L'evoluzione dei rapporti tra Stato, Mercato e Terzo settore
Guardando al nostro paese si possono distinguere tre fasi nelle relazioni tra i
soggetti della cittadinanza attivi, il settore pubblico e quello privato
Assenza di un quadro
di regolazione
Quadro di regolazione
frammentario
Quadro di regolazione
organico
Emersione o fase
pionieristica
Consolidamento -
welfare mix
Legittimazione- CTS e
politiche
collaborative
- anni '70 e 80' del
Novecento
- anni ' 90-duemila
- dagli anni '10 del
XXI secolo ad oggi
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Pontificia Salesiana (a.a. 2024-25)
Inquadrare la presenza del Terzo settore nel nostro Paese
Gli ETS non sono una novità nel nostro
Paese, vi sono esperienze
mutualistiche e solidaristiche
(confraternite, società di mutuo
soccorso, enti caritativi) che risalgono
ad una fase premoderna, nel tardo
medioevo e nel rinascimento (come le
Pubbliche Assistenze, quando la
nostra Penisola era ben lontana
dall'essere una nazione, essendo
suddivisa in regni e signorie fra di loro
(non di rado) in conflitto.
In epoca moderna, se proprio si vuole
trovare un periodo dove i soggetti
della società civile fanno la loro
comparsa nella scena pubblica, si
deve tornare agli Settanta.
In quel frangente, la nostra nazione è
appena fuoriuscita dagli anni del
«boom o miracolo economico»,
caratterizzato da una crescita
economica sostenuta,
dall'industrializzazione, dalla
espansione del ceto medio e
dall'alfabetizzazione di massa.
Tale ciclo tende ad esaurirsi
convenzionalmente con il
Sessantotto, anno nel quale le nuove
generazioni (dopo il maggio francese)
manifestano una critica nei confronti
del sistema capitalistico e, più in
generale, nei confronti
dell'autoritarismo di una società che
si rispecchia ancora nel patriarcato e
nella tradizione.
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Il welfare all'italiana
- Sul fronte delle politiche sociali si interrompono i «trent'anni gloriosi del welfare>>, laddove in Europa ed
oltreoceano (pur con modelli e filosofie di intervento profondamente diversi) era stato edificato lo Stato sociale,
attraverso politiche redistributive fondate sulla fiscalità e schemi assicurativi di varia natura.
L'Italia, come ha sostenuto il politologo Esping-Andersen, si collocava fra i Paesi che avevano edificato un regime
corporativo o conservatore, in cui le prestazioni socio-asssistenziali sono fondate su schemi di protezione dai rischi
accordati ai lavoratori in base ai loro versamenti contributivi (il sistema della previdenza pubblica). Accanto a ciò, il
nostro paese assieme alla Spagna, al Portogallo e alla Grecia, era (ed e tutt'ora) caratterizzato dal ruolo centrale
svolto dalla famiglia nei processi cura e riproduzione sociale, compito tradizionalmente assegnato in prevalenza alle
donne, tale per cui i tassi di occupazione femminile sono ancora oggi più bassi rispetto alla media UE (Il 55% delle
donne fra 20 e 64 anni erano occupate in Italia nel 2022, a fronte del 69,3% nella media UE). Cfr. G. Esping-
Andersen, The three worlds of welfare capitalism. Princeton University Press, 1990; Social Foundations of
Postindustrial Economies, Oxford University Press, 1999).
- I soggetti del Terzo settore entrano nell'arena politica proprio per rappresentare bisogni inevasi del welfare state e
le nuove istanze promosse dai movimenti collettivi sorti tra gli anni Sessanta e Sessanta anche nella nostra nazione
(studenti, donne, ambientalismo, diritti dei malati e delle persone con disabilità ecc.).
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L'emersione del Terzo settore
Negli anni Settanta e Ottanta prende forma una «collaborazione tacita» (o «hidden governance») tra enti locali e Terzo settore, una
fase per molti versi costituente per molteplici servizi di cura (disabilità, salute mentale, formazione professionale). Cfr. A. Gasparre,
M. Bassoli, Governance Beyond the Rhetoric: Organizational Action, Change, and Illusion in the Italian Local Welfare System, in
"Administration & Society", 2019, pp. 1-32.
Secondo gli autori, soprattutto negli anni Settanta, sia il volontariato che gli amministratori municipali si sono resi artefici
di pratiche di radicale rinnovamento degli interventi locali, l'idea di fondo era quella di deistituzionalizzare le pratiche di
cura rivolte ai minori e agli adulti più bisognosi di sostegno sociale.
Si tratta di un decennio fondativo per molti ambiti di cura, dove gli enti solidaristici e le amministrazioni locali collaborano
con l'intento di dar vita a progetti pilota e programmi sperimentali per andare incontro alle esigenze inedite di aiuto per I
soggetti più fragili della popolazione (anziani soli, malati, minori abbandonati, persone con disabilità, ecc.).
È importante sottolineare che I volontari giocano un ruolo fondamentale nel concepire queste attività di aiuto, spingendo
gli enti locali ad adottare (ed estendere) tali prassi nella programmazione sociale di un welfare ancora in larga parte
incompiuto.
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La prossimità con i mondi vitali
Una collaborazione spontanea
- In tale ottica, il volontariato e l'associazionismo mostrano un capacità
non comune di anticipare soluzioni per istanze che non erano ancora
comparse nella formulazione delle politiche pubbliche. Secondo il
sociologo Achille Ardigò questa competenza nel leggere i vissuti e nel
fornire risposte adeguate nasce dal fatto che le organizzazioni
solidaristiche sono in connessione con I mondi vitali delle persone,
specie quelle più emarginate (A. Ardigò, Crisi di governabilità e mondi
vitali, Cappelli Editore,1982)
- Negli anni Ottanta nascono le prime cooperative sociali per dare
maggiore continuità ai protocolli di Intesa stipulati nel decennio
precedente. Gli enti locali affidano direttamente o attraverso
convenzioni I servizi alle coop, dove riconfluiscono i volontari e gli
operatori sociali della prima ora.
- Gasparre e Basoli osservano che si crea una sorta di divisione del
lavoro fra gli enti del Terzo settore attivi in quel frangente nell'arena
del welfare locale: "le cooperative sociali si sarebbero occupate della
fornitura di servizi, mentre le organizzazioni di volontariato si
sarebbero dedicate maggiormente all'azione di advocacy,
rappresentanza degli interessi, salvaguardia dei diritti umani e analisi
dei bisogni sociali".
- Si deve aggiungere che queste forme embrionali di partenariato tra
enti locali e soggetti del Terzo settore avvengono in assenza di un
quadro regolativo che disciplini I rapporti tra PA e TS.
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Made in Jail
Un'esperienza di reinserimento sociale
- C'è stato un tempo in cui in Italia i giovani finivano in carcere perché volevano
sovvertire i poteri costituiti e per questo erano disposti ad abbracciare la lotta
armata. Gli anni Settanta e gli opposti estremismi di destra e di sinistra sono
ormai materia di dibattito fra storici, per quanto non manchino di tanto in tanto
di creare dispute accese .
- Il fondatore della cooperativa varca i portoni di Rebibbia nel 1981, a vent'anni.
per scontare una condanna per aver partecipato ad una banda armata, ovvero
per essere stato membro del Movimento Comunista Rivoluzionario (MCR),
formazione radicale di sinistra nata nel Lazio sul finire degli anni Settanta
nell'ambito delle lotte per la casa. Due anni dopo l'arresto egli si dissocia da
quell'esperienza: si assume in sostanza la responsabilità per i reati che ha
compiuto, rigettando l'uso della violenza come strumento politico.
- Non è il solo a fare quella scelta, a Rebibbia vi sono altri giovani reclusi
appartenenti a gruppi armati di simile matrice ideologica (Brigate Rosse, Prima
linea, ecc.) che ripudiano il terrorismo e cominciano a riflettere sul loro futuro,
su quel che faranno dopo la liberazione.
- Sorge così l'idea di creare delle cooperative fra ex detenuti, impegnate in attività
quali la ricerca sociale, la convegnistica, il giardinaggio o la produzione di T-shirt
adornate da scritte, immagini e vignette stampate con la tecnica serigrafica.
Non di rado alcune delle vignette, su temi connessi alla condizione carceraria,
finisco sul quotidiano «Il Manifesto».
- L'iniziativa nasce ben prima della legge quadro sulle cooperative sociali di tipo
b, che viene varata agli inizi degli anni Novanta (legge 381/1991), si configura
quindi come una delle prime di impresa sociale finalizzate all'inserimento di
soggetto svantaggiati (promuovendo il reinserimento sociale dei detenuti)
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Gli anni trascorsi in cella
Volontariato e riabilitazione
- Agli inizi del 1987, mentre era in semilibertà il fondatore della cooperativa, insieme ad un altro detenuto come lui
beneficiario di una misura alternativa alla pena, ha ricevuto la proposta dall'ex direttore del carcere di Rebibbia di
insegnare le tecniche della serigrafia ai ragazzi reclusi nel penitenziario minorile.
- Su queste basi, viene costituita la coop., che conta in principio su 8 soci lavoratori, per poi trasformarsi in piccola
cooperativa (5 soci lavoratori). Collaborando attivamente con il carcere minorile romano, ogni anno riuscivano ad
inserire da uno a 3 ragazzi in quella microimpresa sociale, un buon risultato per una realtà nata in modo spontaneo,
all'indomani di una stagione drammatica di radicalizzazione del conflitto politico e sociale.
- La cooperativa (trasformatasi in associazione con l'attuale denominazione (Made in Jail) non ha più attinto da
finanziamenti pubblici, scegliendo di commercializzare (vendere) i propri prodotti ai privati, durante mostre, fiere, sagre
di paese e concerti.
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