Slide dall'Università sulla cura di sé come tratto peculiare dell'etica nel mondo antico. Il Pdf, utile per studenti universitari di Filosofia, esplora il concetto di cura di sé attraverso Socrate, Platone e Aristotele, fornendo spiegazioni chiare e contestualizzate.
Mostra di più16 pagine


Visualizza gratis il Pdf completo
Registrati per accedere all’intero documento e trasformarlo con l’AI.
Storia della sessualità 3 UNIVERSALE ECONOMICA FELTRINELLI / SAGGI
«Cura di sé» è la traduzione italiana dell'espressione in lingua greca antica «epimèleia heautoù», risalente in particolare alla filosofia di Socrate e che fu poi ripresa e tradotta in «cura sui» nella cultura romana di epoca tardo-antica.
«Nei periodi ellenistico e imperiale, il concetto socratico del «prendersi cura di sé» divenne un tema filosofico comune, universale. La «cura di sé» fu accettata da Epicuro e dai suoi seguaci, dai cinici, dagli stoici come Seneca, Gaio Musonio Rufo, Galeno. I pitagorici si interessarono molto al concetto di una vita ordinata e comunitaria. La cura di sé non costituiva una raccomandazione astratta, ma un'attività ampiamente diffusa, una rete di obblighi e servigi resi alla propria anima.» (Michel Foucault, Tecnologie del sé. Torino, Boringhieri, 1992. pag. 23).
Il concetto di "cura di sé" è un tema ampiamente trattato dal filosofo e sociologo Michel Foucault (1926-1984) in diversi suoi scritti come Tecnologie del sé, L'ermeneutica del soggetto e soprattutto in maniera preponderante nel terzo volume della Storia della sessualità, pubblicato nel 1984 con il titolo La cura di sé.Socrate e la cura di sé (¿mquédela) come prospettiva etica
Epiméleia è un vocabolo greco derivato da verbo "epimeleo": prendersi cura. La epiméleia tes psyches, la cura dell'anima, è il messaggio etico fondamentale di Socrate, trasmesso in eredità dal pensiero greco a quello romano, che lo riformulò nel «nosce te ipsum». L'esigenza della cura di sé, epimeleia eautou, ha attraversato quindi tutta la cultura occidentale fino all'epoca contemporanea.
Nell'Apologia di Socrate si rintraccia l'enunciato del concetto stesso di cura di sé, enunciato che si articolerà in seguito nell'interrogazione e nell'esaminare dell'elenchos socratico, infatti così Platone fa parlare il filosofo: "Né altro in verità io faccio con questo mio andare attorno se non persuadere voi, e giovani e vecchi, che non del corpo dovete aver cura né delle ricchezze né di alcun'altra cosa prima e piú che dell'anima, sí che ella diventi ottima e virtuosissima; e che non dalle ricchezze nasce virtú, ma dalla virtú nascono ricchezze e tutte le altre cose che sono beni per gli uomini, cosí ai cittadini singolarmente come allo stato." (Apologia di Socrate)
Con Socrate si istituisce un primato assoluto della parte razionale del pensiero, che ha il compito di regolare le azioni e la vita quotidiana di ognuno. Esiste un rapporto stretto tra razionalità, conoscenza del bene e della giustizia. E' un'equazione precisa: se c'è razionalità ben applicata, c'è un gesto moralmente corretto. L'unico vero male è l'ignoranza. In questo consiste il cosiddetto intellettualismo etico di Socrate: è la capacità della ragione di indirizzare bene le azioni. Il male quindi non nasce dalla volontà di fare qualcosa di malvagio, ma dall'incapacità di governare razionalmente la nostra vita.
A questa visione razionalistica del bene, si contrappone invece il volontarismo etico, tipico del pensiero giudaico - cristiano: per agire bene non basta conoscerlo, ma bisogna anche volerlo. Secondo questa prospettiva, possiamo quindi conoscere il bene ma scegliere volontariamente il male. Per Socrate al contrario, questo non è possibile, perché chi conosce il bene automaticamente lo sceglie. In quest'ottica, l'unica strada per convertire i malvagi è la conoscenza e il corretto utilizzo della ragione.
Ambito del divino
Idee Valori Cose del mondo Materia primordiale
Per Platone la vera realtà non risiede nel mondo sensibile ma in quello soprasensibile delle idee, il quale può essere conosciuto grazie al sapere scientifico della ragione e dall'intelligenza. La virtù nell'uomo esiste se si riferisce al bene assoluto cioè all'idea del bene che è principio di realtà di tutte le idee e di tutte le cose sensibili. L'Idea del bene, alla quale Platone si riferisce, è "al di là dell'essere" e viene paragonata al sole il quale attraverso la sua luce permette alla vista di vedere le cose visibili, inoltre attraverso il suo calore nutre e fa crescere le realtà visibili; lo stesso si può dire del bene, che è causa dell'essere delle altre idee.
Dunque, per Platone la filosofia non è solo il cammino verso la conoscenza (delle idee), ma anche sforzo di applicare nel mondo ciò che si è conosciuto. Questo aspetto emerge nel mito della caverna, in cui egli immagina la condizione esistenziale degli uomini simile a quella dei prigionieri incatenati nel fondo di una caverna.
L'ideale della vita morale platonico è sviluppato soprattutto ne La Repubblica, opera in cui Platone articola le condizioni che rendono possibile una corrispondenza virtuosa tra la vita della polis e la vita dell'anima, a partire dalla sue componenti costitutive.
Per Platone nessun uomo è identico a se stesso, in quanto alle differenze naturali della nascita corrisponde l'attitudine a svolgere compiti diversi, nessun uomo basta a se stesso: proprio da questo nasce lo Stato.
All'ordine gerarchico tra i centri dell'anima deve corrispondere quello tra i gruppi nei quali viene articolata la città giusta, perfetta e utopica. Occorre una cesura netta fra tre classi di cittadini: la prima comprende artigiani, contadini, mercanti, ai quali è concesso un possesso moderato di beni e ricchezze; la seconda è quella dei custodi, la cui fedeltà allo Stato dovrà manifestarsi nella difesa dei nemici e nella protezione della pubblica moralità. I custodi, a loro volta, comprendono quanti sono chiamati a ubbidire e i filosofi, veri e propri reggitori chiamati a comandare.
Uno stato ideale così costituito deve essere fondato su virtù fondamentali:
Quella platonica è un'idea aristocratica della legittimità al potere. Non si tratta di un'aristocrazia della nascita, bensì del sapere. I filosofi sono chiamati a governare non perché essi appartengano a una stirpe di antica nobiltà, ma perché sono gli unici in possesso del sapere che consente di dirigere lo Stato nell'interesse di tutti, e di portarlo al conseguimento della giustizia.
Testo greco a fronte Aristotele Etica Nicomachea PESHKWONTE
L'Etica Nicomachea ('HOLKà NIKouakEla) è l'opera di Aristotele che, suddivisa in dieci libri, raccoglie la trattazione più compiuta della sua concezione etica. L'indagine aristotelica in questo testo chiarisce quale sia il fine della vita dell'uomo e quali i mezzi mediante i quali ottenerlo. Essendo tale fine il bene, bisogna stabilire in quale modo sia possibile conseguirlo; la scienza che consente di raggiungere il bene e il giusto è la politica, la quale, rispetto alle altre scienze pratiche riguardanti la comunità sociale, ha un ruolo architettonico, ossia ne determina i fini in vista di un bene più perfetto, quello della città. Essendo i beni molteplici e legati ai diversi generi di vita, è necessario stabilire come raggiungere un equilibrio tra fini particolari e bene, e come conseguire la felicità (súSaupovía); quest'ultima consiste, per Aristotele, nell'attività conforme alla virtù.
Aristotele può parlare della felicità considerandola come raggiungimento del fine proprio dell'anima razionale (entelechia), il conoscere, al quale si accompagna un piacere che consiste nell'esercizio non ostacolato della facoltà. Essa è un'attività di contemplazione individuale e distaccata fine a sé stessa che rende quasi simili agli dei.
I beni ricercati in vista di beni ulteriori si compongono nel conseguimento di un fine supremo; Aristotele identifica tale fine, che si presenta come coronamento dei fini particolari, strutturati in un progetto di vita unitario, con la felicità (eudaimonia). Questa espressione in Aristotele non indica momenti particolari di gioia o euforia, ma una vita felice, pienamente realizzata.
Per Aristotele il bene supremo è la felicità: gli uomini agiscono allo scopo di essere felici. Per Aristotele la felicità consiste nella piena attuazione di una certa capacità; qualcosa è felice quando realizza propriamente la propria natura; in questo senso, è facile comprendere come la felicità sia collegata alla virtù (aretè), che coincide con l'utilizzo pieno e perfetto di qualcosa.
Dunque la felicità per l'uomo sarà la condizione completa di sviluppo delle capacità che gli sono proprie.
La virtù è una disposizione abituale (hexis) all'agire razionale, stabilizzata mediante l'educazione e l'esercizio, capace di orientare in modo costante verso fini buoni. Ecco l'ideale di una vita virtuosa come vita compiuta.
«L'habitus è una disposizione abituale del carattere resa tale dall'esercizio e dalla ripetizione. L'habitus che inclina al bene è detto virtuoso, l'habitus che inclina al male è detto vizioso».
Aristotele 8844. 6.
«La virtù dunque riguarda le passioni e le azioni, nelle quali s'incontra l'errore dell'eccesso e il biasimo del difetto, mentre il mezzo è lodato e ha successo: e queste due cose sono proprie della virtù. Dunque la virtù è una certa medietà, che ha come scopo il giusto mezzo. [ ... ] È una medietà tra due vizi, uno per eccesso e l'altro per difetto».
ARISTOTELE, Etica Nicomachea, II (B), 6, 1106 b 25 - 28; 1107 a 2-3.
Le virtù sono di due tipi: etiche, ossia relative alla prassi e concernenti la parte appetitiva dell'anima, e dianoetiche, ossia relative all'intelletto, e nell'esercizio delle quali la natura dell'uomo si realizza pienamente. Il criterio che regola le virtù etiche è la medietà (usoótns), il «giusto mezzo» fra eccesso e difetto, mentre le condizioni cui deve sottostare l'azione virtuosa sono: la sufficiente conoscenza della situazione concreta in cui si agisce; la scelta deliberata; la scelta del fine condotta in base a una disposizione stabile nei confronti della virtù. Un'azione può essere valutata moralmente soltanto quando è frutto della scelta e della deliberazione riguardo ai mezzi per conseguirne il fine.