Cultura e significato: pregiudizio etnocentrico e relativista, UPO

Slide da Upo Università del Piemonte Orientale su Cultura e significato: pregiudizio etnocentrico e pregiudizio relativista. Il Pdf esplora il pregiudizio etnocentrico e relativista nel contesto dell'antropologia culturale, con esempi di pratiche culturali diverse e un riferimento allo studio di Edward Banfield.

Mostra di più

63 pagine

Cultura e significato:
pregiudizio etnocentrico e
pregiudizio relativista
Corso di Antropologia culturale
(sede di Vercelli)
prof. Gianpaolo Fassino
a.a. 2024-2025
Quali criteri seguiamo per giudicare credenze e pratiche altrui?
Quali criteri
seguiamo per
giudicare credenze
e pratiche altrui?
Di fronte a
credenze e pratiche
diverse dalla
propria non
mancano reazioni
di meraviglia e di
stupore.
3
Ma come bisogna porsi di
fronte a pratiche e riti quali ad
es.:
la consuetudine degli Ilongot delle Filippine che
cercano di allontanare il dolore e la rabbia per la
morte di un parente uccidendo un nemico,
tagliandogli la testa e scagliandola lontano;
La credenza degli Aztechi del Messico, i quali
credevano che l’universo subisse una distruzione
periodica e che il solo modo per evitare la
calamità fosse di strappare il cuore a vittime
sacrificali e di offrirlo agli dei;
l’infibulazione e le altre MGF, praticata dalle
popolazioni dell’Africa centrale, perché non siano
violate la castità e la verginità delle ragazze, i loro
genitali vengono mutilati chiudendo l’apertura
della vagina e, successivamente, per rendere
possibili i rapporti sessuali e il parto, le donne
devono subire interventi di apertura/chiusura;

Visualizza gratis il Pdf completo

Registrati per accedere all’intero documento e trasformarlo con l’AI.

Anteprima

UNIVERSITÀ DEL PIEMONTE ORIENTALE

Cultura e significato: pregiudizio etnocentrico e pregiudizio relativista

Corso di Antropologia culturale (sede di Vercelli) prof. Gianpaolo Fassino a.a. 2024-2025

Criteri di giudizio per credenze e pratiche altrui

Quali criteri seguiamo per giudicare credenze e pratiche altrui?

  • Quali criteri seguiamo per giudicare credenze e pratiche altrui?
  • Ma come bisogna porsi di fronte a pratiche e riti quali ad es .:
    • la consuetudine degli Ilongot delle Filippine che cercano di allontanare il dolore e la rabbia per la morte di un parente uccidendo un nemico, tagliandogli la testa e scagliandola lontano;
  • Di fronte a credenze e pratiche diverse dalla propria non mancano reazioni di meraviglia e di stupore.
  • La credenza degli Aztechi del Messico, i quali credevano che l'universo subisse una distruzione periodica e che il solo modo per evitare la calamità fosse di strappare il cuore a vittime sacrificali e di offrirlo agli dei;
  • l'infibulazione e le altre MGF, praticata dalle popolazioni dell'Africa centrale, perché non siano violate la castità e la verginità delle ragazze, i loro genitali vengono mutilati chiudendo l'apertura della vagina e, successivamente, per rendere possibili i rapporti sessuali e il parto, le donne devono subire interventi di apertura/chiusura; ...

3

Concetti antropologici

Cercheremo di rispondere a questi quesiti avvicinandoci ai concetti antropologici di:

  • etnocentrismo;
  • esclusivismo culturale;
  • relativismo culturale;
  • pregiudizio relativistico;
  • etnocentrismo critico.
  • Dall'analisi di questi concetti si comprende l'estrema attualità ed importanza, nel dibattito contemporaneo, dei saperi etno- antropologici.

4

Il Papalagi e la relatività culturale

«Papalagi»: noi e l'altro

  • Quali criteri seguiamo per giudicare credenze e pratiche altrui?

IL PAPALAGHI

Discorsi del Capo Tuiavii di Tiavea delle isole Samoa

இணை

LONGANESI & C

  • Nel 1920 in Germania venne pubblicato un libro intitolato Papalagi (uomo bianco, nella lingua samoana).
  • Contenente i discorsi tenuti al proprio popolo da un saggio capo polinesiano, Tuiavii di Tiavea, al suo ritorno da un viaggio nel vecchio continente. Il libro tende ad essere visto al presente come una contraffazione letteraria ad opera del presunto traduttore, Scheurmann.
  • Al di là dell'autenticità, ci è utile per avvicinarci al tema della "relatività culturale".

5

Variare il punto di osservazione

PAPALAGI

XXX X x x

I piedi infine vengono avvolti in una pelle morbida e in una molto rigida. Quella morbida è per lo piú elastica e si adatta facilmente al piede, al contrario di quella rigida. Anche que- sta è fatta con la pelle di un robustissimo animale, la quale viene lasciata a bagno nell'acqua, poi raschiata con un coltel- lo, battuta e stesa al suolo fino a che si è completamente in- durita. Con questa il Papalagi si costruisce poi una sorta di canoa dal bordo molto alto, grande giusto quanto basta per farvi entrare il piede. Queste barche da piedi vengono poi le- gate e allacciate con cordoni e ganci intorno alla caviglia, co- sí che il piede resta chiuso in un rigido guscio, come il corpo di una lumaca di mare. Queste pelli da piedi il Papalagi se le porta addosso dal levar del sole fino al tramonto, con esse fa i suoi viaggi, danza e le porta anche quando fa caldo come dopo la pioggia tropicale.

6

Guardare le cose dal punto di vista dell'altro

PAPALAGI

DISCORSI DEL CAPO TUIAVII BI TIAVEA DELLE ISO

SAMOA

7

Dei cassoni di pietra, delle fessure di pietra, delle isole di pietra e di ciò che vi sta frammezzo

IL PAPALAGI vive in un guscio solido come una conchiglia marina. Vive fra le pietre come la scolopendra fra le fessure della lava. Le pietre sono tutt'intorno a lui, accanto e sopra di lui. La sua capanna somiglia a un cassone di pietra messo in piedi.

Una cassa che ha molti scomparti ed è tutta bucata.

C'è un solo punto in cui si può entrare e uscire da questa cassa di pietra. Questa apertura il Papalagi la chiama ingres- so quando entra nella capanna, uscita quando ne esce fuori, sebbene entrambe siano una sola e unica cosa. In questa apertura c'è una grande ala di legno che bisogna spingere con forza per poter entrare nella capanna. Ma anche cosí si è soltanto al principio e bisogna spingere ancora parecchie ali prima di essere veramente nella capanna.

La maggior parte delle capanne sono abitate da piú perso- ne di quante ne vivano in un solo villaggio delle Samoa, per- ciò è necessario sapere con esattezza il nome della famiglia che si vuole andare a trovare. Poiché ogni famiglia ha per sé una parte speciale della cassa di pietra o sopra o sotto o piú avanti. E una famiglia spesso non sa nulla delle altre, nulla di nulla, come se fra loro non ci fossero solo pareti di pietra, ma Manono, Apolima, Savaii (tre delle isole Samoa, n.d.r.) e molti mari. Spesso sanno appena il loro nome, e quando s'incon- trano nel buco da cui si entra si fanno solo di malavoglia un cenno di saluto o si borbottano dietro come insetti ostili. Co- me se fossero infastiditi di vivere l'uno accanto all'altro.

Se la famiglia sta in alto, proprio sotto il tetto della capanna, allora bisogna salire molti rami a zig-zag o in tondo, fino a che si arriva al punto dove il nome della famiglia sta scritto sul mu- ro. Lí ci si trova davanti un grazioso capezzolo femminile finto sul quale si preme fino a che risuona un grido che chiama la famiglia. La famiglia guarda attraverso un piccolo buco roton- do munito di piccoli ferri, per vedere se si tratta di un nemico.

Versioni del mondo e giudizi culturali

«Poiché le versioni del mondo sono molteplici, in che modo tentare di comprenderle tutte senza incorrere in giudizi positivi o negativi? Qual è la versione giusta? Ve ne sono alcune che possiamo rifiutare o condannare? Possiamo dire, come molti sostengono, che una cultura è superiore a un'altra?» (Robbins, 2015, p. 14).

Pregiudizio etnocentrico

«La condanna o il rifiuto di credenze e pratiche altrui possono essere causati dal pregiudizio etnocentrico, ossia dalla convinzione che le nostre credenze e pratiche siano giuste e adeguate, mentre quelle degli altri popoli siano errate e sbagliate» (Robbins, 2015, p. 14).

Etnocentrismo: definizione e caratteristiche

Etnocentrismo

  • «Con il termine etnocentrismo si indica la tendenza a considerare la propria cultura di appartenenza come superiore e ad applicare i propri valori culturali nel giudicare il comportamento e le credenze di individui cresciuti in seno ad altre culture» (Kottak, 2012, p. 27).
  • «Atteggiamento valutativo e classificatorio asimmetrico, fondato su un'autoattribuzione, spesso esclusiva, di umanità, relega l'altro in un numero ristretto di categorie marginali, e in cui si riconoscono gli attributi ascritti al proprio gruppo e, in ultima analisi, alla vera umanità» (Fabietti, Remotti, 1997, p. 273).

Etnocentrismo come universale sociale

Etnocentrismo

  • L'etnocentrismo è un universale sociale alla base del senso di appartenenza comunitaria di un individuo ad un gruppo.
  • «Ovunque gli individui ritengono che le proprie consuete spiegazioni, opinioni e tradizioni siano giuste, vere, appropriate e morali, e qualificano i comportamenti diversi come strani, immorali o selvaggi» (Kottak, 2012, p. 27).

Analisi dell'etnocentrismo

Etnocentrismo

«Alfred Kroeber (1952) analizzerà l'etnocentrismo leggendovi un atteggiamento di sopravvalutazione o sacralizzazione della cultura d'appartenenza da parte dell'individuo. Secondo Edmund Leach l'etnocentrismo è fondato su "finzioni d'alto contenuto emotivo" che come autoriferimento sostituiscono all'individuo il Noi del gruppo e sarebbe diffuso in tutte le società umane, come un carattere universale della cultura. Tuttavia esso non sarebbe, per così dire, "innato", ma rappresenterebbe solamente un'estensione dell'egocentrismo che si troverebbe alle radici della coscienza umana. Leach fa riferimento alla sfera delle relazioni sociali del singolo: è nella parentela e nelle sue estensioni simboliche che è possibile individuare lo schema strutturale su cui si modella il senso d'appartenenza. Il legame di consanguineità costituirebbe il principio ordinatore del Noi, realizzando l'unione tra la solidarietà del gruppo e le passioni individuali dell'io egocentrico» (Pompeo, p. 23).

Rifiuto dell'altro nell'etnocentrismo

Etnocentrismo

Spesso il rifiuto dell'altro è «connotato da tentativi di porre al di là della cultura, nella natura, coloro che con sono conformi alle norme ecc. ai valori della propria società (non uomini, cannibali, mostri, ecc.)» (Fabietti-Remotti, 1997, p. 273).

Plusden cin Ang Hay geft tan gi fach mer mumb & Acb-en palo TY mafen a la babe miz bebi mòcgd Đơn fint chiopu ten filfo. Langt 11 İgehich tiffen fa halb me rob an l ben etela francb& ber abe grofje! nen vol bar aba auff fice bitir fa tombt & fadro ny Đơn gay

Michel de Montaigne e la barbarie

Michel de Montaigne (1533-1592)

ESSAIS

2 litry Path tobin

MICHEL SEIGNEVR, DE MONTAIGNE.

A PARIS.

Chez ABLE LANGELIER au premier jabber de lacon! Sale Ja Palais

14

Michel de Montaigne (1533-1592)

«[ ... ] ognuno chiama barbarie quello che non è nei suoi usi; sembra infatti che noi non abbiamo altro punto di riferimento per la verità e la ragione che l'esempio e l'idea delle opinioni e degli usi del paese in cui siamo. Ivi è sempre la perfetta religione, il perfetto governo, l'uso perfetto e compiuto di ogni cosa.

Essi sono selvaggi allo stesso modo che noi chiamiamo selvatici i frutti che la natura ha prodotto da se nel suo naturale sviluppo: laddove, in verità, sono quelli che col nostro artificio abbiamo alterati e distorti dall'ordine generale che dovremmo piuttosto chiamare selvatici. In quelli sono vive e vigorose le vere e più utili e più naturali virtù e proprietà, che invece noi abbiamo imbastardite in questi, soltanto per adattarle al piacere del nostro gusto corrotto».

M. de Montaigne, Saggi, Milano, Mondadori, 1970, pp. 260-261.

Non hai trovato quello che cercavi?

Esplora altri argomenti nella Algor library o crea direttamente i tuoi materiali con l’AI.