Slide da Upo Università del Piemonte Orientale su Cultura e significato: pregiudizio etnocentrico e pregiudizio relativista. Il Pdf esplora il pregiudizio etnocentrico e relativista nel contesto dell'antropologia culturale, con esempi di pratiche culturali diverse e un riferimento allo studio di Edward Banfield.
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Cultura e significato: pregiudizio etnocentrico e pregiudizio relativista
Corso di Antropologia culturale (sede di Vercelli) prof. Gianpaolo Fassino a.a. 2024-2025
Quali criteri seguiamo per giudicare credenze e pratiche altrui?
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Cercheremo di rispondere a questi quesiti avvicinandoci ai concetti antropologici di:
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IL PAPALAGHI
Discorsi del Capo Tuiavii di Tiavea delle isole Samoa
இணை
LONGANESI & C
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PAPALAGI
XXX X x x
I piedi infine vengono avvolti in una pelle morbida e in una molto rigida. Quella morbida è per lo piú elastica e si adatta facilmente al piede, al contrario di quella rigida. Anche que- sta è fatta con la pelle di un robustissimo animale, la quale viene lasciata a bagno nell'acqua, poi raschiata con un coltel- lo, battuta e stesa al suolo fino a che si è completamente in- durita. Con questa il Papalagi si costruisce poi una sorta di canoa dal bordo molto alto, grande giusto quanto basta per farvi entrare il piede. Queste barche da piedi vengono poi le- gate e allacciate con cordoni e ganci intorno alla caviglia, co- sí che il piede resta chiuso in un rigido guscio, come il corpo di una lumaca di mare. Queste pelli da piedi il Papalagi se le porta addosso dal levar del sole fino al tramonto, con esse fa i suoi viaggi, danza e le porta anche quando fa caldo come dopo la pioggia tropicale.
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PAPALAGI
DISCORSI DEL CAPO TUIAVII BI TIAVEA DELLE ISO
SAMOA
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Dei cassoni di pietra, delle fessure di pietra, delle isole di pietra e di ciò che vi sta frammezzo
IL PAPALAGI vive in un guscio solido come una conchiglia marina. Vive fra le pietre come la scolopendra fra le fessure della lava. Le pietre sono tutt'intorno a lui, accanto e sopra di lui. La sua capanna somiglia a un cassone di pietra messo in piedi.
Una cassa che ha molti scomparti ed è tutta bucata.
C'è un solo punto in cui si può entrare e uscire da questa cassa di pietra. Questa apertura il Papalagi la chiama ingres- so quando entra nella capanna, uscita quando ne esce fuori, sebbene entrambe siano una sola e unica cosa. In questa apertura c'è una grande ala di legno che bisogna spingere con forza per poter entrare nella capanna. Ma anche cosí si è soltanto al principio e bisogna spingere ancora parecchie ali prima di essere veramente nella capanna.
La maggior parte delle capanne sono abitate da piú perso- ne di quante ne vivano in un solo villaggio delle Samoa, per- ciò è necessario sapere con esattezza il nome della famiglia che si vuole andare a trovare. Poiché ogni famiglia ha per sé una parte speciale della cassa di pietra o sopra o sotto o piú avanti. E una famiglia spesso non sa nulla delle altre, nulla di nulla, come se fra loro non ci fossero solo pareti di pietra, ma Manono, Apolima, Savaii (tre delle isole Samoa, n.d.r.) e molti mari. Spesso sanno appena il loro nome, e quando s'incon- trano nel buco da cui si entra si fanno solo di malavoglia un cenno di saluto o si borbottano dietro come insetti ostili. Co- me se fossero infastiditi di vivere l'uno accanto all'altro.
Se la famiglia sta in alto, proprio sotto il tetto della capanna, allora bisogna salire molti rami a zig-zag o in tondo, fino a che si arriva al punto dove il nome della famiglia sta scritto sul mu- ro. Lí ci si trova davanti un grazioso capezzolo femminile finto sul quale si preme fino a che risuona un grido che chiama la famiglia. La famiglia guarda attraverso un piccolo buco roton- do munito di piccoli ferri, per vedere se si tratta di un nemico.
«Poiché le versioni del mondo sono molteplici, in che modo tentare di comprenderle tutte senza incorrere in giudizi positivi o negativi? Qual è la versione giusta? Ve ne sono alcune che possiamo rifiutare o condannare? Possiamo dire, come molti sostengono, che una cultura è superiore a un'altra?» (Robbins, 2015, p. 14).
«La condanna o il rifiuto di credenze e pratiche altrui possono essere causati dal pregiudizio etnocentrico, ossia dalla convinzione che le nostre credenze e pratiche siano giuste e adeguate, mentre quelle degli altri popoli siano errate e sbagliate» (Robbins, 2015, p. 14).
«Alfred Kroeber (1952) analizzerà l'etnocentrismo leggendovi un atteggiamento di sopravvalutazione o sacralizzazione della cultura d'appartenenza da parte dell'individuo. Secondo Edmund Leach l'etnocentrismo è fondato su "finzioni d'alto contenuto emotivo" che come autoriferimento sostituiscono all'individuo il Noi del gruppo e sarebbe diffuso in tutte le società umane, come un carattere universale della cultura. Tuttavia esso non sarebbe, per così dire, "innato", ma rappresenterebbe solamente un'estensione dell'egocentrismo che si troverebbe alle radici della coscienza umana. Leach fa riferimento alla sfera delle relazioni sociali del singolo: è nella parentela e nelle sue estensioni simboliche che è possibile individuare lo schema strutturale su cui si modella il senso d'appartenenza. Il legame di consanguineità costituirebbe il principio ordinatore del Noi, realizzando l'unione tra la solidarietà del gruppo e le passioni individuali dell'io egocentrico» (Pompeo, p. 23).
Spesso il rifiuto dell'altro è «connotato da tentativi di porre al di là della cultura, nella natura, coloro che con sono conformi alle norme ecc. ai valori della propria società (non uomini, cannibali, mostri, ecc.)» (Fabietti-Remotti, 1997, p. 273).
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ESSAIS
2 litry Path tobin
MICHEL SEIGNEVR, DE MONTAIGNE.
A PARIS.
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«[ ... ] ognuno chiama barbarie quello che non è nei suoi usi; sembra infatti che noi non abbiamo altro punto di riferimento per la verità e la ragione che l'esempio e l'idea delle opinioni e degli usi del paese in cui siamo. Ivi è sempre la perfetta religione, il perfetto governo, l'uso perfetto e compiuto di ogni cosa.
Essi sono selvaggi allo stesso modo che noi chiamiamo selvatici i frutti che la natura ha prodotto da se nel suo naturale sviluppo: laddove, in verità, sono quelli che col nostro artificio abbiamo alterati e distorti dall'ordine generale che dovremmo piuttosto chiamare selvatici. In quelli sono vive e vigorose le vere e più utili e più naturali virtù e proprietà, che invece noi abbiamo imbastardite in questi, soltanto per adattarle al piacere del nostro gusto corrotto».
M. de Montaigne, Saggi, Milano, Mondadori, 1970, pp. 260-261.