Documento dall'Università degli Studi di Perugia (unipg) su "Il corpo accusa il colpo - Bessel van der Kolk". Il Pdf esplora il trauma psicologico, analizzando le sue manifestazioni fisiche e mentali, i meccanismi neurobiologici e l'importanza dell'attaccamento nei bambini, con un focus sulla psicologia.
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Il trauma è un evento che può accadere a chiunque, infatti un ricerca condotta dai Centers for Disease Control and Prevention ha dimostrato che un americano su cinque ha subito molestie sessuali da bambino; uno su quattro è stato picchiato da un genitore e una coppia su tre è coinvolta in violenze fisiche. Inoltre 1/4 di noi è cresciuto con genitori alcolisti e uno su otto ha assistito al pestaggio della propria madre.
Nonostante gli esseri umani siamo una specie resiliente, le esperienze traumatiche riescono a lasciare tracce nella nostra quotidianità, nella nostra mente, nelle nostre emozioni, ma anche dal punto di vista biologico e del sistema immunitario. Il trauma inoltre non colpisce solamente i diretti interessati ma anche i suoi cari. Insomma, chi subisce un trauma cerca di "andare oltre" allo stesso ma la parte del nostro cervello deputata a a garantire la sopravvivenza non è così abile a denegare.
Grazie alla nascita di tre nuove branche della scienza, le neuroscienze, la psicopatologia dello sviluppo e la neurobiologia interpersonale, è aumentata esponenzialmente la conoscenza degli effetti del trauma psicologico, tant'è che viene dimostrato dalle stesse come il trauma produca cambiamenti psicologici reali. Inoltre, aumenta anche la conoscenza dei processi che sottostanno al trauma, offrendo così nuove opportunità di attenuare o estinguere il danno subito. In modo particolare esistono tre strade: quella top-down, la quale consiste nel parlare; quella dell'assunzione di farmaci e quella bottom-up, costituita da esperienze che contrastano i derivati del trauma. L'autore consiglia un approccio integrato dei tre.
L'autore e psichiatria, Van Der Kolk, racconta la storia di Tom, veterano della guerra in Vietnam, presentatosi nella sua clinica in cerca di aiuto. Il sonno dell'ex marines era costantemente interrotto da incubi e inoltre aveva spesso dei flashback delle sue esperienze in Vietnam.
Come lui, anche molti altri veterani di guerra soffrono dei medesimi e ulteriori disagi, quali un'istantanea rabbia imponente che li investe quando si confrontano con frustrazioni anche di lieve entità.
L'autore si avvale di un testo di Abram Kardiner, "The Traumatic Neurosis of War" per tentare di aiutarli. In questo libro Kardiner si riferisce a quello che adesso chiamiamo "PTSD" come "nevrosi di guerra" e chi ne soffre, secondo lo studioso, si sente colto da un senso di inutilità, è ritirato e distaccato. Afferma che la nevrosi non è "tutta nella testa" ma ha anche una base fisiologica, o meglio i sintomi hanno origine nella risposta di tutto il corpo al trauma originale.
È con questa storia che Van Der Kolk si affaccia allo studio del trauma.
Tom racconta di essere rimasto "colpito" da un'esperienza in particolare: l'uccisione del suo compagno e amico Alex durante un pattugliamento in una risaia. A seguito di questo avvenimento Tom compie una serie di azioni, mosso dal desiderio di vendetta, e di cui si vergogna a parlarne con lo psichiatria: uccide dei bambini e dei civili innocenti e stupra una donna vietnamita. A ciò consegue la mancanza nell'affrontare la moglie e i figli al suo ritorno e quindi i suoi atteggiamenti di "evasione", come l'uso eccessivo di alcolici. Tom percepiva che una parte di sé, quella buona e onorevole, fosse morta con il suo amico e logicamente questo trauma, sia che sia stato agito, sia che sia stato subito, compromette le sue relazioni familiare, in quanto non sente di non potersi più Document shared on www.docsity.com Downloaded by: Anxhelalika (lika.anxhela@gmail.com) fidare di sé stesso (o di contro di qualcun altro).
Di ciò ne parla Sarah Haley in un articolo, all'interno del quale spiega come per un soldato sia più difficile parlare di esperienze orrende che ha commesso e di cui si vergogna piuttosto di avvenimenti da lui subiti.
In egual misura, questo è anche ciò che accade ai bambini che hanno subito abusi: molti di loro provano vergogna per le azioni che hanno commesso per poter sopravvivere, ne consegue confusione tra l'essere vittime o partecipanti e lo smarrimento circa la differenza tra dolore e piacere.
Tom si sentiva emotivamente insensibile, non riusciva a provare sentimenti profondi nemmeno verso la sua famiglia. Sentiva solo rabbia e vergogna. Non si riconosceva nemmeno nella sua professione di avvocato: non concepiva come la stessa persona che non provava emozioni potesse arrivare a conclusioni così cogenti. L'unica cosa che lo aveva risollevato da quella situazione era stato immergersi completamente in un caso e, in seguito, finito il lavoro, rimettere in funzione la sua vecchia moto.
Van Der Kolk stava conducendo uno studio sugli incubi quando si presenta nel suo studio Bill, un medico in Vietnam che, dopo il congedo, si iscrisse a teologia e ora si occupava di una parrocchia, oltre che a suo figlio. Fu proprio a causa del pianto del figlio che Bill si sentì costretto a rivolgersi allo psichiatria, in quanto questo gli rievocava immagini di bambini sofferenti e morti in Vietnam. Egli fu quindi la prima persona ingaggiata per lo studio dell'autore.
Bill viene sottoposto al test di Rorschach in quanto, non avendo domande dirette, le risposte sono difficili da falsificare. Questo test ci consente di osservare come le persone costruiscono un'immagine mentale da uno stimolo privo di significato (una macchina d'inchiostro) per poter ipotizzare come funziona la loro mente. In particolare dal del test di Bill emerse che lui vedeva nelle macchie le immagini dei bambini morti in Vietnam, è così iniziava una serie di flashback di quei momenti. Allo stesso modo, dalla somministrazione di questo test anche ad altri veterani, la maggior parte di loro rivedeva i propri traumi, appunto perché la tendenza dell'essere umano nei confronti degli stimoli ambigui è quella di usare l'immaginazione per leggervi qualcosa. Solo alcuni non vedevano nulla, probabilmente perché il trauma aveva intaccato il loro processo immaginativo e quindi avevano perso la capacità di creare con la mente. Le persone traumatizzate guardano al mondo in un modo fondamentalmente diverso dalle altre persone.
Lo psichiatria stava seguendo un gruppo di veterani. Si rese conto che, parlando dei loro traumi, nel gruppo trovavano risonanza e significato a ciò che, precedentemente, era stata soltanto una sensazione di paura e vuoto. Provavano un rinnovato senso di cameratismo, che era stato vitale nella loro esperienza in guerra. Dopo il trauma, il mondo si divide in quelli che sanno e non; e non ci si può fidare delle persone che non hanno condiviso l'esperienza traumatica, perché non possono comprenderla (e spesso ciò interessa mogli, figli, amici, colleghi .. ). I limiti della terapia di gruppo consistevano nel parlare delle mogli, dei figli, del lavoro, dell'uso di alcol ..
Il PTSD nasce nel 1980 quando un gruppo di veterani del Vietnam, aiutati da alcuni psichiatri newyorkesi, fecero pressione sull'American Psychiatric Association, affinché si formulasse una nuova diagnosi. Tutto ciò condusse ad un'esplosione di ricerche e tentativi di trovare trattamenti Document shared on www.docsity.com Downloaded by: Anxhelalika (lika.anxhela@gmail.com) efficaci.
L'autore, a causa del rifiuto di assegnazione di fondi alla sua ricerca sul trauma, da le dimissioni e viene assunto in un altro istituto. Qui viene a contatto con storie diverse: con storie di stupri e maltrattamenti. Si rende conto che, non solo questi fenomeni sono molto più frequenti di come comunemente si pensava e si studiava, ma anche che le vittime presentavo gli stessi sintomi, comportamenti ed emozioni dei veterani di guerra. L'autore capisce che il trauma e il PTSD è molto frequente, anche nella quotidianità.
Negli anni '90 le tecniche di neuroimaging mostrano cosa accade effettivamente nel cervello delle persone traumatizzate. Cioè si rivela fondamentale per la comprensione del PTSD e delle possibili vie di guarigione.
Il trauma trasforma il modo in cui mente e cervello organizzano le percezioni, cambia il modo in cui pensiamo e ciò che pensiamo, ma anche la nostra effettiva capacità di pensare.
È importante aiutare le vittime di trauma a trovare le parole per descrivere ciò che è accaduto loro, ma questo non modifica comunque le risposte fisiche ed ormonali automatiche del corpo, che rimane ipervigile. Perché avvenga un vero cambiamento il corpo deve apprendere che il pericolo è passato e deve vivere nella realtà presente.
Nonostante negli anni '50 la psicoanalisi fosse il trattamento elettivo per la malattia, un gruppo di scienziati aveva scoperto un nuovo composto: la cloropromazina, la quale teneva calmi i pazienti deliranti. Prese quindi piede l'idea di poter usare dei farmaci non solo per contenere i sintomi, ma anche per curare la malattia.
Lavorando come tirocinante in un reparto psichiatrico, l'autore si rese conto che quelle che tendenzialmente consideravano allucinazioni dei pazienti poteva essere in realtà ricordi. E si rese inoltre conto che l'approccio utilizzato con loro non era funzionale, anzi spesso poteva rievocare lo stesso trauma.
Il lavoro dei terapeuti consiste nell'aiutare le persone a riconoscere, vivere e sopportare la realtà della vita, con tutti i suoi piaceri e dispiaceri. La professione della psichiatria però si stava muovendo in un'altra direzione: da espressioni variabili di sentimenti e relazioni si stava giungendo ad un modello di malattia mentale che parlava di disturbi distinti risolvibili con la somministrazione di farmaci mirati.
Lo shock inevitabile è una condizione per cui un gruppo sperimentale di cani riceve delle scosse elettriche nel momento in cui le porte delle gabbie si aprono, mentre un gruppo di controllo non ne riceve: il primo gruppo rimane nelle proprio gabbie, mentre il secondo scappa immediatamente. Questo è ciò che succede anche ai pazienti traumatizzati. Si scoprì inoltre che le persone traumatizzate continuano a secernere grandi quantità di ormoni dello stress (cortisolo) anche dopo che il pericolo è passato. In questo modo il cortisolo invia una risposta di "tutt'apposto" mettendo fine alla risposta stressogena. Ma in pazienti che soffrono di PTSD ciò non accade, appunto perché le risposte stressogene persistono anche dopo che il pericolo è finito. Attraverso un altro Document shared on www.docsity.com Downloaded by: Anxhelalika (lika.anxhela@gmail.com)