Documento dall'Università sulla Teoria dell'Agenzia e la Stewardship Theory. Il Pdf esplora le principali teorie di governance aziendale, inclusi i concetti di asimmetria informativa e Corporate Social Responsibility, per il grado universitario in Economia.
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La Teoria dell'Agenzia appartiene al filone della "shareholder view", che si concentra sulla relazione tra proprietà e management e sulla massimizzazione del valore economico per gli azionisti. La teoria è stata introdotta da Eisenhardt nel 1989 e si basa sulla relazione tra Principal (proprietario) e Agent (manager), dove il Principal affida all'Agent il compito di gestire l'impresa. Tuttavia, a causa di divergenze negli obiettivi (massimizzazione del profitto per il Principal e aumento di prestigio o riduzione degli sforzi per l'Agent), possono sorgere conflitti di interesse.
Per gestire questi problemi, si utilizzano meccanismi di controllo e incentivazione, che possono essere monetari o non monetari. Tuttavia, la Teoria dell'Agenzia è stata criticata per essere limitata alle aziende di tipo anglosassone, ignorando il ruolo delle imprese familiari e i contesti culturali differenti.
Un'evoluzione della teoria riguarda il cosiddetto "conflitto di Agenzia di secondo livello", che si verifica tra azionisti di maggioranza e minoranza, non tra proprietà e management. In questo caso, la maggioranza può usare il suo potere per prendere decisioni che danneggiano la minoranza.
La Teoria della Stewardship si oppone alla Teoria dell'Agenzia, sostenendo che i manager non agiscono sempre in modo opportunistico, ma possono lavorare nell'interesse dell'impresa e degli azionisti, motivati da fattori intrinseci come autorealizzazione e senso di appartenenza. La Stewardship Theory trova particolare applicazione nelle imprese familiari, dove gli interessi della famiglia spesso si allineano con quelli dell'impresa, creando un ambiente di cooperazione e stabilità. Tuttavia, comportamenti altruistici e paternalistici possono anche avere effetti negativi, come la nomina di successori incompetenti per garantire la continuità familiare.
In sintesi, la Teoria dell'Agenzia offre una visione conflittuale del rapporto tra proprietà e management, mentre la Teoria della Stewardship propone un approccio più cooperativo e orientato al lungo termine, soprattutto nelle imprese familiari.
Il concetto di stakeholder è stato formalizzato da R. Edward Freeman nel suo libro del 1984 Strategic Management: A Stakeholder Approach, in cui definisce come stakeholder qualunque gruppo o individuo che può influenzare o essere influenzato dal raggiungimento degli obiettivi di un'organizzazione. Il termine viene utilizzato in contrapposizione a stockholder (azionista), e rappresenta chiunque abbia interessi legittimi nell'azienda, superando così la visione tradizionale del capitalismo di mercato che vede l'impresa come responsabile solo verso gli investitori.
Nella teoria degli stakeholder, le diverse scuole di pensiero si distinguono in base alla visione più o meno ampia del concetto di stakeholder. Le visioni ristrette considerano rilevanti solo i soggetti con un impatto diretto sugli interessi economici dell'azienda, mentre le visioni ampie includono anche gruppi con relazioni meno formali e potenzialmente lontane dagli interessi aziendali.
Per gestire gli stakeholder, Mitchell et al. (1997) propongono un modello basato su tre attributi chiave:
Questi attributi possono combinarsi in modo da definire sette tipologie di stakeholder, raggruppati in tre categorie:
Il modello di Mitchell et al. aiuta i manager a determinare quali stakeholder meritano maggiore attenzione, in base alla combinazione dei tre attributi, permettendo di prevedere non solo il comportamento manageriale, ma anche come gli stakeholder possano cambiare rilevanza nel tempo.
Le teorie dell'impresa si concentrano spesso sui sistemi formati dall'interazione economica, sociale e psicologica tra individui. In particolare, la teoria dei costi di transazione, insieme a quella delle contingenze e alla teoria della dipendenza da risorse, analizza le strutture di governo delle transazioni, che comprendono scambi di energia, informazioni, oggetti, ecc., regolati da contratti espliciti o impliciti.
Il mercato è considerato la prima struttura di governo delle transazioni, in quanto si basa sull'interazione tra le utilità degli attori e richiede poca informazione (il prezzo) e collaborazione. Tuttavia, il mercato non è perfetto e genera costi dovuti a razionalità limitata, asimmetrie informative e comportamenti opportunistici, denominati costi di uso del mercato. Questi includono costi di informazione, negoziazione ed esecuzione. Tali costi possono indurre a preferire altre forme di governo, come l'organizzazione interna o gerarchica, soprattutto quando vi è incertezza, specificità degli investimenti e alta frequenza delle transazioni.
La gerarchia rappresenta un'alternativa al mercato, dove le relazioni lavorative sono governate dal contratto di lavoro e basate sul principio di autorità. Tuttavia, anche le organizzazioni possono diventare inefficienti, generando costi di uso dell'organizzazione legati alla perdita di controllo, alla manipolazione delle informazioni e all'opportunismo della linea gerarchica. Questo fenomeno viene descritto come organization failure, e porta alla ricerca di soluzioni ibride tra mercato e gerarchia.
La teoria dei costi di transazione identifica tre variabili che determinano tali costi: la specificità delle risorse, la frequenza delle transazioni e l'incertezza. Quanto più specifici sono gli investimenti (ad esempio, macchinari unici per un cliente), tanto più è conveniente mantenere la relazione, dato che la sua interruzione comporterebbe costi affondati. Allo stesso modo, l'incertezza ambientale o soggettiva aumenta i costi di transazione.
Williamson individua quattro forme di governo delle transazioni:
Oltre a queste forme, esistono forme ibride che combinano mercato e gerarchia per affrontare le inefficienze di entrambi. Esempi di queste sono le filiere produttive, le quasi-organizzazioni (mercati assistiti da gerarchie), e i quasi-mercati (meccanismi di mercato all'interno di organizzazioni gerarchiche).
Infine, le forme ibride permettono di beneficiare della flessibilità del mercato e della stabilità della gerarchia, adattandosi alla complessità delle moderne relazioni economiche. Un esempio è il sistema giapponese di appalto, che combina cooperazione e competizione per incentivare l'innovazione e ottimizzare i rapporti tra imprese.
Il concetto di strategia è stato definito in modi differenti dai principali studiosi del settore, evidenziando diversi aspetti rilevanti. Chandler vede la strategia come un processo logico che collega obiettivi e allocazione delle risorse; Porter si concentra sul vantaggio competitivo sostenibile; Drucker la considera come un insieme di principi che guida al successo; Mintzberg, infine, la definisce come un "pattern", sottolineando che non sempre è il risultato di scelte razionali, ma piuttosto può emergere in modo inconsapevole e progressivo.
La definizione adottata in questo contesto considera la strategia come l'orientamento di lungo periodo di un'organizzazione. Questo orientamento può essere suddiviso in tre elementi principali: il lungo periodo, l'orientamento strategico e l'organizzazione stessa.
Lungo periodo: Le strategie si sviluppano generalmente in un arco di tempo di diversi anni e possono essere analizzate attraverso il modello dei tre orizzonti: l'Orizzonte 1 riguarda il core business, che deve essere mantenuto e sviluppato, ma con aspettative di crescita limitata; l'Orizzonte 2 rappresenta i business emergenti, che possono diventare nuove fonti di reddito; l'Orizzonte 3 include le attività innovative ad alto rischio e incertezza.
Orientamento strategico: Le strategie si configurano come un percorso di lungo termine, con obiettivi che, nel settore privato, spesso mirano alla massimizzazione del valore per gli azionisti.