Documento della Libera Università Maria Santissima Assunta (LUMSA) sul sacerdotium nelle Novelle di Giustiniano. Il Pdf analizza il rapporto tra potere sacerdotale e imperiale nel diritto romano, trattando la disciplina sacerdotale, il celibato e la purezza delle cariche ecclesiastiche, utile per lo studio del Diritto universitario.
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"Sacerdotium nelle Novellae di Giustiniano"
Il sistema romano si caratterizza per un profondo rapporto tra religio, populus e imperium, che si inserisce nella concezione originaria secondo cui la giustificazione dell'egemonia di Roma andava ricercata nella volontà divina e nel costante mantenimento di una situazione di benevolenza da parte degli Dei.
Le più antiche fonti si ricollegano al favor Dei: la crescita della città e la espansione dell'impero trovano il loro fondamento della volontà divina.
L'osservanza dei precetti religiosi, la devozione nei confronti degli dei soprattuto da parte di coloro che tenevano l'imperium non hanno fatto altro che determinare l'amplificatio della res publica. La centralità della fides e della pietas del popolo per la propiziazione del favore divino e anche dell'imperium è anche chiarita da Livio, il quale afferma come gli dei si sarebbero mostrati benevoli nei confronti di coloro che praticavano fides e pietas.
Dunque la stretta connessione tra religione, popolo e impero è il punto di partenza grazie al quale si possono ricostruire le dinamiche tra sacerdotium e imperium.
L'esistenza di un profondo e imprescindibile potere tra istituzioni politiche e religiose continua anche nei successivi secoli a Roma. Nel VI secolo emerge che la devozione dei sacerdoti verso Dio e le loro preghiere rappresentano il miglior presidio per l'imperium e per l'amplificatio della res publica: la ennesima riprova che la salvezza del popolo è collegata all'alleanza con la divinità.
La cosiddetta teoria della sinfonia (consonantia) tra sacerdotium e imperium che Giustiniano esplica nelle sue novelle è funzionale al perseguimento dell'utilitas degli uomini.
Il rapporto tra potere sacerdotale e potere imperiale costituisce una delle questioni maggiormente discusse dagli studiosi e risultati prodotti dagli studi sono caratterizzati da un metodo inadeguato, che sfugge ad ogni collegamento con le fonti, offuscando la memoria storica. Il metodo è inadeguato perchè si cerca di applicare concetti e strutture moderne per spiegare fenomeni antichi, risalenti al mondo romano.
Infatti gli studi sul rapporto tra sacerdotium e imperium hanno subito per molto tempo il condizionamento di fuorvianti impostazioni storiografiche e metodologiche. Tra queste vi ala teoria dell'isolierung di Schulz, il quale riteneva che il sistema romano avrebbe subito una frammentazione interna del diritto che avrebbe permesso di distinguere tra diritto laico e diritto sacro, tra diritto umano e divino. Infatti egli sostiene che la aerazione tra norma giuridiche ed extra-giuridiche era in atto a partire dalla Legge delle XII tavole e che nel corso del III sec a.C. si sarebbe pervenuti ad un vero e proprio Isolamento e secolarizzazione dello ius, in conseguenza di una forma di giurisprudenza pontificale a una forma di giurisprudenza laica.
Tutto ciò non potrebbe essere più falso e fuorviante di così, perchè il sistema romano antico non conosce alcuna forma di isolamento del diritto dalla morale e dalla religione.
Una conferma della profonda compenetrazione tra le norme giuridiche e quelle morali e religiose è fornita dalla definizione di giurisprudenza nel Digesto "luris prudentia est divinarum atque humanarum rerum notitia, iusti atque iniusti scientia".
Nella stessa prospettiva lo ius del popolo romano (ius publicum) è tripartito "in sacris, in sacerdotibus, in magistratibus" e tale ripartizione diventa il punto centrale per comprendere la teoria della sinfonia tra sacerdotium e imperium.
Eliminato questo concetto dell'isolamento, torniamo al fatto che ius, mos e religio nel sistema romano erano strettamente dipendenti e portano alla corrispondenza e al collegamento tra sacerdotium e imperium.
Abbiamo visto come la tripartizione del diritto pubblico ulpianeo consista in "in sacris, in sacerdotibus, in magistratibus" e affonda le sue radici dal punto di vista sistematico nel pensiero di cicerone che tratta della religione e dei sacerdoti e dei magistrati.
Con l'avvento della repubblica, in luogo della unicità del potere regio si perfezione la dialettica tra sacerdozi e magistrature. I sacerdotes si distinguono dai magistrati per il diverso fondamento del loro potere: uno divino e l'altro popolare.
Infatti la creatio dei sacerdoti dipendeva o dalla cooptatio collegiale o dalla scelta del pontefice massimo e l'intervento della volontà popolare era escluso.
La creatio del magistrato si fondava sull'elezione popolare.
La distinzione tra il fondamento del potere sacerdotale e quello del potere magistratuale trae ragion d'essere dalla collocazione su piani distinti del potere divino e del potere del popolo: gli auspicia erano propri dei cives, dei magistrati e dei sacerdoti; ma mentre i sacerdoti non erano in grado di consultare la divinità sulla base degli auspici del popolo e le loro auspici sono considerate che auspici di privati, gli auspici del popolo si pongono come fondamento degli auspicia magistratuum, qualificati anch'essi come auspici del popolo.
Dunque sebbene il diverso apporto della volontà divina nella investitura di sacerdoti e magistrati, vediamo come queste due figure si incontrano poi nel popolo.
Quindi nel sistema repubblicano il potere di governo può essere inteso solo in riferimento al potere religioso e tra di essi esiste una costante interlocuzione.
Nella separazione tra sacerdoti e magistrati vi è la manifestazione specifica di quel fenomeno che alcuni studiosi ritengono di poter individuare nella laicità della repubblica romana. Laicità è però un termine che nasce in epoca moderna, il cui significato si discosta dalla sua derivazione etimologica (aggettivo laikos in greco, formato dal sostantivo Laos che significa popolo).
Infatti in un sistema in cui i singoli cittadini, i sacerdoti e i magistrati entrano in contatto con gli Dei non può essere riservato alcun posto alla laicità intesa in senso moderno.
Per laicità repubblicana romana si intende la distinzione tra sacerdoti e magistrati basata sul diverso fondamento del potere, nella costante interazione tra essi, nel ruolo centrale assegnato al popolo e nel profondo carattere popolare della Romana religio.
I magistrati infatti sono mandatari del popolo, mentre i sacerdoti non potevano esserlo: tuttavia tra di loro vi è una costante collaborazione che si manifesta concretamente nell'esercizio da parte dei sacerdoti di funzioni in materia di governo della res publica, nonché dei magistrati in materia di religio. Tali elementi giungono fino all'impero, come avremo modo di vedere nella teoria della sinfonia alla novella 6 di Giustiniano.
Sacerdotium e imperium ancora nel VI secolo sono caratterizzati da un diverso fondamento di potere, e devono cooperare per l'utilitas degli uomini.
Sebbene sia stato Giustiniano a formulare la teoria della sinfonia, possiamo ritrovare una stretta collaborazione tra sacerdotium e imperium posta a vantaggio della repubblica risulta sottesa anche nella legislazione imperiale precedente, in cui la consapevolezza che la fortuna dell'imperium populi romani è dovuto all'osservanza dei doveri religiosi.
Infatti può risultare utile tracciare una linea di sviluppo storico delle relazioni intercorrenti tra sacerdotium e imperium attraverso gli imperatori vissuti nel IV secolo.
La scelta di limitare la ricerca al IV secolo è dovuta al fatto che proprio in quel periodo si delinea con chiarezza il rapporto tra potere sacerdotale e imperiale che si può chiamare collaborazione.
Importante avvenimento all'inizio del IV secolo è l'editto di Galerio. Nel 311 l'imperatore pubblica a Nicomedia questo provvedimento con cui pone fine alle persecuzioni nei confronti dei cristiano e riconosce loro la libertà di culto. E si tratta di unito di straordinaria rilevanza, in quanto permette la unificazione, il consolidamento dell'unità e il recupero dei valori e la comunione tra diversi popoli intorno alla disciplina romana. Dal testo emerge la volontà dell'imperatore di perseguire i commoda e le utilitas della res publica riconoscendo libertà di culto ai romani sempre nei limiti delle leggi e della disciplina pubblica. Degno di nota è anche che l'editto si chiuda con un invito rivolto ai cristiani d pregare per la salute dell'imperatore, per la res publica e per loro stessi (richiamo della preghiera come fonte di benefici).
Nel febbraio del 313 Costantino e Licinio a Milano promulgano l'editto di Milano, riconoscendo libertà religiosa a tutti gli abitanti dell'impero. Non disponiamo di un testo preciso, ma la notizia e il contenuto dell'editto ci sono stati tramandati da Lattanzio ed Eusebio di Cesarea.
Ovviamente la distinzione tra sacerdoti e magistrati risulta differente nel periodo repubblicano e nel periodo imperiale, comportando la cristianizzazione una separazione tra i due poteri. A tal proposito bisogna ricordare che il potere del pontifex Maximus non debba essere confuso con l'imperium, anche se fino al 379 si sarebbero potuti sommare nella medesima persona. Infatti Graziano rinuncia a tale investitura che era stata propria da Augusto in su. Si formalizza cos' la separazione tra potestà religiosa e imperiale, perchè l'imperatore conserva la somma dell'autorità terrena e in questo contesto può legiferare anche in ambito religioso, ma senza essere investito di alcuna carica religiosa.
Tra gli imperatori del IV secolo Teodosio occupa un ruolo centrale soprattutto nell'emanazione di norme riguardanti la religione. Infatti egli riteneva che il bene dell'impero dipendesse dalla regione, due cose che si compenetrano e ciascuna di esse trae vantaggio dall'accrescimento dell'altra. In questo contesto, si inserisce l'editto Cunctos Populos, emanato a Tessalonica da Teodosio nel 380, con il quale si dichiara la religione cristiana come religione dell'impero. Infatti l'unità nella religione cristiana è assunta a fondamento dell'unità dell'impero.
Nella praefatio alla novella 6 di Giustiniano indirizzata ad Epifanio archiepiscopus Constantinopolitanus, Giustiniano tratta del rapporto tra sacerdotium e imperium.
Nella prospettiva universalista dell'imperatore infatti il sacerdotium e l'imperium sono stati donati da Dio agli uomini e rappresentano realtà istituzionali distinte ma è necessario che tra essi sussista bona consonantia la quale è funzionale al perseguimento dell'utilitas del genere umano.
Il concetto di donatio è utilizzato altre volte da Giustiniano quando statuisce che dall'onestà dei sacerdoti discendono grandi doni provenienti da Dio posti a beneficio della res publica. L'onestà dei sacerdoti dunque si pone a fondamento del favor divino cui consegue la prosperità dell'impero.
Giustiniano si sofferma in seguito sull'origine degli istituti del sacerdotium e imperium, utilizzando il termine principium. Questo proprio per sottolineare che entrambi traggono a sé l'origine di tutti gli istituti del sistema giuridico romano.
Onde evitare fraintendimenti, bisogna operare una distinzione tra il concetto di origine e quello di fondamento del potere.