Documento da Oikos su Un Mondo di Plastica. Il Pdf, di Educazione ambientale per la Scuola superiore, analizza l'impatto della plastica sull'ambiente, dalla produzione smisurata alla gestione inadeguata dei rifiuti, introducendo il concetto di economia circolare e le conseguenze sui cambiamenti climatici.
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L'abbiamo creata, dipendiamo da lei e ora ci sta soffocando.
5 miliardi di buste ogni anno, 25 milioni di tonnellate di rifiuti ogni mese, 1 milione di bottiglie ogni giorno in tutto il mondo: la plastica ha raggiunto tutti gli angoli del pianeta.
Com'è possibile? E quali sono le conseguenze?
Più della metà della plastica diventa rifiuto in meno di un anno dalla produzione e la maggior parte non viene riciclata o riutilizzata. Molti di questi rifiuti terminano la propria vita in mare. Le cause del problema sono globali e possono essere riassunte in quattro ambiti fondamentali: produzione, uso, inadeguata gestione dei rifiuti, modello di economia lineare.
L'inquinamento ambientale da plastica è un fenomeno di portata globale, dai numeri strabilianti. Nonostante sia riconosciuto come un'emergenza globale e molti stati e istituzioni, tra cui l'Unione Europea, stiano cercando di correre ai ripari, si prevede che nei prossimi 30 anni la produzione di plastica cresca ancora del 70%, restando in linea con una tendenza che ha visto la produzione mondiale aumentare di venti volte dagli anni '60.
In questo quadro, il nostro Paese ha un ruolo da protagonista: l'Italia è infatti il maggior produttore di plastica tra i Paesi che si affacciano sul Mediterraneo ed è responsabile del 2% della produzione mondiale di manufatti in plastica.
Quando si pensa alla plastica, non bisogna limitarsi a immaginare i prodotti alimentari confezionati o gli oggetti interamente in plastica che riempiono i negozi di tutto il mondo. Anche i cosmetici, per esempio, contengono spesso micro granelli di plastica con funzione abrasiva (es. scrub). La plastica è anche molto utilizzata nell'industria tessile: moltissimi dei vestiti che compriamo sono, almeno in parte, di origine sintetica (es. acrilico, nylon, poliestere, elastan, lycra). Questi tessuti, durante i lavaggi, rilasciano piccole particelle, invisibili agli occhi e non interamente intercettate dai sistemi di purificazione delle acque, che contribuiscono all'aumento della plastica nell'ambiente.
Le ragioni della rapidissima e straordinaria diffusione di questo materiale sono evidenti: economico, versatile, sicuro, leggero. Ideale anche per la produzione di oggetti monouso, che rappresentano infatti una grossa fetta del giro di affari della plastica. Lo mostra un dato significativo: quasi la metà di tutta la plastica prodotta nel mondo diventa un rifiuto in meno di tre anni. Si tratta soprattutto di plastica che contiene polietilene, presente in prevalenza negli imballaggi e nei prodotti monouso. Infatti, secondo l'Unione Europea, sono 10 le tipologie di prodotti che da soli rappresentano il 70% dei rifiuti in plastica presenti in mare e per i quali già esistono alternative sul mercato: cotton-fioc, posate, piatti, cannucce, bastoncini per mescolare le bevande, bastoncini per palloncini, contenitori per alimenti e bevande in polistirene espanso.
Anche in questo caso, l'uso della plastica in Italia è da record: basti pensare che siamo i maggiori consumatori di acqua in bottiglia d'Europa e tra i primi al mondo. Non solo: circa l'80% della plastica prodotta in Italia proviene dall'industria degli imballaggi e ha quindi un ciclo di vita estremamente breve.
Dove finisce tutta questa plastica? In gran parte viene dispersa nell'ambiente. Lo evidenziano numerosi studi, che hanno mostrato la presenza di rifiuti plastici nei luoghi più remoti del pianeta, dai fondali marini ai ghiacciai delle montagne, dai fiumi all'intestino degli animali. Come mai? A livello globale circa il 37% dei rifiuti di plastica non è gestito o è gestito male, ossia non è raccolto, è disperso in natura oppure è abbandonato in discariche abusive, inquinando il suolo, l'acqua dolce e gli oceani con macro, micro e nanoplastiche.
In Europa, regione virtuosa rispetto ad altre zone del mondo, vengono prodotti circa 25,8 milioni di tonnellate di rifiuti di plastica ogni anno. Meno del 30% di questi rifiuti viene raccolto per essere riciclato, molti finiscono in discarica o all'inceneritore (rispettivamente il 31% e il 39%) e una quota significativa lascia l'Unione Europea per essere trattata in Paesi terzi, in cui possono essere applicate differenti norme ambientali.
Sembra incredibile che la carta di una caramella caduta di tasca durante una gita in montagna sia proprio la stessa che potremmo vedere qualche mese dopo facendo il bagno al mare: eppure è proprio così! L'acqua di tutto il pianeta è collegata e circola continuamente.
I rifiuti vengono trascinati dalla pioggia e dai fiumi fino a valle, raggiungendo tutti il mare, per poi restarci, mentre l'acqua prosegue il suo cammino tramite l'evaporazione (vedi scheda didattica "Tutto scorre a valle").
Cosa succede a un rifiuto plastico che non finisce nella spazzatura? Una cosa è certa: non sparisce nel nulla. La plastica si deteriora nell'ambiente rompendosi in parti sempre più piccole, che restano nell'ambiente molto a lungo. Non è ancora chiaro in quanto tempo la plastica si distrugga: una bottiglietta di plastica impiega circa 500 anni a degradarsi, ma non sappiamo se questa degradazione sia completa o se non sia altro che una scomposizione in frammenti più piccoli (macro, micro e nano plastiche).
E in Italia? Il nostro sistema di gestione dei rifiuti prevede una raccolta differenziata realizzata con il supporto dei cittadini, responsabili di separare carta, plastica, vetro, metallo e umido, con l'obiettivo di facilitarne il riciclo, seppur con un forte divario regionale, spesso legato a problematiche gestionali e carenze nelle infrastrutture in alcune aree del Paese.
3 2Ma il sistema non è completamente efficiente: nel 2017, la frazione di plastica da imballaggi non idonea al riciclo è stata del 38% (più di 500 mila tonnellate), di questa percentuale più dell'80% è stata destinata al recupero energetico (termovalorizzatori o cementifici in Italia e all'estero) e circa il 20% è stata avviata alla discarica.
In alcune regioni del Sud (Sicilia, Molise, Calabria e Puglia) meno di 1/3 dei rifiuti urbani è separato dai consumatori (privati o industrie) e gestito correttamente. Anche alcune grandi città hanno difficoltà nella gestione dei rifiuti. Napoli, Roma e Genova ad esempio, hanno un tasso di raccolta differenziata sotto la media nazionale (53%). In media oltre il 60% del totale di rifiuti in plastica raccolti finisce in discarica o all'inceneritore: anche se si butta la plastica nel contenitore corretto, non significa che il materiale venga effettivamente riciclato e immesso nuovamente nel mercato in un'ottica di economia circolare.
Naturalmente, i rifiuti che non entrano nel sistema di raccolta differenziata hanno maggiore probabilità di finire dispersi in natura. Nessuno è in grado di dire esattamente quanta plastica finisca in mare, ma si stima che, ogni anno, tra i 5 e i 13 milioni di tonnellate di plastica - dall'1,5 al 4% della produzione mondiale - finiscano negli oceani del mondo causando l'80% dell'inquinamento marino. Seguendo questo trend, entro il 2025 gli oceani conterranno 1 tonnellata di plastica ogni 3 tonnellate di pesce ed entro il 2050 ci sarà, in peso, più plastica che pesce. Questi rifiuti per i 4/5 entrano in mare sospinti dal vento o trascinati dagli scarichi urbani e dai fiumi: non importa se viviamo in una città lontana dal mare, la nostra plastica in ogni caso finisce lì.
Il più conosciuto accumulo di rifiuti plastici degli ultimi anni è sicuramente il Great Pacific Garbage Patch: un'enorme "isola" di spazzatura galleggiante, composta principalmente da plastica, situata più o meno al centro dell'Oceano Pacifico. Sebbene l'estensione della grande chiazza non sia nota con precisione, si ipotizza che sia compresa tra 700mila chilometri quadrati a oltre 10 milioni di chilometri quadrati (più della superficie degli Stati Uniti). "L'isola" esiste dall'inizio degli anni Ottanta e si è formata a causa dell'azione di una corrente oceanica che cattura i rifiuti galleggianti e li aggrega tra loro.
Molti rifiuti plastici hanno raggiunto i luoghi più remoti e inospitali del Pianeta, come la Fossa delle Marianne (profonda 11000 m), dove la presenza della plastica è stata documentata dalla Japan Agency for Marine-Earth Science and Technology (Jamstec).
Riciclare la plastica è un affare costoso e complesso: questo semplice dato ostacola l'affermarsi di un modello di economia circolare nella filiera delle materie plastiche. Non solo: le straordinarie caratteristiche della plastica fanno sì che in tanti ambiti scarseggino le alternative ecologiche per i consumatori.
Un'economia pensata per potersi rigenerare da sola, dove i flussi di materiali sono di due tipi: quelli biologici, in grado di essere reintegrati nella biosfera, e quelli tecnici, destinati a essere rivalorizzati senza immettersi in natura. Si tratta di un sistema economico pianificato per riutilizzare i materiali in successivi cicli produttivi, riducendo al minimo gli sprechi.
Attualmente il modello economico prevalente è lineare ('prendi-fai-butta') e si è sviluppato basandosi sulla disponibilità di grandi quantità di risorse ed energia. Oggi però siamo tanti su questo pianeta e le risorse iniziano davvero a scarseggiare: questo modello non è più sostenibile.
È diventata necessaria una transizione verso un modello circolare, che dalla progettazione, alla produzione, al consumo, fino alla destinazione a fine vita sappia fare il possibile per limitare l'uso di materia ed energia "in ingresso" e minimizzare scarti e perdite. Tale modello pone inoltre attenzione alla prevenzione delle esternalità ambientali negative e alla creazione di valore sociale.
RAW MATERIALS RECYCLING DESIGN PRODUCTION REMANUFACTURING DISTRIBUTION RESIDUAL WASTE DISTRIBUTION CONSUMPTION, USE, REUSE, REPAIR
Come abbiamo visto, per diversi motivi, incluso il fatto che in molti Paesi gran parte della plastica non può essere riciclata per motivi di salute, di sicurezza o di contaminazione, la percentuale di plastica che si avvia ad avere una seconda vita è molto bassa. Ma la plastica riciclata si scontra con un'altra criticità: la maggior parte dei materiali plastici riciclati sono di qualità inferiore rispetto alla plastica vergine e quindi vengono commercializzati a un prezzo inferiore, questo a fronte di un alto costo di tutto il processo. I costi operativi delle attività di riciclaggio, infatti, sono oggi proibitivi, sia per gli elevati oneri legati alla raccolta e differenziazione dei rifiuti, che per la fornitura limitata di plastiche riciclabili.
La possibilità di dare seconda vita alla plastica in maniera più redditizia ed efficiente è in gran parte legata al miglioramento della qualità della plastica riciclata, ma anche alla possibilità di immettere nel sistema plastica di "qualità".
Anche raccogliendola tutta ... non sappiamo più dove metterla!
L'insostenibilità dell'attuale modello di produzione e consumo è resa palese delle attuali difficoltà nella gestione dei rifiuti.
Non tutta la plastica che viene raccolta in Italia ed Europa viene gestita dalle nostre strutture. Fino al 2018 veniva per esempio in gran parte venduta alla Cina, che recentemente ha cambiato le regole del gioco, limitando le tipologie di plastica importate dall'estero: solo plastica di qualità! La causa di questo cambio di rotta è duplice: i lavoratori erano sottopagati e tutto ciò che non aveva valore restava in Cina, finendo per aumentare il volume delle discariche locali. Dovendo bilanciare tra le problematiche ambientali e il proprio fabbisogno di risorse, i cinesi hanno preferito tagliare sulle tipologie di prodotti da far entrare nel proprio Paese, optando solo per scarti riciclabili più facilmente e quindi a costi inferiori.
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