La cura dello sguardo: appunti di psicologia dall'Università di Milano-Bicocca

Documento dall'Università degli Studi di Milano-Bicocca su La Cura dello Sguardo. Il Pdf, un insieme di appunti di Psicologia, esplora il concetto di cura dello sguardo in ambito educativo, analizzando il rapporto con il dolore e l'importanza dell'empatia, con riferimenti a Calvino e Aichorn.

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La cura dello sguardo - APPUNTI CORSO
Clinica della formazione (Università degli Studi di Milano-Bicocca)
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La cura dello sguardo - APPUNTI CORSO
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1. TRE MITI PER PENSARE IL NOSTRO TEMPO
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Introduzione

Il nostro tempo è attraversato da una crisi radicale nel suo rapporto con il dolore. Oggi il dolore è un'esperienza rinnegata, evitata dal nostro vivere quotdiano.

Il testo si radica nell'esperienza formativa e nel fitto dialogo intrattenuto con studenti che si apprestano a diventare educatori e con educatori che già lavorano da tempo nei nostri servizi. Porta con se i loro bisogni e le loro domande, le loro tensioni a comprendere nel profondo quale sia il portato profondo del gesto dell'educare. Il filo conduttore a tante esperienze diversificate è una domanda che ha continuato a presentarsi in varie forme e contesti: qual è il tratto d'unione tra un sapere dell'educazione e un sapere su di sé come educatore? Cosa connette queste due dimensioni a livello profondo?

L'auspicio è che questo libro offra uno sguardo che si fa carico delle loro fatiche conducendoli a guardare da altre prospettive e angolature, le criticità che affrontano quotidianamente consentendo loro di entrare in un contatto intimo con le loro domande e risposte. La responsività nei confronti dei loro utenti richiede una strada forse lunga e tortuosa che apre più interrogativi di quanto non si possa offrire risposte.

1. Tre miti per pensare il nostro tempo

1.1 Perseo o della levità

Per rappresentare la quota di dolore che attraversa la realtà incontrata dall'intellettuale nel corso del Novecento, Calvino ricorre al mito di Medusa, mostro dall'aspetto orribile, lo sguardo ha un potere mortifero: non appena i suoi occhi incrociano una qualche forma di realtà viva, questa si cristallizza diventando pietra.

Calvino ricorre a questa rappresentazione figurata per denunciare il processo di irrigidimento delle cose del mondo; questo potere dannoso non è solo nelle cose stesse ma appartiene a un certo sguardo sulle cose. Lo scrittore afferma che ci sono sguardi che uccidono la dinamicità e la fluidità del vivere, sguardi che seminano morte, che paralizzano il desiderio di azione e al servizio della morte.

Nel richiamo di Calvino ci sono i drammi funesti del Novecento, in primis l'olocausto, che ha annientato e pietrificato un popolo e un progetto di vita collettivo.

La poesia nasce come tentativo di sottrazione di peso ad un mondo irrigidito dall'opacità di un pensiero oggettivante e interpretante, Calvino decide di porsi come porta-voce, predilige aggirare lo sguardo di Medusa, per ripararsi dal contatto con un reale ridotto a pura fora separata dal suo orizzonte simbolico, sceglie in alternativa di volare sulle ali dell'immaginazione che predilige al concetto verbale la pregnanza affettivo-sensoriale dell'immagine che chiama a se i propri interlocutori che la percepiscono come corpo vivo tramite sensorialità e pensiero, mentre chi interpreta ha l'atteggiamento di chi sospetta.

L'interpretazione è per Calvino una riduzione del pensiero dentro schemi dati; infatti, Calvino conduce il lettore a percorrere altri sentieri, più impervi, gli domanda di seguire i passi di una scrittura itinerante che rincorre l'immagine piuttosto che catturarla, lo invita a lasciarsi sedurre dalle evocazioni del linguaggio che attraversa i domini sconosciuti, per esplorare zone della parola nascoste e defilate.

Il male è l'esito di una violazione, espressione di un atto di potere e di controllo sulle parole: se alcune parole leggono il mondo, altre lo possono curare.

Calvino ha un progetto di cura che interroga lo sguardo: custodire la preziosità di un pensiero e di un linguaggio che trovino la via per volare sopra il male, spostandosi verso la consistenza del cielo; non per abbandonare la terra (il peso) e la consapevolezza del male, ma per attraversarlo. A questo mondo altro conduce l'esperienza della leggerezza.

Egli rifugge da quella prospettiva di senso che associa al termine leggerezza tutte quelle qualità che la connotano in chiave moralistica come la volubilità, l'incostanza, la negligenza, la sconsideratezza e la superficialità che connota un'azione di poca importanza. La leggerezza per Calvino è piuttosto la levità, la sottrazione di peso a parole che fanno male.

Un'azione lieve è l'azione ferma e determinata di chi sceglie di volare sopra le cose per mutare sguardo, le ali sono una metafora per alludere alla capacità di vivere la premura per il mondo e per le sue sorti. Mettersi al servizio delle cose significa portare il carico delle sofferenze della vita, operando una trasformazione che chiama a una cura dello sguardo. La cura dello sguardo modifica il peso della sofferenza che ci si pone davanti, la rende degna di attenzione, ospitalità e premura, prima e oltre ogni possibile spiegazione.

Calvino ha rispetto e affezione per il peso, la sola dimensione conosciuta che permette di andare oltre, di abbandonare il suo regno per spingersi verso strati di riflessione più aerei. Perseo, infatti, per uccidere il mostro Medusa, si serve di calzari alati che gli permettono di volare sopra il mondo delle cose pietrificate. Egli compie un atto di resistenza quando, per uccidere il mostro, rinuncia ad utilizzare la sua stessa arma, lo sguardo diretto, preferisce sostenersi su elementi leggeri, i venti e le nuvole e acquisire una distanza dal mondo, guardandolo dall'alto.

Quella di Perseo, è l'esigenza di un uomo esperto che si serve di un rapporto con l'invisibile (che nel mito è rappresentato dall'elmetto) e sviluppa una stretta alleanza con il mondo delle ombre per garantirsi una protezione rispetto allo sguardo onnipervasivo della Gorgone.

Perseo è un uomo che sceglie l'invisibilità, come atto di custodia dell'oltre, di quel lato progettuale e comprensivo della complessità dell'esperienza che rischia di andare perduto se sottomesso allo sguardo riduttivo di Medusa. Oltre ai calzari alati e all'elmetto, Perseo ha altri due oggetti che gli servono per annientare il mostro: uno specchio e una falce.

Nello specchio il mostro si rivela a Perseo solo indirettamente, e grazie a questo accorgimento il suo potere ne risulta infiacchito. Questo meccanismo di indebolimento del potere del mostro equivale a una sottrazione di peso. Per prima cosa Perseo rende più leggero il mondo, il ricorso allo specchio è il primo atto di individuazione di sé che Perseo compie, andando oltre la dominazione discorsiva della Gorgone.

Perseo si assume il compito di umanizzare la Gorgone e di compiere un gesto empatico per renderlo altro significativo, riconoscendone il potere e distanziandone può cogliere la sua fragilità.

Solo a queste condizioni, una volta uccisa, Perseo avrà conservato l'energia del discorso del mostro, pur essendone separato, entrato, in maniera definitiva, nel regno della molteplicità delle voci e dei linguaggi. Lo specchio funziona come filtro per operare un de-centramento critico in grado di mettere in rapporto l'identità in autoformazione di Perseo con le culture da cui proviene, dialogo che elimina ogni rischio di assoggettamento e sottomissione. Ma lo specchio ha anche un altro scopo, infatti nell'atto di guardare il mostro attraverso la luce fioca di uno specchio, egli si avvale dell'entrata in un mondo altro che gli permette di affievolire gli effetti del suo potere.

Questo mondo è contemporaneamente un luogo di bellezza e di amore, guardare nell'ombra del mostro, Perseo scopre ciò che il mostro sa di non sapere, e che la rende una creatura fragile. La bellezza sta in questa trasformazione del mostro da orribile a meraviglioso, Perseo non guarda il mostro ma allestisce una scena, quella oltre lo specchio, dove egli incontra la sua immagine e questa gli si rivela come maschera recuperando il suo lato ombra, dunque la sua interezza di persona.

Nella rivelazione del doppio il mostro offre a Perseo tutta l'energia che si sprigiona in tutta la sua figura, la cornice artistica permette a Perseo di conservare la sua immaginazione rendendolo protagonista della vicenda con il mostro. La cornice etico-estetica in cui Perseo lo inserisce, fa di questa creatura un soggetto umanizzato, esposto alla fragilità.

Perseo, protegge la relazione prima di intaccarla attraverso una recisione diretta del capo della Gorgone che lo vedrà vincitore, e si pone come soggetto responsabile, animato nella sua azione da un'etica della relazione. Lo stesso atto di decapitazione assume un significato etico: Perseo, con la falce decapita la testa del mostro compiendo un atto di separazione radicale che non è connotato dal segno della distruzione e della violenza, poiché appena compiuto il gesto, l'eroe si appropria del capo e allestisce un rito funebre.

Lo scrittore ricorre al mito per ragioni intrinseche alla natura del linguaggio stesso del mito. Perseo si muove da quell'orizzonte di già noto che è contenuto negli occhi della Gorgone ma ha bisogno di far passare il potere del sapere nelle sue mani. Solo dopo questo passaggio può diventare colui che insegna.

Se Perseo avesse rinunciato a costituirsi come soggetto individuato sulla scena del mondo avrebbe potuto garantirsi un'importante illusione che lo sguardo di medusa gli prometteva: l'abolizione del tempo e il controllo sulla morte. Il cuore del mito è la decapitazione della testa di Medusa, Perseo non abbandona la testa mozzata ma la porta con sé, come arma invincibile contro i nemici in casi estremi, per chi merita il castigo di diventare statua di sé stesso.

Perseo si dota di un linguaggio fatto di gesti, comportamenti in cui la compassione per il terribile mostro annientato, rifonda le coordinate di un mondo dove è possibile la solidarietà con l'altro e una relazionalità come esperienza di riconoscimento. Si fa autore della propria storia.

Sa usare parole lievi, sa far uso dell'immaginazione creatrice e sa utilizzare la propria esperienza sensoriale ed emozionale per far scaturire parole come gesti orientati alla cura e al servizio della vita.

Educare è un gesto trasformatore in cui il riconoscimento per l'esperienza di dolore dell'altro e per la propria si alleino per scorgere la bellezza che è il distillato di ogni esperienza di privazione.

Il mito di Perseo allude a un processo di conoscenza capace di nutrire di affetti lo sguardo sul mondo e sul dolore. Libero dai vincoli della storia trasmessa nei modelli educativi ereditari, Perseo può dotarsi di un proprio sguardo e di re immaginare il futuro in modo creativo. Questo è lo sguardo che ha animato i grandi educatori della storia: tessere, senza aspettative un'esistenza differente per l'educando, confidando nell'esperienza di un legame che sia capace di rischiare il potenziale di vita, sepolto sotto esperienze di sofferenza, privazione e ingiustizia.

Perseo può essere definito un educatore perché ha fatto l'esperienza di rinascita dello sguardo. Educare è un atto trasformatore in cui il riconoscimento per l'esperienza di dolore altrui e mia si alleino per scoprire la bellezza.

1.2 Noè o della parola suscitatrice

Una cura dello sguardo ci viene indicata da un altro mito, quello di Noè, che Benedetti convoca come narrazione profetica e come racconto di soglia per pensare il transito tra il mondo in cui viviamo e un altro possibile.

Il mito di Noè richiama la cura dello sguardo. In Anders Noè appare come una figura tragica che viene avvisato da Dio che solo lui sopravvivrà al diluvio che spazzerà via l'umanità malvagia. Il compito di Noè è quello di salvare gli uomini dalla catastrofe, anche Noè come Perseo diviene raffigurazione della capacità di dotarsi di una parola nuova all'altezza del compito urgente che lo investe ovvero salvare gli uomini dalla catastrofe, a partire da uno sguardo che la anticipa e la presentifica come già avvenuta.

La grandezza di un Noè contemporaneo, figura dolente e tragica, è nel dotarsi di una parola profetica e anticipatrice che gli consente di far leva sulla paura che provano i suoi contemporanei per renderla generativa di nuovi sguardi, azioni e gesti, una parola che ristruttura il pensiero a partire dall'integrazione di emozioni che riguardano le sorti di un mondo che rischia di essere nientificato se si evade l'esperienza di elaborare il lutto per le generazioni che verranno dopo di noi.

La parola di Noè non annuncia la disfatta, ma fa leva sul cambiamento di processi mentali ed emozionali, mettendo al centro per l'uomo, la necessità di assumere la ferita narcisistica che non lo pone al centro dell'esistenza. La parola di Noè scuote nel profondo e fa leva su un'angoscia vivificante e amante. La soluzione non è nel rimuovere l'angoscia, ma nell'ospitarla e amplificarla per assumerne la portata, un'angoscia all'altezza del compito che consenta di agire facendo leva su processi intuitivi che servano a contrastare i processi di minimizzazione e sottovalutazione della condizione di pericolo che attraversa il nostro tempo.

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