Evoluzione della semiotica e linguistica: teorie di Saussure, Hjelmslev e Greimas

Documento universitario sull'evoluzione della semiotica e della linguistica attraverso le teorie di Saussure, Hjelmslev e Greimas. Il Pdf esplora il passaggio da significante/significato a espressione/contenuto, la semantica strutturale e il metodo generativo del senso di Greimas, offrendo una panoramica dettagliata delle basi teoriche della semiotica.

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Né Ferdinand de Saussure né Louis Hjelmslev hanno mai subordinato la semiotica al paradigma
linguistico.
Nel liberare la linguistica dall’asservimento a punti di vista fisiologici, psicologici, letterari, e ponendo
la lingua in come unico oggetto di studio della linguistica, Saussure ha anzi considerato la linguistica una
parte della scienza semiotica, essendo le unità linguistiche tipi di segni in relazione reciproca e significanti di
significati. Hjelmslev (1943) va oltre. Pe lui non è la lingua a essere espressione di una generale facoltà
semiotica, ma esistono tante semiotiche, inclusa quella del linguaggio verbale, quanti sono i sistemi e i
processi di significazione articolati in forme e sostanze, dell’espressione e del contenuto. In questo modo
Hjelmslev supera i confini del segno, inchiavardato sul contrasto significante/significato, per preferire una
visione più estesa della significazione, che prende corpo dentro testi, cioè “tessuti di relazioni e intrecci che
tessono la stoffa del mondo” costituiti da forme dell’espressione e del contenuto..
1 Da “significante/significato” a
“espressione/contenuto”
Perché Hjelmslev, che pure ha attinto agli insegnamenti di Saussure continuandolo, si è deciso ad
abbandonare la categoria significante/significato per introdurre quella di espressione/contenuto? Le ragioni
sono diverse.
La prima è che Hjelmslev ha visto la categoria saussuriana troppo riferita alla singola unità del segno,
alle sue due facce. Hjelmslev non è interessato a considerare l’unità segnica, ma la semiosi, cioè l’attuazione
della significazione su scala più ampia, dei testi in quanto processi.
La seconda ragione è che ha ritenuto il termine “significato” compromesso con la psicologia ed
esterno alla lingua. Significante/significato, secondo Hjelmslev, ripropone la vecchia tesi della distinzione tra
percettivo significante e concettuale significato con posizioni fisse e statiche (Fabbri 1998). Per
esempio la “luce solare” è il significante del significato /grazia divina/. Nella relazione espressione/contenuto,
invece, l’espressione è correlata a qualcosa di espresso, di contenuto in quell’espressione.
Un’espressione è espressione solo grazie al fatto che è espressione di un contenuto, e un contenuto è un
contenuto solo grazie al fatto che è contenuto di un’espressione. Non ci può dunque essere, tranne che per un’artificiale
separazione, un contenuto senza un’espressione, né un’espressione senza un contenuto. Se pensiamo senza parlare, il
pensiero non è un contenuto linguistico, non è un funtivo di una funzione segnica; se parliamo senza pensare,
producendo una serie di suoni a cui nessun ascoltatore può attribuire un contenuto, il nostro discorso sarà un
abracadabra, non un’espressione linguistica, non un funtivo di una funzione segnica.
Ma nulla impedisce, per Hjelmslev, che il contenuto a sua volta possa diventare espressione per un
nuovo contenuto. Ogni espressione può diventare concetto per una nuova espressione percepibile, e ogni
concetto può diventare espressione per un nuovo contenuto.
Quindi in un determinato testo può accadere che la “grazia divina”, che a un dato livello è il contenuto
dell’espressione della luce solare, diventi a sua volta espressione di un contenuto /Medioevo occidentale/
(versus per esempio la /contemporaneità laica/). O che la /luce solare/ sia la forma del contenuto, se si dà il
caso, del promo per un pellegrinaggio al Santuario di Padre Pio a San Giovanni Rotondo. La visione di
Hjelmslev è perciò molto più dinamica. Espressione e contenuto sono funtivi di funzioni segniche, non entità,
e costituiscono i due piani di ogni linguaggio, in presupposizione reciproca. Ma l’associazione è sempre
arbitraria: mai un’espressione si correla univocamente a un contenuto e occorre osservare cosa accade di
volta in volta senza ingannarsi rispetto a ciò che a prima vista appare una pura espressione o un puro
contenuto. Le articolazioni fra contenuti ed espressioni si producono localmente. È un formidabile modo di
liberazione del significato, attraverso l’osservazione di come esso muta e si trasforma.
2 Il mondo a pastasfoglia. Forme, sostanze, materia
L’efficacia di questo modello riposa sull’idea che sia il contenuto (C) sia l’espressione (E) ricevono
nelle diverse società e culture una messa in forma, a partire dalla materia, massa amorfa non ancora
articolata del pensiero e del mondo, e da sostanze dell’espressione e del contenuto:
Il mondo è consistente, stratificato, fatto a pastasfoglia. C’è la sostanza, dell’espressione (E) e del
contenuto (C), che è quel tanto di materia articolata dalla forma. E ci sono forme dell’espressione (E) e forme
del contenuto (C). Avremo allora la quadripartizione forma dell’espressione e sostanza dell’espressione,
forma del contenuto e sostanza del contenuto. Nei linguaggi a essere necessaria è solo la forma, non la
sostanza, che è soggiacente e presupposta dalla forma. O meglio contano le sostanze solo quando sono

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Anteprima

La semiotica e il paradigma linguistico

Né Ferdinand de Saussure né Louis Hjelmslev hanno mai subordinato la semiotica al paradigma linguistico. Nel liberare la linguistica dall'asservimento a punti di vista fisiologici, psicologici, letterari, e ponendo la lingua in sé come unico oggetto di studio della linguistica, Saussure ha anzi considerato la linguistica una parte della scienza semiotica, essendo le unità linguistiche tipi di segni in relazione reciproca e significanti di significati. Hjelmslev (1943) va oltre. Pe lui non è la lingua a essere espressione di una generale facoltà semiotica, ma esistono tante semiotiche, inclusa quella del linguaggio verbale, quanti sono i sistemi e i processi di significazione articolati in forme e sostanze, dell'espressione e del contenuto. In questo modo Hjelmslev supera i confini del segno, inchiavardato sul contrasto significante/significato, per preferire una visione più estesa della significazione, che prende corpo dentro testi, cioè "tessuti di relazioni e intrecci che tessono la stoffa del mondo" costituiti da forme dell'espressione e del contenuto ..

Dal significante/significato all'espressione/contenuto

Perché Hjelmslev, che pure ha attinto agli insegnamenti di Saussure continuandolo, si è deciso ad abbandonare la categoria significante/significato per introdurre quella di espressione/contenuto? Le ragioni sono diverse. La prima è che Hjelmslev ha visto la categoria saussuriana troppo riferita alla singola unità del segno, alle sue due facce. Hjelmslev non è interessato a considerare l'unità segnica, ma la semiosi, cioè l'attuazione della significazione su scala più ampia, dei testi in quanto processi. La seconda ragione è che ha ritenuto il termine "significato" compromesso con la psicologia ed esterno alla lingua. Significante/significato, secondo Hjelmslev, ripropone la vecchia tesi della distinzione tra percettivo - significante - e concettuale - significato - con posizioni fisse e statiche (Fabbri 1998). Per esempio la "luce solare" è il significante del significato /grazia divina/. Nella relazione espressione/contenuto, invece, l'espressione è correlata a qualcosa di espresso, di contenuto in quell'espressione. Un'espressione è espressione solo grazie al fatto che è espressione di un contenuto, e un contenuto è uncontenuto solo grazie al fatto che è contenuto di un'espressione. Non ci può dunque essere, tranne che per un'artificiale separazione, un contenuto senza un'espressione, né un'espressione senza un contenuto. Se pensiamo senza parlare, il pensiero non è un contenuto linguistico, non è un funtivo di una funzione segnica; se parliamo senza pensare, producendo una serie di suoni a cui nessun ascoltatore può attribuire un contenuto, il nostro discorso sarà un abracadabra, non un'espressione linguistica, non un funtivo di una funzione segnica. Ma nulla impedisce, per Hjelmslev, che il contenuto a sua volta possa diventare espressione per un nuovo contenuto. Ogni espressione può diventare concetto per una nuova espressione percepibile, e ogni concetto può diventare espressione per un nuovo contenuto. Quindi in un determinato testo può accadere che la "grazia divina", che a un dato livello è il contenuto dell'espressione della luce solare, diventi a sua volta espressione di un contenuto /Medioevo occidentale/ (versus per esempio la /contemporaneità laica/). O che la /luce solare/ sia la forma del contenuto, se si dà il caso, del promo per un pellegrinaggio al Santuario di Padre Pio a San Giovanni Rotondo. La visione di Hjelmslev è perciò molto più dinamica. Espressione e contenuto sono funtivi di funzioni segniche, non entità, e costituiscono i due piani di ogni linguaggio, in presupposizione reciproca. Ma l'associazione è sempre arbitraria: mai un'espressione si correla univocamente a un contenuto e occorre osservare cosa accade di volta in volta senza ingannarsi rispetto a ciò che a prima vista appare una pura espressione o un puro contenuto. Le articolazioni fra contenuti ed espressioni si producono localmente. È un formidabile modo di liberazione del significato, attraverso l'osservazione di come esso muta e si trasforma.

Il mondo a pastasfoglia: forme, sostanze, materia

L'efficacia di questo modello riposa sull'idea che sia il contenuto (C) sia l'espressione (E) ricevono nelle diverse società e culture una messa in forma, a partire dalla materia, massa amorfa non ancora articolata del pensiero e del mondo, e da sostanze dell'espressione e del contenuto: Il mondo è consistente, stratificato, fatto a pastasfoglia. C'è la sostanza, dell'espressione (E) e del contenuto (C), che è quel tanto di materia articolata dalla forma. E ci sono forme dell'espressione (E) e forme del contenuto (C). Avremo allora la quadripartizione forma dell'espressione e sostanza dell'espressione, forma del contenuto e sostanza del contenuto. Nei linguaggi a essere necessaria è solo la forma, non la sostanza, che è soggiacente e presupposta dalla forma. O meglio contano le sostanze solo quando sonomesse in forma.

Modi di "ignorare"

Parafrasando il discorso di Hjelmslev (1943, trad. it .: 56-57), consideriamo le catene dei linguaggi verbali Nonostante le differenze, queste catene hanno un fattore in comune, cioè la materia, il senso, il pensiero stesso sul "non sapere", sull'"ignorare". Questa materia esiste provvisoriamente come una massa amorfa, un'entità inanalizzata che le lingue ritagliano in maniera diversa. Indicazione del fatto che la materia è organizzata, articolata, formata in maniera diversa nelle diverse lingue. Per esempio:

  • in danese, prima jeg ('io'), poi véd ('so', presente indicativo), poi un oggetto, det ('ciò'), poi la negativa, ikke ('non');
  • in inglese, prima I ('io'), poi do, un concetto verbale che non è rappresentato distintamente nel periodo danese, poi la negazione not ('non'), e solo alla fine know, il concetto di 'sapere' (ma senza un concetto corrispondente a quello di presente indicativo nel danese ved, e senza un oggetto);
  • in francese, prima 'io', poi un tipo di negazione, ne ... pas (diverso però sia da quello danese che da quello inglese, poiché non ha valore di negazione in tutte le combinazioni), poi sais (presente indicativo); e, come in inglese, niente oggetto;
  • in eschimese naluvara, 'non-sapiente-sono-io-ciò', un verbo unico derivato da nalo 'ignoranza', che indica al tempo stesso la prima persona soggetto e l'oggetto in terza persona.
  • l'italiano lo conosciamo: non è necessario esprimere né il soggetto né l'oggetto, basta la negazione non e so, presente indicativo alla prima persona singolare.

Ogni lingua traccia le sue particolari suddivisioni all'interno della "massa del pensiero" amorfa, e dà rilievo in essa a fattori diversi in disposizioni diverse. È come una stessa manciata di sabbia che può prendere forme diverse o come la nuvola di Amleto, che cambia aspetto da un momento all'altro. Come la stessa sabbia si può mettere in stampi diversi, come la stessa nuvola può assu- mere forme sempre nuove, così la stessa materia può essere formata o strutturata diversamente in lingue diverse. La materia rimane, ogni volta, sostanza per una nuova forma, e non ha altra esistenza possibile al di là del suo essere sostanza per questa o quella forma.

Lo spettro dei colori

Un esempio completo della quadripartizione forma dell'espressione e sostanza dell'espressione, forma del contenuto e sostanza del contenuto è offerto dalle designazioni dei colori nelle varie lingue (Hjelmslev 1943, trad. it .: 62-63). Ogni lingua impone arbitrariamente le sue suddivisioni sul continuo amorfo dello spettro solare. Se le formazioni in questa zona della materia del mondo sono approssimativamente le stesse nelle lingue europee più diffuse, non occorre andare molto lontano per trovare formazioni che ad esse non corrispondono. Confrontando il gallese e l'inglese, per esempio, troviamo che all'inglese green corrispondono in gallese gwyrdd o glas; a blue corrisponde glas; a gray corrispondono glas o llwyd; a brown corrisponde llwyd. Cioè, la parte dello spettro coperta dall'inglese green è tagliata in gallese da una linea che assegna una parte di tale zona alla parola gallese che copre anche l'area dell'inglese blue, mentre la distinzione inglese tra green e blue non si trova in gallese. In gallese mancano anche le distinzioni inglesi fra blue e gray e fra gray e brown; d'altra parte l'area coperta dall'inglese gray è suddivisa in gallese e attribuita in parte all'area che corrisponde a blue e in parte all'area che corrisponde a brown. Un confronto schematico illustra la mancanza di corrispondenza fra le delimitazioni nelle due lingue: Per essere precisi, la materia amorfa dello spettro solare è ritagliata in inglese nella sostanza del contenuto corrispondente all'area del colore verde messa in forma del contenuto come /verdità/. Sull'altro piano della semiosi a questa sostanza del contenuto cromatica è associata la sostanza dell'espressione g r e e n, come catena di suoni, messa in forma dell'espressione come green. Anche il latino e il greco mostrano, nell'ambito dei colori, notevole mancanza di corrispondenza con le principali lingue europee moderne. Il progresso da 'chiaro' a 'scuro' che è diviso in tre zone in italiano e in molte altre lingue - bianco, grigio, nero - in certe lingue è diviso in un numero diverso di zone, per mancanza di suddivisione o per maggiore e ulteriore suddivisione.

Contro la falsa opposizione forma/contenuto

Due dei maggiori filosofi del Novecento, Gilles Deleuze e Félix Guattari, hanno rappresentato il modello hjelmsleviano con l'immagine dell'astice. Infatti la doppia articolazione delle tenaglie del gambero rende il senso del taglio simultaneo tra le forme dell'espressione e le forme del contenuto. Forma dell'espressione e forma del contenuto sono atti simultanei. Non si avrà mai una funzione segnica senza la presenza simultanea di entrambi questi funtivi; e un'espressione e il suo contenuto, o un contenuto e la sua espressione, non si presenteranno mai insieme senza che ci sia fra loro anche la funzione segnica.La funzione segnica è di per

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