Documento dall'Università Niccolò Cusano su Pedagogia Generale. Il Pdf esplora l'allenamento come pratica pedagogica, evidenziando il ruolo dell'allenatore come educatore e l'importanza delle competenze educative per gli operatori sportivi, con focus su valori, life skill e dual-career degli atleti.
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UNIVERSITA
NICCOLO' CUSANO
Corso di Laurea Triennale in Scienze Motorie (L22)
PEDAGOGIA GENERALE
Docente
Prof.ssa Mascia Migliorati
Anno Accademico 2020-2021
4.1
L'allenatore come educatore
3
4.2
Allenamento e valori
6
4.3
Allenamento e life skill
12
4.4
Allenamento e dual-career degli atleti
18
4.5
La formazione degli educatori sportivi
19
4.6
Le competenze educative degli operatori sportivi
20
Bibliografia
24
Oggi esiste la consapevolezza che il risultato sportivo è, di fatto, sempre la conseguenza di un
processo di apprendimento e di sviluppo negli atleti di competenze, attraverso uno specifico
intervento formativo.
La cultura dell'antica Grecia testimonia come il legame tra formazione e successo nello sport abbia
radici molto antiche. Nel contesto della paidéia, alla figura dal pedotríba (maestro di ginnastica) si
assocerà quella del gymnastés (allenatore sportivo). Entrambe queste figure avevano carattere e
funzione educativa, rappresentavano una guida spirituale ed un esempio di comportamento.
L'allenamento è in primo luogo una pratica pedagogica che veicola valori che sono sempre connessi
allo sport, alla società ed alla persona umana. In essa confluiscono non solo aspetti "tecnici" legati al
gesto motorio ma anche psicologici, sociali, etici, economici, culturali ed antropologici.
L'analisi linguistica dei termini che le diverse lingue europee utilizzano ancora oggi per indicare la
figura dell'allenatore evidenzia la dimensione educativa e formativa della loro radice.
Il termine tedesco e inglese trainer si rifanno al verbo latino tradere, vale a dire "seguire",
"trasportare", con il significato soprattutto di "accompagnare", legato all'antico verbo greco tríbein
che rimanda sempre all'idea del "seguire" e dell'"accompagnare".
Il termine inglese training rimanda a concetti profondamenti pedagogici «come quelli di
"accompagnamento", "sforzo", "abitudine",
"comunicazione", "metodo", "obiettivo",
"motivazione", "progettazione/programmazione degli
interventi", "individualizzazione",
"gradualità" ecc.» (Isidori, 2009 p. 87).
La stessa parola inglese coach rimanda all'idea dell'accompagnare (ai primi dell'Ottocento con
questo termine si indicava il precettore privato).
Emerge dall'analisi etimologica la relazione educativa e il ruolo del soggetto "trainante" che ha il
compito e la responsabilità di guidare e condurre "colui che deve essere trainato".
Farnè (2008) descrive il lavoro educativo sportivo come «un lavoro lento, paziente, progressivo che
per compiersi pienamente come autoeducazione nell'atleta ha bisogno di misurarsi con una figura
esterna, quella dell'allenatore che, al tempo stesso, provoca e aiuta, si contrappone e sostiene,
rimprovera e incoraggia, in un gioco di asimmetria educativa che è un vero e proprio agòn formativo»
(p.54).
Di fatto nella pratica dell'allenare, a qualunque livello, non deve essere presente la scissione tra
l'azione intenzionale volta alla trasmissione dei valori e il mero insegnare inteso come addestramento
di tecniche o tattiche di gioco per migliorare la performance. L'educazione e la formazione sono
processi continui che non terminano mai, pertanto è fondamentale che l'allenatore sia un educatore a
prescindere dal livello sportivo in cui si sviluppa il suo lavoro.
Come hanno affermato Jímenez, Rodríguez e Castillo (2002), la relazione allenatore-atleta si realizza
sempre in un quadro di riferimento psicopedagogico che mira al raggiungimento di due risultati:
quelli sportivi da una parte e quelli formativo-educativi dall'altra, dal momento che i primi sono in
parte il frutto dei secondi. Ogni istruttore, ogni insegnante, ogni allenatore dovrebbe essere ben
cosciente nel valutare parallelamente nella programmazione dell'allenamento il piano metodologico
e quello pedagogico per tenere in considerazione i possibili e reciproci condizionamenti.
Ciò deve tradursi nella strutturazione di piani di allenamento che ricorreranno non solo ad una
valutazione tecnico-tattica, utile a determinare i diversi livelli o fasi di apprendimento di una abilità
motoria e dei carichi di allenamento ottimali ma, anche, ad una analisi delle potenzialità educative
della persona e della squadra, per poter effettuare una programmazione finalizzata ad uno sviluppo
integrale della persona e non volta unicamente al raggiungimento della performance sportiva
(Maulini, 2020).
Lombardozzi (2001) ammonisce che «un allenatore che non tenga conto della complessità della
persona umana, ma è piuttosto incline a "servirsi" di giocatori "ubbidienti, remissivi, disciplinati"
perché educati a considerare questi requisiti come doveri di un buon giocatore, non si renderà
nemmeno conto che i risultati dell'attività sportiva potranno più facilmente e più pienamente essere
raggiunti attraverso un significativo coinvolgimento emotivo degli atleti stessi alla loro attività» (pp.
32-33). Questo significa che l'allenatore ha il dovere di riconoscere e accogliere l'atleta innanzitutto
come persona, assumendosi la responsabilità della sua educazione, facilitando i processi di
cambiamento di cui l'atleta-educando dovrà essere protagonista attivo (Maulini, 2019).
Una responsabilità che implica la necessità di ripensare l'allenamento nella sua globalità valorizzando
il ruolo pienamente educativo dell'allenatore sportivo a qualsiasi livello di sport egli eserciti la sua
professionalità (Isidori e Fraile, 2012; Hardman e Jones, 2011; Jones, 2006; Farné, 2008; Moreno
Arroyo e Del Villar Álvarez, 2004).
Emerge la necessità, dunque, di delineare una nuova pedagogia "atletocentrica" dell'allenamento;
vale a dire una scienza pedagogica della formazione umana in grado di mettere l'atleta come persona
e valore in sé al centro del processo formativo (Isidori e Fraile, 2012).
Questo significa che «l'allenatore che accompagna e che esercita la sua funzione educativa è tenuto
ad avere presente l'interezza della persona che ha davanti come finalità prima; considerandone i tratti
di personalità, mettendosi al suo fianco, rispettando i tempi dello sviluppo motorio e non
sottovalutando aspetti imprescindibili relativi a propensione, bisogni ludici da soddisfare, vocazione
allo sport, dimensione affettiva ed espressione emotiva» (Miatto, 2012, p.91).
L'allenamento è dunque un incontro umano che porta con sé significati, valori e opinioni e che
conduce all'arricchimento, al miglioramento e allo sviluppo di tutti gli attori coinvolti. Esso deve
essere necessariamente impostato come una relazione intenzionalmente educativa.
Ciò significa che sarà importante conoscere i bisogni educativi e le risorse, gli interessi e le abilità
che è necessario sviluppare o potenziare per favorire il stabilirsi di comportamenti positivi (life skill)
e trasmettere quei valori che rappresentano la cornice il fondamento del progetto sportivo dell'atleta.
Parlebas (1997) evidenziava che «lo sportivo non è una macchina fisiologica composta da muscoli,
tendini, articolazioni, un soffio polmonare, una pompa cardiaca. Il ginnasta che tenta un'uscita alle
parallele deve vincere anche i suoi timori, il judoka deve percepire ed anticipare i progetti del suo
avversario, il giocatore di rugby deve valutare la traiettoria del pallone, stabilire una velocità di
spostamento e scrutare le intenzioni degli altri, lo sciatore deve osservare la pista, prelevare
informazioni utili per poter meglio superare i pendii, il canoista deve decodificare la superficie agitata
che gli scorre davanti e calcolare in anticipo le azioni da compiere per superare gli ostacoli. Più che
ad un riflesso, siamo di fronte ad una riflessione. E si può capire quanto sia stimolata la sfera affettiva:
timore, attrazione, aggressività, gusto del rischio. Le condotte motorie mettono in gioco le dimensioni
fondamentali della persona: biomeccanica, affettiva, relazionale, cognitiva, espressiva. Intervenendo
sulle condotte motorie si potrà, quindi, esercitare una profonda influenza sulla personalità
dell'individuo che agisce» (pp. 33-34).
L'indissolubilità mente-corpo è messa in evidenza dalla teoria dell'embodied cognition (Clark, 2008;
Varela, Thompson e Rosch, 1991) che considera i processi cognitivi non limitati alle operazioni
all'interno del sistema cognitivo ma legati a più ampie strutture corporee e processi d'interazione con
l'ambiente. I processi cognitivi pertanto sono profondamente radicati nelle interazioni del corpo con
il mondo e il corpo riveste un ruolo fondamentale nel loro sviluppo. Ogni cognizione è "incarnata" e
che anche le cognizioni superiori, che comportano un maggior grado di astrazione, sono
l'elaborazione di esperienze corporee. Il corpo si muove in uno spazio relazionale e fisico che
sperimenta e di cui fa esperienza emotiva e cognitiva costruendo conoscenza e sviluppando
consapevolezza di sé (Wilson, 2002).
Le ricadute nella pratica educativa di tale teoria hanno dato origine al costrutto pedagogico
dell'embodied education che evidenzia l'importanza di sviluppare nella persona la consapevolezza
dell'indissolubilità tra l'esperire corporeo nell'ambiente e le funzioni cognitive ad esso correlate,
attraverso approcci e situazioni educative volte a promuoverla (Ceciliani, 2018).
L'azione educativa deve sviluppare nei soggetti la consapevolezza del ruolo attivo che hanno nella
costruzione della visione del mondo (Francesconi et al., 2012). «La consapevolezza si realizza nel
prestare attenzione a se stessi (mindfulness), a quanto è circostante, a ciò che avviene mentre si
5manifesta, sollecitando la conoscenza di sé grazie a percezioni corporee e sensorimotorie» (Ibidem p.
13).
Tra le cause della mancata valorizzazione della funzione pedagogica dell'allenamento sportivo è
possibile individuare: la mancanza di coordinamento e l'assenza di vere e proprie agenzie di
formazione degli allenatori; la scarsa consapevolezza della necessità di sviluppare l'allenamento
come pratica pedagogica; la carenza dei saperi etici e pedagogici nei programmi di formazione degli
allenatori; la diffusione tra i professionisti dello sport e nella società in genere di una visione
dell'allenamento come pratica meramente tecnicistica e tecnificata, volta al solo perseguimento di
risultati nella competizione sportiva (Isidori e Fraile, 2012).
«La scarsa attenzione alla prospettiva pedagogica impedisce oggi non solo il riconoscimento del ruolo
educativo dell'allenatore (svilito anche nella sua professionalità, ridotta a quella di mero tecnico
sviluppatore di tattiche) ma anche lo sviluppo di una autentica tecnologia dell'allenamento: vale a
dire di una scienza tecnico-pratica e critico-riflessiva che si avvale dei saperi di tutte le scienze dello
sport, ne bilancia l'apporto nel processo di formazione dell'atleta, e non trascura quelli connessi con
le scienze umane» (Isidori e Fraile Aranda, 2012, pp. 11-12).
Si constata che le squadre delle categorie giovanili vengono affidate, nella maggioranza dei casi, ad
allenatori non proprio esperti. All'allenatore esperto vengono invece assegnate le squadre impegnate
in competizioni più importanti. Da queste constatazioni emerge che i settori giovanili delle società
sportive vengono spesso considerati ambiti di secondaria importanza. In realtà «operare nei settori
giovanili e, quindi, a contatto con i giovani, non significa possedere minori capacità e competenze
ma essere in grado di dimostrare caratteristiche e conoscenze adatte ad affrontare le problematiche
particolari tipiche dell'età giovanile (Lombardozzi, Musella et alii, 2000 p. 54)».
Le più attuali ricerche sulla metodologia di allenamento tendono al superamento della divisione in
settori distinti del processo di allenamento per considerarlo nella prospettiva di Filin (1978) un
continuum in cui si identificano diversi stadi di sviluppo, ognuno dei quali costituisce la premessa per
il successivo.
In questa prospettiva i settori giovanili delle società sportive devono porre la massima attenzione alle
procedure di allenamento/insegnamento per renderle il più possibile coerenti con gli obiettivi
educativi che sono i presupposti fondamentali per raggiungere le massime prestazioni sportive.
«Il grande campione si distingue, infatti, per l'equilibrio dei suoi comportamenti in campo e fuori dal
campo, per la capacità di assumere ruoli di leader o gregario all'interno del gruppo, per la sicurezza,
l'autonomia, la generosità; doti, queste, che devono essere coltivate il più presto possibile e che
richiedono operatori particolarmente competenti» (Lombardozzi, 2012, p.56).