Documento di Università su Percezione Sociale e Attribuzione. Il Pdf, utile per lo studio della Psicologia a livello universitario, esplora la percezione sociale e l'attribuzione causale, analizzando come gli individui interpretano gli eventi e formano le prime impressioni, con riferimenti a Heider e Kelley.
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CAPITOLO 2 "PERCEZIONE SOCIALE E ATTRIBUZIONE" La percezione sociale e l'attribuzione vengono usate dagli individui per spiegarsi gli eventi mediante un'attribuzione di causa, anche detta causale. Nella conoscenza del mondo che ci circonda sono fondamentali gli attributi che contribuiscono alle prime impressioni.
Le informazioni che raccogliamo per prime sono:
Da queste informazioni formuliamo un'impressione, detta prima impressione, che andrà a influenzare il nostro comportamento, la quale si forma in un breve lasso temporale di circa 13 millisecondi, e tale rapidità è data dalla necessità di prevedere il comportamento altrui e regolare di conseguenza il nostro, inoltre tale impressione è una conoscenza non accurata.
Le espressioni facciali sono espresse dalla contrazione, volontaria di alcuni e involontaria di altri, di 46 muscoli facciali e grazie alle quali le persone esprimono le proprie emozioni, definite miste. A volte la propria espressione facciale si può controllare altre invece no.
L'esperimento di Asch (1946), svolto da Asch il quale proveniva dalla Gestalt e sposava il modello configurazionale, era interessato a studiare l'accuratezza della prima impressione: presentò due stringhe di aggettivi riguardanti delle persone, con la differenza che la parola "caldo", della prima lista, veniva sostituta con "freddo" nella seconda lista. Egli notò che in base all'utilizzo della parola, caldo o freddo, l'identikit della persona cambiava completamente. Giunse alla conclusione che "caldo" e "freddo" sono due tratti centrali, ovvero sono tratti che riconfigurano tutto il significato dell'intera personalità target andando a cambiare l'impressione sulla persona, e quindi sono più valutativi; il significato del tratto viene influenzato molto dalla cultura di appartenenza; infatti, anche l'attribuzione positiva o negativa ne risente. Oltre ai tratti centrali ci sono i tratti periferici che sono tratti più specifici e limitati.
I tratti che vengono presentati per primi hanno un impatto maggiore nella formazione della prima impressione, questo è conosciuto come effetto precedenza, o effetto primacy, cioè le persone non aspettano di avere a disposizione tutte le informazioni prima di cominciare a integrarle tra loro. Tale effetto è ancora più marcato quando le persone hanno poco tempo a disposizione.
Le prime impressioni sono abbastanza resistenti al cambiamento e affinché esse vengano modificate sono richieste più informazioni, questo perché la prima impressione è spontanea poiche nasce come atto involontario utilizzato per conoscere e regolare il comportamento.
Le prime impressioni sono state interpretate e studiate da diversi modelli:
Tale modello richiede meno risorse in quanto si colgono i tratti centrali, e si utilizza quando si ha bassa motivazione e illimitate risorse cognitive e per questo è più veloce.
Una teoria implicita della personalità si riferisce alla tendenza, di ciascuno di noi, a costruire una personalità a partire da alcuni tratti che possono essere centrali nella visione configurazionale; quindi, l'uso di tali teorie serve a farci una rapida impressione degli altri. I tratti coinvolti, oltre a quelli citati prima, vengono espressi da un'etichetta linguistica e possono essere tratti postivi o negativi, e possono avere implicazioni dirette circa la personalità.
Il modello configurazionale basato anche sulla teoria del campo di Levin, spiega come questi tratti vengono assemblati e come le persone ne deducono un pattern globale. Tale modello suggerisce che, in riferimento a Neuber e Fiske, se la motivazione e l'impegno impiegati nel processo di elaborazione sono elevati, si ottiene un'impressione più accurata.
Tutti i processi cognitivi richiedono molta energia e per questo che essi richiedono molta motivazione; ma i processi cognitivi che invece utilizzano poche risorse cognitive, a discapito dell'accuratezza e a favore della velocità, possono comportare degli errori, chiamati bias cognitivi, e la nostra mente è consapevole di tale rischio e preferisce correrlo pur di risparmiare energie cognitive. Il risparmiatore cognitivo indica la propensione di ognuno di noi di risparmiare sui costi cognitivi e ottimizzare i profitti, che ci porta a scegliere di intraprendere scorciatoie cognitive.
Le T.I.P successivamente funzionano come degli schemi, i quali schermano le informazioni in entrata e le adattano alla T.I.P e aiutano ad assimilare le informazioni più velocemente. Successivamente il rischio associato al bias è legato all'aspettativa, e al fatto che si tende a sottovalutare le informazioni che sono incoerenti con il nostro schema. Per eliminare il bias subentra la motivazione che consente di abbandonare il risparmio cognitivo, e si avvia un processo più elaborato che utilizza molte risorse cognitive.
L'adozione di una T.I.P causa la comparsa di stereotipi che creano delle aspettative, e noi adottiamo un comportamento sulla base di ciò che pensiamo dell'altra persona. Nel caso in cui le nostre impressioni e aspettative sono confermate siamo di fronte a profezie che si autoavverano. Ma in caso in cui esse non vengano rispettate allora noi cambiamo il comportamento, e le aspettative iniziali vengono riformulate; da questo si deduce che il nostro comportamento sarà involontariamente congruente con le aspettative. Oltre alle teorie che si autoavverano si può inciampare nel "self-handicapping" ovvero la creazione preventiva del nostro fallimento. Aspettative di A su B producono in B previsioni che si ripercuotono su A.
La teoria sull'attribuzione spiega la nostra tendenza automatica a vedere motivazioni e disposizioni dietro le azioni umane, nasce dalla necessità soggettiva di conoscere il mondo, e lo scopo è prevedere determinate situazioni e come agire di conseguenza. Sono importanti i locus che si riferiscono alle disposizioni, ovvero tendenze individuali, che si costruiscono con l'interazione con l'ambiente sociale e sono collegati alle T.I.P e prime impressioni. Distinguiamo:
Heider per spiegare l'importanza di questi locus intende la persona come uno scienziato ingenuo, la quale ha la necessità di spiegarsi in modo accurato la causa di alcuni eventi. Heider sottolinea il fatto che le diverse attribuzioni portano a conseguenze diverse: se la causa è interna, cioè disposizionale, è molto meno modificabile, mentre se la causa è esterna, cioè situazionale, è modificabile porterà a valutare situazioni alternativa (esempio le sliding door).
Per Heider la tendenza a sovrastimare le cause disposizionali rispetto a quelle situazionali è un bias di corrispondenza, il quale porta a vedere il comportamento come una conseguenza delle cause interne di un attore anche quando la causa è situazionale, in quanto le persone sono più interessanti rispetto al contesto, e tale bias è spiegato dalla tendenza ad accorciare i processi cognitivi.
L'attribuzione causale è l'insieme dei processi che ci permettono di inferire le cause degli eventi sociali, e quindi spiegarceli e spiegarli, e non ci si accontenta di registrare solamente il comportamento ma si pone molta attenzione sulle cause con l'obiettivo di capire come comportarsi.
Heider, cognitivista, estende la teoria dell'attribuzione causale anche alla psicologia del senso comune affermano che il fine di tale psicologia è comprendere come le persone interpretano gli eventi e la visione dell'uomo ingenuo spiega la tendenza dell'uomo a riflettere sul mondo che lo circonda in quanto vuole spiegarsi le cause del comportamento altrui.
Heider individua un locus, o origine della causalità, e lo definisce come la causa di un comportamento che può risiedere in fattori interni o esterni (personali o situazionali):
Jones e Davis sostenevano che gli osservatori imparano molto dai comportamenti che forniscono informazioni relative agli attori. Quindi lo scopo dell'attribuzione