Slide su Simbolismo e Decadentismo, la reazione al Positivismo e il fanciullino di Pascoli. Il Pdf, adatto alla scuola superiore, esplora la poetica pascoliana e il concetto di 'nido' in Letteratura, con estratti testuali e commenti critici.
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Alla fine del XIX secolo matura una reazione al Positivismo che sfocia in una totale rottura con i suoi principi. L'ottimismo di stampo positivista fu messo in crisi innanzitutto dalle trasformazioni sociali e politiche in atto in quello scorcio di secolo. L'idea positivista che il progresso scientifico dovesse automaticamente trasformarsi in progresso sociale era clamorosamente smentita dai fatti: non solo la classe operaia - che del progresso era la forza lavoro e l'autentico artefice - non stava ricevendo nessun beneficio, ma anzi con l'avvento del mondo industriale la sua condizione era peggiorata, così come era aumentato il divario fra il proletariato e le classi più abbienti. Il benessere dei pochi che potevano permettersi di godere i frutti del progresso veniva pagato con lo spietato sfruttamento degli operai, costretti a un lavoro alienante e condotto a ritmi disumani.
Nella foto a sinistra, un filatoio industriale di fine Ottocento. Da notare che gli operai sono quasi tutte donne. Se il lavoro da svolgere non era di forza, ma di precisione, era comune che venissero assunte delle operaie, le quali venivano pagate molto meno degli uomini. Ancor meno venivano pagati i bambini (se ne vedono due al centro), molto richiesti per le mansioni che necessitavano di dita piccole (ad es., nelle fabbriche di munizioni per caricare le capsule dei proiettili). All'epoca, non esistevano leggi adeguate contro lo sfruttamento minorile.
In campo politico, la crisi delle certezze positiviste si verifico con la comparsa della coscienza di classe nel mondo operaio. Fu codificato negli ordinamenti giuridici il diritto di sciopero, si iniziò a parlare di diritti delle donne e di sicurezza sul lavoro, fu denunciato lo sfruttamento infantile nelle fabbriche; iniziò insomma a farsi strada nella mentalità comune il concetto che non ci poteva essere progresso senza giustizia sociale e senza parità dei diritti.
Nelle foto in alto, due momenti dei moti di Milano del 1898: a sinistra, barricate erette mettendo i tram di traverso; a destra, soldati in Piazza Duomo. Nel 1898, a Milano scoppiarono dei violenti disordini, dovuti all'insostenibile prezzo del pane e alla condizione degli operai nelle fabbriche. I moti ebbero inizio con una manifestazione all'uscita degli operai dallo stabilimento della Pirelli. Il generale Fiorenzo Bava Beccaris represse i moti con una durezza che, già all'epoca, fu considerata spropositata e destò scandalo: un bagno di sangue che costò la vita a 81 persone (alcune delle quali non erano nemmeno manifestanti). Due anni dopo, il 29 luglio del 1900, l'anarchico Gaetano Bresci uccise il re Umberto I per vendicare, nelle sue intenzioni, i morti dei moti milanesi del '98.
In campo filosofico, letterario e artistico si affermarono in quegli anni "nuove posizioni che, criticando l'ideologia positivista del progresso, opponevano al determinismo materialistico e alla razionalità scientifica la forza della spiritualità e dell'intuizione, e scoprivano le forze misteriose dell'inconscio. Si passò da una concezione oggettiva, misurabile e quantificabile della verità a una sua concezione tutta soggettiva, relativa e comunque insondabile con i normali strumenti della ragione scientifica; dall'esaltazione della scienza alla proclamazione del suo fallimento; dal razionalismo all'irrazionalismo" (adattamento da Luperini/Cataldi/Marchiani/Marchese, La scrittura e l'interpretazione, Ed. Palumbo, 2011). Il metodo logico- deterministico dei positivisti venne criticato non solo in campo antropologico in quanto insufficiente a spiegare i comportamenti umani, ma anche dal punto di vista strettamente scientifico; ciò avvenne perché alcuni dei presupposti sui quali erano basate la matematica, la geometria e la fisica, considerati fino ad allora granitiche certezze, vennero meno - o comunque si capì che, persino nell'ambito delle scienze esatte, spesso un approccio unicamente scientifico non era sufficiente ad analizzare i fenomeni in tutta la loro complessità.
A tale riguardo, è emblematico l'avvento della nuova concezione del tempo propugnata dal filosofo francese Henri Bergson (1859-1941), che ebbe una straordinaria influenza in tutti i campi del sapere (in letteratura, le idee bergsoniane sono alla base di uno dei più importanti romanzi del '900, Alla ricerca del tempo perduto, di Marcel Proust; v. PP L'età della crisi).
In termini scientifici, il tempo è una quantità vettoriale matematicamente misurabile. Bergson, tuttavia, criticava l'approccio scientifico positivista al problema del tempo, che giudicava semplicistico e incapace di cogliere l'unica, autentica dimensione temporale, cioè quella interiore. Secondo Bergson, il tempo "non è costituito da istanti quantitativamente omogenei che scorrono in una sola direzione, ma ha una componente qualitativa, intrecciata di memoria (il passato) e di aspettativa (il futuro), non misurabile matematicamente. Solo la sensibilità del sentire umano può avvicinare la reale esperienza del tempo" (adattamento da Guglielmino/Grosser, Il sistema letterario, Ed. Principato, 1994). Per Bergson, ridurre il tempo a un fenomeno fisico-matematico negava l'esistenza del passato e del futuro e annullava dunque i parametri stessi con cui l'uomo concepisce il mondo - e, con essi, ogni possibilità di interpretare la realtà e di dare uno scopo alle proprie azioni.
Un altro personaggio straordinario, lo scienziato tedesco Albert Einstein (1879-1955), elaborò ai primi del Novecento la celeberrima teoria della relatività, che rivoluzionò il pensiero scientifico ma ebbe un profondo impatto sulla cultura in generale.
E=MC2 4 Einstein sosteneva che le dimensioni dello spazio e del tempo sono collegate e non possono essere intese in senso assoluto, perché variano a seconda di alcune condizioni (velocità, massa ecc.) e del punto di osservazione. La teoria della relatività, talmente profonda, innovativa e ricca di implicazioni da essere ancor oggi accesamente discussa, si abbatte come un terremoto sul mondo scientifico dell'epoca, perché scardinava i princìpi della vecchia fisica newtoniana e, con essi, l'idea positivista che le scienze si basassero sempre su certezze indiscutibili.
Se persino i princìpi apparentemente inattaccabili delle scienze esatte (come le dimensioni dello spazio e del tempo) potevano essere messi in discussione, a maggior ragione ciò poteva avvenire con i fondamenti delle scienze umane. Così, "fra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento profonde innovazioni di contenuto e di metodo investirono anche la psicologia. [ ... ] Fu il medico austriaco Sigmund Freud (1856-1939) il pioniere di questi nuovi studi, con la sua scoperta dei fenomeni della psicologia del profondo, o psicoanalisi" (Il sistema letterario, Guglielmino/Grosser).
Studiando da principio i sogni (il libro L'interpretazione dei sogni è del 1899), Freud scoprì che nella psiche di ognuno di noi c'è uno strato profondo, che non proviene dalla coscienza - e che lui definisce pertanto inconscio - ma che interferisce in vario modo con la vita cosciente. Dall'inconscio, sosteneva Freud, provengono pulsioni che sono espressione dei bisogni primari repressi sin dall'infanzia. Tali pulsioni si scontrano con le regole sociali, motivo per cui la nostra coscienza le rimuove o trasforma; ma le tracce del conflitto interiore che porta ad elaborarle in comportamenti che la società e la morale corrente reputano accettabili restano dentro di noi: le pulsioni irrazionali riaffiorano, e "dal luogo inconscio della sua rimozione, ciò che è stato rimosso continua ad esercitare un condizionamento inconsapevole sul soggetto cosciente". Così, la psicoanalisi freudiana "confermava sul piano scientifico la preminente tendenza irrazionalistica della filosofia di quel periodo" (Guglielmino/Grosser). Le scoperte di Freud ponevano fine "alla vecchia concezione dell'individuo come totalità compatta e integra, ma anche all'idea romantica dell'anima come luogo della rettitudine e della bontà - la parte inconscia della psiche è invece, per Freud, il luogo dei desideri, dell'egoistica volontà di potenza e di godimento" (adattamento da Luperini/Cataldi/Marchiani/Marchese, La scrittura e l'interpretazione). La scoperta e la rapida diffusione della psicoanalisi influenzarono potentemente l'arte e la letteratura del primo '900: basti pensare alla pittura surrealista o a romanzieri come Virginia Woolf, James Joyce e Italo Svevo.
Ma l'intellettuale che, forse più di ogni altro, contribuì al superamento della cultura positivista fu il filosofo tedesco Friedrich Nietzsche (1844-1900). Il pensiero di Nietzsche, improntato a un relativismo spinto sino alle estreme conseguenze, minava uno dei capisaldi del pensiero positivista, ovvero l'attaccamento ai fatti. "Il fatto - diceva Nietzsche – è sempre stupido", e "non esistono fatti, ma solo interpretazioni".
Il filosofo tedesco, vero maestro del pensiero critico-negativo, scardinava sistematicamente tutte le certezze fornite dalla scienza e, ancor di più, dalla religione, l'obiettivo delle sue critiche più aspre. A suo avviso la tradizione religiosa giudaico-cristiana, imponendo una visione teleologica del mondo e mortificando la vita terrena e la corporalità, impediva agli uomini di realizzarsi nell'unica dimensione possibile, quella del "qui e ora". Infatti, per Nietzsche, non esisteva nessuna dimensione ultraterrena e anche la storia umana non poteva essere intesa in senso finalistico - ma, al massimo, ciclico, così come ciclico è l'alternarsi della vita e della morte, l'unica certezza di cui siamo in possesso. Ponendo in discussione scienza e religione, analizzando i meccanismi dell'agire umano e rivelando impietosamente le sue vere motivazioni, Nietzsche smascherava l'ipocrisia perbenista della società borghese e giungeva a una conclusione nichilista e amorale: in mancanza di leggi universali che forniscano una spiegazione al grande dilemma dell'esistenza, il superuomo nietzschiano era colui che, affrancandosi da ogni morale e ponendosi anzi al di là dei concetti stessi del bene e del male, accettava la vita per quello che è, vivendola attimo per attimo.