L'evoluzione delle disabilità nel corso della storia, dall'antichità alle normative attuali

Documento dall'Università sull'evoluzione delle disabilità nel corso della storia. Il Pdf esplora la percezione della disabilità dalla Grecia antica alle leggi italiane recenti, trattando ostracismo, ruolo sociale e inclusione, utile per lo studio di Storia a livello universitario.

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Evoluzione delle disabilità nel corso della storia
Nel pensiero greco, alimentato dal mito del corpo perfetto, la disabilità suscita condanna e disprezzo. I
maggiori filosofi greci dimostrano un ostracismo verso la diversità corporea. La città ideale di Platone, per
esempio, deve essere abitata da individui perfetti, che generano figli sani. Aristotele è dell’opinione che lo
Stato deve impedire l’allevamento e la cura dei neonati deformi, che rappresentano uno sperpero di risorse
ed energie.
Nelle prime società elleniche il disabile è ritenuto un capro espiatorio, che ha una funzione sociale ben
codificata. Egli è frutto dell’ira degli dei e, quindi, viene al mondo come castigo divino. Alcuni, invece, sono
allevati e destinati a diventare capri espiatori. In caso di carestie o di eventi naturali funesti, la popolazione
sceglie, fra questi mostri lasciati in vita, il disabile è portato fuori dalle mura, bastonato sui genitali per sette
volte e infine bruciato vivo sul rogo. In ultimo, si raccolgono le sue ceneri e si disperdono in mare, con
l’obiettivo di placare la volontà degli dei.Un destino più benevolo attende i disabili che presentano un corpo
non intaccato da mostruosità. Godono di un certo rispetto i ciechi e i pazzi. Secondo la mentalità comune, i
ciechi non vedono quello che accade nel presente e, per questa ragione, percepiscono il tempo futuro e,
quindi, sono in grado di predire gli accadimenti. I pazzi, nei loro deliri, sono capaci di parlare con gli dei, per
cui non bisogna inimicarseli se si vuol godere della benevolenza divina.
Anche la cultura ebraica aborrisce il mostro: infatti, nell’antico testamento l’individuo che presenta qualche
deformità fisica non può avvicinarsi a Dio e neanche compiere alcuna offerta votiva per invocare la sua
indulgenza
Anche nella società romana il mutilato e lo storpio non possono accostarsi agli dei, a causa della loro
indegnità fisica. La civiltà romana eredita da quella greca il culto del bello e del corpo perfetto, archetipo di
una supremazia che affermerà la sua potenza in tutto il mondo allora conosciuto. Per Seneca la disabilità
può essere paragonata alla vita inutile. Nell’opinione popolare la mostruosità di un figlio è un disonore per
l’intera stirpe. Subito dopo la nascita l’infante è controllato dal pater familias, che constatata la sua
integrità fisica o morale, lo solleva in alto e lo presenta agli dei. Se questo non avviene il neonato subisce
l’esposizione, ossia l’infante viene messo in un cumulo d’immondizie, fuori casa, e lasciato morire.
Nel periodo medioevale, rimane lo stigma negativo che caratterizza la disabilità. La madre è ritenuta la
principale responsabile della deformità del proprio figlio. In altre parole, la mostruosità del bambino
partorito è uno specchio delle sue colpe, che possono andare dal semplice adulterio ad una relazione
carnale con le forze malefiche e diaboliche. In questo caso il destino è segnato: entrambi bruciano sul rogo.
La Chiesa alimenta tale visione della disabilità, ovvero come frutto dell’intervento di forze diaboliche. Il
papa Gregorio Magno è un convinto assertore di questa tesi, per cui si fa portatore del costrutto che in un
corpo deforme non può esserci un’anima che abbia la grazia di Dio. Il vescovo Cesario di Arles afferma che
la disabilità è frutto della lussuria, che induce a non rispettare con l’astinenza i giorni che devono essere
dedicati al Signore, cioè le festività e il periodo della quaresima. Chi non si attiene a tale precetto corre il
rischio di avere dei figli affetti da lebbra, epilessia e, quindi, posseduti dal demonio. Ai disabili, però, è
permesso girare, soprattutto in occasione delle festività religiose, per le città medievali con lo scopo di
chiedere l’elemosina. Essi devono essere percepiti dai normali come un monito perenne che deve ricordare
la triste sorte riservata a chi non rispetta i precetti della Chiesa. Una sorte diversa, fra i disabili, è riservata
ai gobbi e ai nani, che diventano giullari di corte, a cui spetta il compito di far divertire i nobili. Di essi si ha
un grande rispetto: sono gli unici membri della corte che possono permettersi il lusso di dire quello che
pensano anche al proprio re. In quel tempo, i folli assumono il ruolo sociale di portatori dell’eredità
satanica. Essi sono considerati il concentrato di tutte le nefandezze e le malvagità imputabili al genere
umano. Ed è proprio per questa ragione che devono essere isolati dal resto del mondo. Si creano, così, i
presupposti per quelle strutture di segregazione che diventeranno i manicomi.
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Si delinea, così, la divisione medica, sociale e culturale fra patologie del corpo e patologie della mente, fra
folli e savi. Le due categorie di pazienti trovano allocazione in strutture distinte. Per i folli vi sono i
manicomi, che si diffondono in tutta Europa. In alcuni di essi i pazienti sono racchiusi in gabbie e, pagando
un piccolo obolo, possono essere osservati nelle loro stravaganze dal popolo.
Con l’illuminismo, la concezione della disabilità subisce una profonda trasformazione. In pratica, secondo
Diderot, citato in Cario, la disabilità è sintonica con la non perfezione della natura e come tale è da
considerarsi fisiologica. La disabilità è medicalizzata e curata negli ospedali che, in numero crescente,
sorgono in quel periodo. Essa viene classificata a seconda della sua curabilità, per cui i disabili sono divisi in
due categorie, i curabili e gli incurabili. Fra questi ultimi rientrano i malati di mente, il cui destino è quello di
essere internati per tutta la vita. Relativamente alla disabilità psichica, Pinel, però, il fondatore della
psichiatria moderna, ne sostiene la curabilità. Nel suo trattato del 1800 Trattato medico-filosofico
sull’alienazione, egli propone una cura della malattia mentale che prevede due strategie terapeutiche. La
prima è l’allontamento del malato dal mondo esterno, la seconda è la cura psicologica che consiste
nell’aiutare il paziente a non pensare alle sue idee bizzarre, distraendolo con altri interessi. In realtà questa
terapia non è mai applicata, in quanto i disabili psichici continuano ad essere semplicemente allontanati
dalla società, attraverso il ricovero coatto nei manicomi, dove non ricevono nessuna cura e assistenza.
A metà del settecento comincia la ristrutturazione dei processi produttivi che porta alla nascita, in Europa,
delle prime industrie. L’introduzione delle macchine nella filiera produttiva, che avviene in maniera
massiccia nell’Ottocento, fa sorgere i primi disabili fisici, la cui invalidità è causata proprio dall’utilizzo di
questi nuovi mezzi industriali. Il numero sempre crescente di individui che presentano problematiche visive
o menomazioni ortopediche cambia la percezione sociale della disabilità. In pratica, essa è ritenuta una
condizione da dover curare, studiando tutti gli ausili che possono permettere a questi soggetti di ritornare
ad essere attivi e, quindi, nuovamente utilizzati nelle industrie. Laddove questo non può avvenire, i nuovi
disabili sono condannati ad una condizione di marginalizzazione sociale.
La fine della prima guerra mondiale produce un elevatissimo numero di disabili. Otto milioni di invalidi,
mutilati, ciechi e pazzi, i cosiddetti scemi di guerra. La disabilità assume una connotazione sociale
differente, ovvero viene vista come una condizione da rispettare e a cui dover rimediare, anche attraverso
aiuti economici.
Durante il periodo hitleriano si assiste ad una regressione ideologica. Il nazismo definisce la disabilità come
la vita che non merita di vivere e si rende protagonista di una distruzione di massa dei disabili, in particolar
modo di quelli che presentano deficit mentali. Alla fine degli anni Trenta è promulgato il Decreto
Ministeriale sull’obbligo di dichiarazione dei neonati deformi. Secondo questa legge, chiunque fra il
personale sanitario è a conoscenza della nascita o dell’esistenza di disabili affetti da patologie psicofisiche
ha l’obbligo di segnalarli ad un Comitato Nazista, creato a tale scopo. Questi minori sono ricoverati nei
reparti di eutanasia infantile, che si trovavano presso ogni ospedale, dove sono lasciati morire di fame
oppure uccisi attraverso la sperimentazione di nuovi e potenti farmaci o avvelenati mediante l’utilizzo
massiccio di morfina e barbiturici. Per i disabili adulti il destino è segnato già da lungo tempo: il campo di
concentramento, a cui segue la camera a gas.
Dagli anni 70 del secolo scorso (1900), la considerazione della disabilità ha subito una vera e propria
metamorfosi. In Italia, per esempio, sono state approvate delle leggi che hanno mutato la percezione
sociale della disabilità, ovvero da malattia/menomazione a diversa normalità. In altri termini, i soggetti
disabili, alla luce delle nuove normative, sono divenuti portatori di diritti, piuttosto che oggetti di assistenza
di stampo pietistico.
A questo riguardo sono da menzionare:

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Anteprima

La disabilità nel pensiero greco

Nel pensiero greco, alimentato dal mito del corpo perfetto, la disabilità suscita condanna e disprezzo. I maggiori filosofi greci dimostrano un ostracismo verso la diversità corporea. La città ideale di Platone, per esempio, deve essere abitata da individui perfetti, che generano figli sani. Aristotele è dell'opinione che lo Stato deve impedire l'allevamento e la cura dei neonati deformi, che rappresentano uno sperpero di risorse ed energie.

Nelle prime società elleniche il disabile è ritenuto un capro espiatorio, che ha una funzione sociale ben codificata. Egli è frutto dell'ira degli dei e, quindi, viene al mondo come castigo divino. Alcuni, invece, sono allevati e destinati a diventare capri espiatori. In caso di carestie o di eventi naturali funesti, la popolazione sceglie, fra questi mostri lasciati in vita, il disabile è portato fuori dalle mura, bastonato sui genitali per sette volte e infine bruciato vivo sul rogo. In ultimo, si raccolgono le sue ceneri e si disperdono in mare, con l'obiettivo di placare la volontà degli dei.Un destino più benevolo attende i disabili che presentano un corpo non intaccato da mostruosità. Godono di un certo rispetto i ciechi e i pazzi. Secondo la mentalità comune, i ciechi non vedono quello che accade nel presente e, per questa ragione, percepiscono il tempo futuro e, quindi, sono in grado di predire gli accadimenti. I pazzi, nei loro deliri, sono capaci di parlare con gli dei, per cui non bisogna inimicarseli se si vuol godere della benevolenza divina.

La disabilità nella cultura ebraica e romana

Anche la cultura ebraica aborrisce il mostro: infatti, nell'antico testamento l'individuo che presenta qualche deformità fisica non può avvicinarsi a Dio e neanche compiere alcuna offerta votiva per invocare la sua indulgenza

Anche nella società romana il mutilato e lo storpio non possono accostarsi agli dei, a causa della loro indegnità fisica. La civiltà romana eredita da quella greca il culto del bello e del corpo perfetto, archetipo di una supremazia che affermerà la sua potenza in tutto il mondo allora conosciuto. Per Seneca la disabilità può essere paragonata alla vita inutile. Nell'opinione popolare la mostruosità di un figlio è un disonore per l'intera stirpe. Subito dopo la nascita l'infante è controllato dal pater familias, che constatata la sua integrità fisica o morale, lo solleva in alto e lo presenta agli dei. Se questo non avviene il neonato subisce l'esposizione, ossia l'infante viene messo in un cumulo d'immondizie, fuori casa, e lasciato morire.

La disabilità nel periodo medioevale

Nel periodo medioevale, rimane lo stigma negativo che caratterizza la disabilità. La madre è ritenuta la principale responsabile della deformità del proprio figlio. In altre parole, la mostruosità del bambino partorito è uno specchio delle sue colpe, che possono andare dal semplice adulterio ad una relazione carnale con le forze malefiche e diaboliche. In questo caso il destino è segnato: entrambi bruciano sul rogo. La Chiesa alimenta tale visione della disabilità, ovvero come frutto dell'intervento di forze diaboliche. Il papa Gregorio Magno è un convinto assertore di questa tesi, per cui si fa portatore del costrutto che in un corpo deforme non può esserci un'anima che abbia la grazia di Dio. Il vescovo Cesario di Arles afferma che la disabilità è frutto della lussuria, che induce a non rispettare con l'astinenza i giorni che devono essere dedicati al Signore, cioè le festività e il periodo della quaresima. Chi non si attiene a tale precetto corre il rischio di avere dei figli affetti da lebbra, epilessia e, quindi, posseduti dal demonio. Ai disabili, però, è permesso girare, soprattutto in occasione delle festività religiose, per le città medievali con lo scopo di chiedere l'elemosina. Essi devono essere percepiti dai normali come un monito perenne che deve ricordare la triste sorte riservata a chi non rispetta i precetti della Chiesa. Una sorte diversa, fra i disabili, è riservata ai gobbi e ai nani, che diventano giullari di corte, a cui spetta il compito di far divertire i nobili. Di essi si ha un grande rispetto: sono gli unici membri della corte che possono permettersi il lusso di dire quello che pensano anche al proprio re. In quel tempo, i folli assumono il ruolo sociale di portatori dell'eredità satanica. Essi sono considerati il concentrato di tutte le nefandezze e le malvagità imputabili al genere umano. Ed è proprio per questa ragione che devono essere isolati dal resto del mondo. Si creano, così, i presupposti per quelle strutture di segregazione che diventeranno i manicomi.

1Si delinea, così, la divisione medica, sociale e culturale fra patologie del corpo e patologie della mente, fra folli e savi. Le due categorie di pazienti trovano allocazione in strutture distinte. Per i folli vi sono i manicomi, che si diffondono in tutta Europa. In alcuni di essi i pazienti sono racchiusi in gabbie e, pagando un piccolo obolo, possono essere osservati nelle loro stravaganze dal popolo.

La disabilità dall'Illuminismo all'era industriale

Con l'illuminismo, la concezione della disabilità subisce una profonda trasformazione. In pratica, secondo Diderot, citato in Cario, la disabilità è sintonica con la non perfezione della natura e come tale è da considerarsi fisiologica. La disabilità è medicalizzata e curata negli ospedali che, in numero crescente, sorgono in quel periodo. Essa viene classificata a seconda della sua curabilità, per cui i disabili sono divisi in due categorie, i curabili e gli incurabili. Fra questi ultimi rientrano i malati di mente, il cui destino è quello di essere internati per tutta la vita. Relativamente alla disabilità psichica, Pinel, però, il fondatore della psichiatria moderna, ne sostiene la curabilità. Nel suo trattato del 1800 Trattato medico-filosofico sull'alienazione, egli propone una cura della malattia mentale che prevede due strategie terapeutiche. La prima è l'allontamento del malato dal mondo esterno, la seconda è la cura psicologica che consiste nell'aiutare il paziente a non pensare alle sue idee bizzarre, distraendolo con altri interessi. In realtà questa terapia non è mai applicata, in quanto i disabili psichici continuano ad essere semplicemente allontanati dalla società, attraverso il ricovero coatto nei manicomi, dove non ricevono nessuna cura e assistenza.

A metà del settecento comincia la ristrutturazione dei processi produttivi che porta alla nascita, in Europa, delle prime industrie. L'introduzione delle macchine nella filiera produttiva, che avviene in maniera massiccia nell'Ottocento, fa sorgere i primi disabili fisici, la cui invalidità è causata proprio dall'utilizzo di questi nuovi mezzi industriali. Il numero sempre crescente di individui che presentano problematiche visive o menomazioni ortopediche cambia la percezione sociale della disabilità. In pratica, essa è ritenuta una condizione da dover curare, studiando tutti gli ausili che possono permettere a questi soggetti di ritornare ad essere attivi e, quindi, nuovamente utilizzati nelle industrie. Laddove questo non può avvenire, i nuovi disabili sono condannati ad una condizione di marginalizzazione sociale.

La disabilità nel XX secolo

La Prima Guerra Mondiale e il Nazismo

La fine della prima guerra mondiale produce un elevatissimo numero di disabili. Otto milioni di invalidi, mutilati, ciechi e pazzi, i cosiddetti scemi di guerra. La disabilità assume una connotazione sociale differente, ovvero viene vista come una condizione da rispettare e a cui dover rimediare, anche attraverso aiuti economici.

Durante il periodo hitleriano si assiste ad una regressione ideologica. Il nazismo definisce la disabilità come la vita che non merita di vivere e si rende protagonista di una distruzione di massa dei disabili, in particolar modo di quelli che presentano deficit mentali. Alla fine degli anni Trenta è promulgato il Decreto Ministeriale sull'obbligo di dichiarazione dei neonati deformi. Secondo questa legge, chiunque fra il personale sanitario è a conoscenza della nascita o dell'esistenza di disabili affetti da patologie psicofisiche ha l'obbligo di segnalarli ad un Comitato Nazista, creato a tale scopo. Questi minori sono ricoverati nei reparti di eutanasia infantile, che si trovavano presso ogni ospedale, dove sono lasciati morire di fame oppure uccisi attraverso la sperimentazione di nuovi e potenti farmaci o avvelenati mediante l'utilizzo massiccio di morfina e barbiturici. Per i disabili adulti il destino è segnato già da lungo tempo: il campo di concentramento, a cui segue la camera a gas.

La metamorfosi della disabilità dagli anni '70

Dagli anni 70 del secolo scorso (1900), la considerazione della disabilità ha subito una vera e propria metamorfosi. In Italia, per esempio, sono state approvate delle leggi che hanno mutato la percezione sociale della disabilità, ovvero da malattia/menomazione a diversa normalità. In altri termini, i soggetti disabili, alla luce delle nuove normative, sono divenuti portatori di diritti, piuttosto che oggetti di assistenza di stampo pietistico.

A questo riguardo sono da menzionare:

  • 2La legge 180 del 1978: è la normativa che ha chiuso gli ospedali psichiatrici, disciplinando i trattamenti sanitari nell'ambito della disabilità mentale.
  • La legge 517 del 1977, che ha aperto le scuole ai diversamente abili, promuovendo l'integrazione e creando la figura dell'insegnante di sostegno
  • La legge 104 del 1992, che ha sostenuto i diritti delle persone disabili lungo l'intero ciclo di vita, implementando gli strumenti per favorire l'integrazione scolastica, sociale e lavorativa.

In ambito internazionale la maggiore rivoluzione è stata compiuta dalla Organizzazione Mondiale della Salute che ha redatto l'ICF nel 2001. Esso non è altro che la classificazione del funzionamento, della disabilità e della salute dell'individuo. Secondo il paradigma bio-psico-sociale, che è alla base di tale documento, la persona disabile ha risorse e potenzialità che possono estrinsecarsi o rimanere latenti, a seconda dell'ambiente in cui vive. In altre parole, il contesto può fungere da barriera, ostacolando il manifestarsi di queste risorse possedute, oppure essere un facilitatore, che incoraggia l'espressione di queste potenzialità. In ragione di ciò la disabilità è intesa come uno stato di salute in un ambiente non favorevole.

Evoluzione Legislativa

Le prime leggi sull'istruzione

Le leggi Casati 1859, Coppino 1877, Orlando 1904, Credaro 1911, che sanciscono l'istruzione obbligatoria ai minori non si occupano dei soggetti portatori di handicap. Il primo intervento risale alla Riforma Gentile del 1923 nella quale si stabilisce che l'istruzione dei ciechi e dei sordi è obbligatoria con la frequenza di apposite istituzioni scolastiche.

Il Testo Unico delle leggi sull'istruzione elementare del febbraio 1928 ed i regolamenti approvati nello stesso anno ribadiscono l'obbligo scolastico per i ciechi ed i sordi da impartirsi in scuole speciali e l'istituzione di classi differenziali dove potevano essere accolti anche alunni che manifestavano atti di indisciplina, le cui cause potevano derivare da anomalie psichiche. " Quando gli atti di permanente indisciplina siano tali da lasciare il dubbio che possano derivare da anormalità psichiche, il maestro può, su parere conferme dell'ufficiale sanitario, proporre l'allontanamento definitivo dell'alunno al direttore didattico, governativo o comunale, il quale curerà l'assegnazione dello scolaro alle classi differenziali che siano istituite nel comune o, secondo i casi, d'accordo con la famiglia, inizierà le pratiche opportune per il ricovero in istituti per la educazione dei corrigendi"

Classi speciali e differenziali

Successivamente La C.M. n. 1771/12 dell'11.3.1953 Delinea la differenza tra:

  • classi speciali: "Istituti scolastici nei quali viene impartito l'insegnamento elementare ai fanciulli aventi determinate minorazioni fisiche o psichiche ed istituti nei quali vengono adottati speciali metodi didattici per l'insegnamento ai ragazzi anormali, es. scuole Montessori";
  • classi differenziali: "Non sono istituti a sé stanti, ma funzionano presso le comuni scuole elementari ed accolgono gli alunni nervosi, tardivi, instabili, i quali rivelano l'inadattabilità alla disciplina comune e ai normali metodi e ritmi d'insegnamento e possono raggiungere un livello migliore solo se l'insegnamento viene ad essi impartito con modi e forme particolari"

Con la C.M. 4 gennaio 1962, n. 103 rivolgendosi ai direttori didattici delle scuole elementari, prevede istituzioni scolastiche destinate all'educazione e all'istruzione degli alunni affetti da minorazioni fisiche e psichiche per i quali sia prevedibile il totale o parziale inserimento nella vita sociale. Emerge quindi una linea di tendenza favorevole alle scuole speciali, che "dovranno essere opportunamente incrementate, restando inteso, però, che la selezione degli educandi dovrà essere accuratissima e tale, in ogni caso, da escludere gli scolari che possono trarre profitto da un buon insegnamento individualizzato nella scuola comune". La valenza medica del provvedimento, ha un peso consistente.

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