Documento dall'Università Telematica "Niccolò Cusano" sulla plusdotazione: aspetti neuroscientifici e strategie didattiche. Il Pdf esplora la definizione, le caratteristiche cognitive e affettive degli studenti plusdotati, i modelli teorici e le implicazioni educative, utile per lo studio della Psicologia a livello universitario.
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Prof. Diana Olivieri - Corso di DIDATTICA E NEUROSCIENZE - Università telematica "Niccolò Cusano"
MODULO 8- La plusdotazione: aspetti neuroscientifici e strategie didattiche Lezione 8.1- Definire la plusdotazione Con la nota n. 562 del 3 aprile 2019, gli alunni ad alto potenziale cognitivo, detti anche plusdotati, sono stati definitivamente inseriti dal MIUR nell'elenco dei BES, riconoscendo a tutti gli effetti il loro diritto a ricevere piani di studio personalizzati, che consentano di valorizzarne gli stili individuali di apprendimento e di favorirne il pieno sviluppo dei talenti, secondo un principio di responsabilità educativa.
Eppure i tentativi di definire la plusdotazione da un punto di vista concettuale, da sempre risultano piuttosto difficoltosi. Ad esempio, la plusdotazione è stata definita, tra le altre cose, come elevata intelligenza generale (Terman, 1925); elevata attitudine in una specifica area accademica (Stanley, 1976); interazione tra elevata abilità, impegno nel compito e creatività (Renzulli, 1986). Forse a contribuire alla difficoltà di definire la plusdotazione è la mancanza di accordo su cosa sia l'intelligenza. Ad esempio, l'idea di intelligenze multiple proposta da Gardner (1983) prevede di mostrare un'elevata abilità in un ambito, senza che sia necessario mostrare abilità corrispondenti in tutti gli ambiti delle possibilità umane (linguistico, matematico, musicale, spaziale, ecc.). Al contrario, i sostenitori del concetto di fattore g (ossia "generale") d'intelligenza ritengono che quest'ultima consista in una generale capacità di risolvere problemi concreti o astratti di varia natura, e sia pertanto rappresentabile come un singolo fattore alla base del rendimento in tutte le attività intellettuali (Spearman, 1927).
Una visione multiforme della plusdotazione, proposta dal commissario responsabile dell'istruzione americano Sidney Marland (1972), nota come "definizione di Marland", descrive i bambini plusdotati come capaci di elevate prestazioni, dimostrando un'eccezionale capacità e/o un'abilità potenziale in una delle seguenti aree, singolarmente prese o in combinazione: capacità intellettiva generale; attitudine accademica specifica; pensiero creativo o produttivo; arti visive e dello spettacolo; capacità di leadership; capacità psicomotoria [ossia] tanto in settori specifici accademici, quanto in ambiti che necessitano di servizi e attività non ordinariamente offerti dalla scuola, al fine di sviluppare pienamente queste capacità» (Marland 1972, p. 2).
Una più recente definizione rivisitata afferma che talenti eccezionali sono presenti nei bambini e nei giovani di tutti i gruppi culturali, in tutti gli strati economici e in tutte le aree dell'attività umana. Questo riconoscimento dei bambini plusdotati culturalmente svantaggiati non è andato di pari passo con un'analoga attenzione agli studenti plusdotati con DSA. Tuttavia, non esiste alcun conflitto o motivo di esclusione nel definire uno studente plusdotato come contemporaneamente affetto da disturbo dell'apprendimento, poiché la ricerca afferma che:
Non esiste, a livello internazionale, un'unica definizione di giftedness, termine che in Italia è stato tradotto con "plusdotazione" o "alto potenziale cognitivo" (Roncoroni, Miazza & Peruselli, 2010).
Modulo 8/9. La plusdotazione: aspetti neuroscientifici e strategie didattiche Pag. 1Prof. Diana Olivieri - Corso di DIDATTICA E NEUROSCIENZE - Università telematica "Niccolò Cusano" Clark (2002) definisce la plusdotazione come "un concetto biologicamente radicato che serve da etichetta per un elevato livello di intelligenza e indica uno sviluppo avanzato e accelerato di funzioni all'interno del cervello".
La plusdotazione, dunque, non è uno stato dell'essere, non è fissa e non risiede in pochi eletti come entità fissa presente per tutta la durata della loro vita. Piuttosto, è evolutiva (Reis & Renzulli, 2009).
«La prima scuola dedicata agli studenti plusdotati nacque nel 1868 ad opera di William Torrey Harris, che diede la possibilità agli studenti delle scuole pubbliche di St. Louis (USA), che dimostrassero capacità in ambito accademico molto superiori alla norma, di frequentare classi speciali dedicate a loro (Jolly, 2004, 2009).
Il termine gifted fu comunque utilizzato per la prima volta da Sir Francis Galton nel 1869, per identificare persone adulte che avevano dimostrato capacità nettamente superiori alla norma, ottenendo riconoscimenti importanti a livello scientifico per il loro lavoro. Siamo ancora lontani dal 1905, quando Binet ideò il primo test di intelligenza, e quindi la selezione avveniva esclusivamente in base ai risultati scolastici ed alle capacità di apprendimento dimostrate dagli studenti stessi» (Olivieri, 2018a, p. 74).
«Malgrado, quindi, si parli di plusdotazione in maniera specifica da ormai più di 150 anni, non si è mai giunti ad una sua definizione unica e condivisa, anche perché probabilmente questa definizione non è così necessaria (Cramond, 2004). Infatti, come argomenta Tannenbaum (2000), la definizione di plusdotazione è strettamente correlata al contesto culturale, al periodo storico e a quali qualità, talenti ed attitudini sono considerati rilevanti in un determinato contesto. Inoltre, nei diversi Paesi dove la legislazione prevede già l'attuazione di misure specifiche di sostegno e di supporto per gli studenti plusdotati, non vi è un accordo generale e condiviso su quale sia la percentuale di soggetti da prendere in considerazione per poter accedere a questo tipo di benefits. In altri casi ancora, come ad esempio negli Stati Uniti, le scuole primarie e le middle schools possono decidere autonomamente quale percentuale di studenti possono accedere a questi programmi: in alcuni casi è il 5%, in altri l'8%, per arrivare fino al 10% superiore della popolazione studentesca» (Olivieri, 2018a, pp. 74-75).
«In altre parole, uno studente che viene considerato plusdotato in una scuola, potrebbe non essere ritenuto tale in un'altra. Nonostante queste importanti differenze, a livello scientifico si è giunti ad una sorta di accordo su una definizione generale di plusdotazione: la plusdotazione è uno sviluppo asincrono, in cui abilità cognitive avanzate e un'intensità accresciuta si combinano per creare esperienze interiori e una consapevolezza qualitativamente diverse dalla norma. Questa asincronia è tanto maggiore, quanto più elevata è la capacità intellettuale. L'unicità dell'essere plusdotati rende particolarmente vulnerabili e richiede modifiche a livello di genitorialità, insegnamento e consulenza, affinché lo sviluppo sia ottimale. Questa definizione di plusdotazione racchiude in se alcuni concetti chiave, che meglio identificano lo studente plusdotato. Innanzitutto, si fa riferimento ad un livello cognitivo molto superiore alla norma e poi si specifica in modo chiaro che ciò che rende simili questa tipologia di studenti è la percezione di ciò che accade intorno a loro, così come la consapevolezza e la comprensione del mondo, delle regole sociali, della giustizia e dei principali costrutti sui quali si basa la nostra società e che, in questi casi, non è in linea con l'età anagrafica» (Olivieri, 2018a, p. 75).
La plusdotazione, dunque, non indica solo essere più intelligenti e rapidi ad apprendere, ma comporta una sorta di maggiore sensibilità e capacità di analisi delle diverse situazioni alle quali si è esposti, che non possono però essere pienamente comprese, in quanto il soggetto stesso è troppo giovane e non ha l'esperienza di vita necessaria. Infatti, molto spesso è forte in questi giovani individui il senso di giustizia, unito ad un profondo senso di frustrazione quando le cose non vanno come loro si aspettano o pensano che dovrebbero andare, perché così sarebbe più giusto. Questa dissincronia nello sviluppo porta ad una maggiore vulnerabilità, che Modulo 8/9. La plusdotazione: aspetti neuroscientifici e strategie didattiche Pag. 2Prof. Diana Olivieri - Corso di DIDATTICA E NEUROSCIENZE - Università telematica "Niccolò Cusano" può essere compensata molto bene se l'ambiente sociale, familiare ed il contesto scolastico in cui vivono ne comprendono le necessità e le peculiarità.
In altre parole, è come se un bambino nella norma vedesse il mondo attraverso una lente, uno plusdotato attraverso il microscopio ed uno ad altissimo potenziale attraverso il microscopio elettronico.
«Le definizioni di plusdotazione utilizzate nei Paesi europei mettono in evidenza alcuni aspetti, che possono essere così riassunti:
Mentre i punti 1, 2, 3 e 6 sono solitamente presenti in tutti gli studenti plusdotati, gli altri due possono anche non esserlo, perché dipendono da fattori legati anche alla personalità del soggetto. Questa popolazione di studenti, infatti, differisce per i fattori di personalità, così come la popolazione normale» (Olivieri, 2018a, p. 76).
Omogeneizzare questo gruppo pensando che esso possa essere composto da persone con caratteristiche simili è un grosso errore: al suo interno possiamo infatti trovare studenti che non manifestano problemi di tipo sociale o relazionale, che sono ben inseriti nel gruppo classe e che hanno competenze relazionali adeguate, così come possiamo invece trovare, allo stesso modo, studenti che faticano nello sviluppare questo tipo di competenze.
L'idea che esista un unico modo o sistema che vada bene per tutti, per affrontare la questione "plusdotazione", è ormai tramontata da tempo (Subtonik, Olszewski-Kubilius & Worrell, 2011).
«Tra i tanti miti che sopravvivono, vi è quello che se uno studente è plusdotato, deve essere bravo a scuola in tutte le materie o viceversa. Non sempre è così, perché vi sono dati che dimostrano che una percentuale significativa di studenti plusdotati non termina neanche gli studi» (Olivieri, 2018a, p. 77). È inoltre profondamente sbagliato legare in modo eccessivo la plusdotazione alla performance e ai risultati ottenuti dallo studente, dimenticandoci della dimensione morale legata alla plusdotazione (Silverman, 1994), che è intimamente legata alla dissincronia dello sviluppo tra le capacità cognitive e quelle emotive e che fa sì che un bambino plusdotato, che ha quindi maggiori capacità di ragionamento in astratto rispetto ai suoi pari, abbia una lettura della realtà che non appartiene alla sua età anagrafica. Più è alto questo dislivello, maggiore sarà lo squilibrio tra queste due componenti, provocando molto spesso un senso di frustrazione e di diversità.
«Detto questo, si può facilmente comprendere come la definizione di plusdotazione sia riferita ad una popolazione molto eterogenea e che un'eccessiva semplificazione potrebbe recare solo dei danni, invece di aiutare a strutturare interventi efficaci, che possano davvero far emergere le menti più brillanti del nostro Paese» (Olivieri, 2018a, p. 77).
«Il riferimento generale alla plusdotazione si è dunque evoluto nel tempo dal considerare in modo meccanico la mera performance di quoziente intellettivo a definizioni che includono tratti quali abilità cognitive specifiche, creatività, impegno nel compito, motivazione al successo, potenziale di leadership e anche abilità psicomotoria (Marland, 1972). In realtà i gifted children si trovano spesso a dover affrontare problemi peculiari con la socializzazione e con lo sviluppo emotivo, soprattutto quando i bisogni scolastici mal si abbinano all'ambiente educativo. Molti studiosi hanno proposto vari modi in cui genitori, insegnanti e counselor possono lavorare insieme per offrire sistemi di supporto educativo ed emotivo ai bambini plusdotati. Questi Modulo 8/9. La plusdotazione: aspetti neuroscientifici e strategie didattiche Pag. 3