino scelsero di abbandonare la conferenza di Parigi e di tornare in patria. Un gesto così clamoroso non servì tuttavia a cambiare le cose e fece sì che l'Italia, ormai priva di rappresentanza, non avesse voce in capitolo su tutte le altre questioni discusse durante le trattative di pace https://www.raiplay.it/video/2019/04/Passato-e-Presente-Limpresa-di-Fiume-7a8ef1dc-05dc-493c-8d3e-8b9d63a70da6.html

L'Impresa di Fiume e D'Annunzio

A Fiume alla fine dell'estate del 1919, in seguito a un incidente che causò la morte di alcuni soldati francesi e al conseguente ordine di scioglimento della legione italiana presente , alcuni giovani ufficiali si rivolsero a Gabriele D'Annunzio chiedendogli di guidarli alla conquista della città. Accettata la proposta, D'Annunzio si mise a capo di un esercito di circa mille uomini e, all'alba del 12 settembre, da Ronchi (vicino a Trieste), marciò verso Fiume, che occupò e dichiarò annessa all'Italia insediandovi il governo provvisorio del Carnaro. Nel paese c'era chi sosteneva l'impresa, ma anche chi la giudicava un oltraggio alle istituzioni e un'aperta ribellione dell'esercito. Lo Stato italiano, considerandola grande popolarità del poeta e della causa fiumana, reagi con cautela senza far ricorso alla forza e tentando la strada diplomatica; in questo modo però finì per mostrare una sostanziale debolezza nei confronti della destra antiparlamentare, nazionalista e militarista. Solo il 12 novembre 1920, dopo più di un anno dall'inizio dell'occupazione, il governo italiano e quello del Regno dei Serbi, Croati e Sloveni trovarono un'intesa e firmarono il trattato di Rapallo, che pose fine alla questione fiumana: in base all'accordo all'Italia sarebbe andata l'Istria, mentre il Regno dei Serbi, Croati e Sloveni avrebbe ottenuto la Dalmazia (con l'esclusione di Zara e di alcune isole). Fu inoltre deciso che Fiume assumesse lo status di città-Stato indipendente. Poiché D'Annunzio si ostinava a non riconoscere il trattato, alla fine di dicembre il governo italiano - passato nel frattempo nelle mani di Giolitti - lo costrinse a sgomberare intervenendo con l'artiglieria e, tra il 24 e il 30 dicembre 1920 (il "Natale di sangue", come veniva definito dal poeta abruzzese), le truppe dell'esercito regolare italiano si scontrarono con i legionari guidati da D'Annunzio. L'intervento armato pose fine alla reggenza del Carnaro, ma acuì la crisi politica italiana

Dal Socialismo ai Fasci: Benito Mussolini

Nel dopoguerra italiano si affermerà la figura di BENITO MUSSOLINI, il cui percorso politico subì diverse modifiche nel corso di un decennio: Gia dal 1910 , nominato segretario del Partito socialista di Forlì, ostentava POSIZIONI REPUBBLICANE e marcatamente anticlericali, antiliberali, sostenendo l'idea di una rivoluzione violenta. In pochi anni si era affermato come LEADER NAZIONALE DEL SOCIALISMO RIVOLUZIONARIO e divenne direttore del quotidiano socialista «Avanti!»; Successivamente prese posizioni a sostegno dell'entrata in guerra, che gli sarebbe costata l'espulsione dal Partito socialista. Mussolini quindi fondo un nuovo giornale, «Il Popolo d'Italia», FILO-INTERVENTISTA e ispirato a valori marcatamente nazionalistici, per poi prendere parte, nel 1915, al conflitto, abbandonando il fronte dopo due anni a causa delle ferite riportate. Una volta terminata la guerra si impegno nella fondazione di una NUOVA FORZA POLITICA: la sua idea era quella di dar vita a una formazione che potesse dar voce ai ceti medi, che contrastasse contemporaneamente il socialismo e la grande borghesia capitalistica. Il 23 marzo 1919 Mussolini fondò a Milano il primo "fascio di combattimento".

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