Documento dall'Università sulla morfologia dell'opera italiana da Rossini a Puccini. Il Pdf esplora l'evoluzione delle strutture musicali e drammaturgiche, come l'aria in due tempi e il duetto, con esempi da opere celebri come 'La Traviata' e 'Macbeth', per studenti universitari di Musica.
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A inizio Ottocento la struttura dei libretti è ancora rigidamente divisi in versi sciolti, endecasillabi e settenari, destinati ai recitativi (secco-> sostenuto da armonie scarne del cembalo; accompagnato/strumentato-> orchestra) e versi lirici (quinari, senari, settenari, ottonari e decasillabi), rimati e raggruppati in strofe, destinati ai numeri ovvero pezzi chiusi, cantabili.
Rispetto al secolo precedente intervengono due fondamentali differenze:
Di queste due novità si impadronì per prima l'opera buffa (già si notano le diverse tipologie di narrazione tra Così fan tutte 1790 e La clemenza di Tito 1791 di Mozart), mentre l'opera seria allarga e arricchisce i numeri chiusi che però rimangono statici sul piano drammatico (è un esempio Ginevra di Scozia 1801 di Giovanni Simone Mayr che rimane un modello melodrammatico per gli anni a venire).
Se l'opera seria rimane statica sul piano drammatico non si può dire la stessa cosa sul piano musicale; è ormai largamente utilizzato il nuovo modello di aria in due tempi che rimarrà emblematica nell'opera sera durante tutto il XIX secolo e la cui struttura verrà applicata anche ai pezzi a più voci.
Questa tipologia di aria prende il nome di cavatina (se posizionata come "aria di sortita" dove il personaggio viene presentato nel primo atto, o come "grande aria" affettivamente tormentata nel secondo atto) oppure rondò (se gioiosamente risolutiva nel finale d'opera).
L'aria in due tempi è quindi caratterizzata dalla giustapposizione di due tinte sonore contrastanti legate ad agogiche e affetti contrapposti:
Ben presto si inizia a percepire la necessità di motivare con ragioni drammaturgiche il passaggio dal cantabile alla cabaletta, lasciando quindi che l'azione articoli la forma dei numeri chiusi inglobando l'azione nel pezzo cantato e non come recitativo di stacco tra adagio e allegro.
Quindi la forma risulta trasformarsi in:
Un esempio chiaro di questa struttura si trova nella Scena e aria di Violetta "E' strano !.. Ah, fors'è lui" nel finale del primo atto della Traviata (1853) di Verdi:
L'inserimento dell'azione dell'aria complica la conciliazione di convenzioni formali e ragioni drammatiche. Uno degli esempi di perfetta fusione di questi due elementi lo troviamo nel numero conclusivo della Lucia di Lammermoor (1835) di Donizetti: "Tombe degli avi miei" Scena e Aria di Edgardo.
La Scena non è più caratterizzata da recitativo secco ma l'orchestra assume un ruolo di grande ampiezza retorica (è presente anche un preludio introduttivo) e il pezzo chiuso sboccia come effusione lirica del sentimento introdotto dal recitativo (Edgardo si sente tradito dall'amata che è promessa sposa ad un altro). La sezione lirica però non rimane statica ma viene portata avanti fino alla fine dell'opera attraverso fasi drammatiche e musicali successive. All' Adagio cantabile "Fra poco a me ricovero" segue un Tempo di mezzo dove compare il coro con la notizia della morte di Lucia (costretta a nozze indesiderate esce fuori di senno e viene sopraffatta dal dolore) che innesca il mutamento di affetto che condurrà alla cabaletta. A questo punto Donizetti per ragioni drammatiche si allontana da una applicazione meccanica della forma, infatti la cabaletta "Tu che a Dio spiegasti l'ali" viene separata dalla sua canonica ripetizione attraverso un ponte drammatico che ospita il suicidio dell'eroe. Trafitto, Edgardo, intona la seconda esposizione della cabaletta in modo stentato e frammentato (che si discosta dalla forma tradizionale) al quale arriva in aiuto il violoncello solo che intona al suo posto la cabaletta in modo più unitario ("personificazione" sentimentale dello strumento e "naturalizzazione" sentimentale della forma (?)), per poi concludere con una coda di poche battute.
Questo brano che avrebbe dovuto imporsi come modello compositivo estremamente efficace sul piano drammaturgico-musicale, spicca come eccezione perché spesso l'aria divisa in più sezioni veniva utilizzata perché "di dovere" senza prestare attenzione alla coerenza con l'azione.
Nei brani a più voci invece si sviluppa una drammaturgia sufficientemente codificata.
Si solidifica una struttura formale quadripartita (preceduta da un Tempo di preparazione):
Un esempio esplicativo di questa forma è Scena e Duetto tra Norma e Adalgisa nel secondo atto dell'opera belliniana Norma (1831).
Questa forma quadripartita si adatta benissimo anche ai Finali dove ogni parte porta alla graduale preparazione della stretta e ad un finale d'impatto, che però non possiede termini teorici precisi in quanto è una divisione ideale che nella pratica assume sfaccettature elaborative variegate. La "solita forma" è in realtà una forma onnipresente ma priva di un'identità anagrafica precisa.
Questa forma quadripartita va intesa non come un tutt'uno, ma più come un accostamento di singoli moduli ognuno ben caratterizzato ed autonomo dal punto di vista drammaturgico e musicale. Questa concezione viene confermata dalle frequenti modificazioni intraprese dai compositori, i quali si servono spesso di forme moche, forme maggiorate, strutturazioni a incastro o forme decettive.
L'opera in musica è costituita dalla confluenza di due testi distinti ma non autosufficienti: il libretto e la partitura. Il compositore non può fare a meno delle parole, ma queste cadono al servizio della musica. Un buon libretto quindi, per essere considerato tale, deve possedere due caratteristiche che non hanno a che fare con il pregio poetico delle parole (che si perderanno spesso a favore della condotta melodica o della condotta narrativa e drammatica):
In un'opera è importante differenziare la trama dalle situazioni drammatiche: la prima è la successione dei vari eventi che costituiscono la vicenda narrante, mentre la seconda indica tutti i momenti forti di tale trama sui quali si concentra tutta l'attenzione del compositore. Da ogni situazione, che deve essere giustificata e preparata da momenti di recitativo, scaturisce il pezzo chiuso; è quindi la situazione drammatica a creare la situazione musicale, ed un'opera può considerarsi come un susseguirsi, giustificato, di queste situazioni. La partitura risulta quindi frammentata divisa in recitativi e pezzi chiusi, musicalmente opposti, la cui alternanza è però essenziale per non maturare un sentimento di saturazione. In un'opera non è importante l'originalità della trama ma il buon equilibrio tra situazioni musicali e ragioni drammatiche legate ad esse, e ciò comporta un dialogo costante tra librettista e compositore nell'abbozzo di un ossatura musicale e di un programma di situazioni e nella loro