Documento dall'Università su Renato Cartesio (La Haye, 1596 - Stoccolma, 1650). Il Pdf esplora la filosofia di René Descartes, concentrandosi sulla sua biografia, il contesto storico-culturale del Seicento, il dualismo cartesiano e la prova dell'esistenza di Dio, per la materia di Filosofia a livello universitario.
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RENATO CARTESIO (La Haye, 1596 - Stoccolma, 1650) Di nobile famiglia, René Descartes compie gli studi nel rinomato collegio gesuita di La Flèche e poi studia legge a Poitiers. Pur di indole tranquilla e prudente, passa gli anni della gioventù a peregrinare per l'Europa insanguinata dalla Guerra dei Trent'anni. Incerto se consacrarsi alla professione di soldato o a quella di studioso, si dedica dapprima alla vita militare (prima nell'esercito protestante del principe d'Orange, poi in quello cattolico del duca di Baviera); poi, in una notte di novembre del 1619, una serie di sogni rivelatori gli indica la nuova via da intraprendere: quella della ricerca di una nuova logica capace di dare fondamento a una scienza universale. Abbandona la carriera militare per applicarsi a tempo pieno agli studi, soggiornando preferibilmente in Olanda, dove scrive e pubblica gran parte delle sue opere: Il Mondo o Trattato sulla luce (1629-1633), Discorso sul metodo (1637), Meditationes de prima philosophia (1641), Principia philosophiae (1644) e Le passioni dell'anima (1649). Nel 1649 accetta l'invito della regina Cristina di Svezia e si reca a Stoccolma, dove muore poco dopo di polmonite.
La prima metà del Seicento è un'epoca di grandi cambiamenti, che vede la messa in crisi dell'intera tradizione culturale precedente. Praticamente tutte le conoscenze che per secoli gli studiosi avevano dato per scontate vengono messe in dubbio, quando non drasticamente cancellate. E questo non solo in ambito cosmologico, con l'affermarsi della teoria eliocentrica, ma anche sul terreno della fisiologia (dove l'organismo, non più visto come mosso dalle varie «anime», viene paragonato a una grande macchina) e della fisica (dove Galileo individua nella matematica il linguaggio della natura). In tale situazione, ai filosofi è richiesto uno sforzo di sistematizzazione della visione del mondo, ed è proprio questa l'impresa in cui si lancia Cartesio, disegnando così la geografia concettuale del pensiero moderno. Egli presenta una nuova antologia, incentrata sulla contrapposizione fra spirito e materia, e soprattutto una nuova epistemologia, cioè una nuova teoria della conoscenza, basata sulla capacità del soggetto di giungere - attraverso l'unione di percezioni chiare e distinte con un corretto metodo di ragionamento - alla comprensione dei caratteri essenziali della realtà.
Poiché l'intera conoscenza tramandata dalla filosofia scolastica deve essere radicalmente messa in questione ed è necessario ripartire da zero, occorre partire da una certezza che sia assolutamente al di là di ogni dubbio e poi risalire, attraverso le regole di un metodo affidabile, fino a un sapere che sia giustificato, e quindi saldo e indubitabile. E qual è questa certezza assoluta e indubitabile? È la certezza che ognuno di noi ha di esistere, ciò che Cartesio ha condensato nella celeberrima massima: «Cogito, ergo sum» ("Penso, dunque sono").
Se il punto di partenza è l'autoevidenza del cogito, il metodo invece qual è? Cartesio lo descrive nella sua opera più celebre - Il discorso sul metodo -, enunciando le quattro regole che bisogna rispettare per procedere sicuri sulla via della conoscenza:
È chiaro che queste quattro regole prefigurano un modello della conoscenza prettamente razionale, ricalcato sul metodo tipico della matematica e della geometria.
Cartesio ritiene di dover rifiutare «come assolutamente falso tutto ciò di cui si possa aver il minimo dubbio, per vedere se, dopo aver così proceduto, rimanga ancora qualche cosa che sia del tutto indubitabile». La scoperta di Cartesio è che quasi nulla di quello che riteniamo di sapere è in grado di superare il test del dubbio metodico. Anche le percezioni più chiare possono ingannarci, come avviene nel caso dei sogni, e persino i ragionamenti matematici possono risultare errati.
Cartesio arriva al punto di immaginare che «un certo genio maligno ( ... ) abbia posto ogni sua astuzia nel far sì che io mi inganni». Ogni nostra conoscenza, comprese quelle più banali (dalla convinzione che il cielo sia azzurro al proverbiale 2+2=4), potrebbe rivelarsi falsa e sembrarci vera solo per la perfida azione del demone ingannatore.
Insomma, di dubbio in dubbio, nulla si salva; però proprio il fatto stesso che io possa mettere in dubbio ogni mia conoscenza è ciò che dimostra che io esisto. «Cogito, ergo sum»: questo è indubitabile, ed è a partire da questa certezza che si può andare alla riconquista di tutte quelle conoscenze che il dubbio metodico ha spazzato via.
Nel momento in cui l'intera costruzione del sapere viene fondata sull'autoevidenza del cogito, cioè del soggetto umano in quanto pensante, è evidente che questo significa una svolta davvero epocale e tale da influenzare tutto il corso successivo della nostra filosofia. Al centro della riflessione cartesiana non c'è infatti più la natura dell'essere in quanto essere (come sempre era stato nella filosofia antica e medievale) ma il rapporto conoscitivo fra l'uomo e il mondo. Un cambiamento di prospettiva che segna la nascita della filosofia moderna, poiché riflette il definitivo passaggio da un pensiero che non aveva mai potuto prescindere dalle questioni teologiche (quindi dalle domande sulla natura di Dio) a una riflessione che trova il suo fulcro nelle questioni antropologiche, e quindi nelle domande sull'uomo, sulla sua natura e sui limiti del suo intelletto. Questo però non significa certo che l'idea di Dio scompaia dall'orizzonte della filosofia.
Fondare la costruzione del sapere sull'autoevidenza del cogito ha anche un'altra importante conseguenza: significa assegnare al pensiero una preminenza sul corpo, da cui deriva una scissione del mondo (è proprio questa scissione che definiamo dualismo) in due res (in latino "cose, sostanze"): la res cogitans ("sostanza pensante") e la res extensa ("sostanza estesa"), cioè una sostanza corporea caratterizzata dalle qualità primarie di cui parlava Galileo (estensione e movimento). L'uomo stesso sarebbe composto di una parte spirituale e una parte corporea, nettamente separate, che secondo Cartesio si incontrano nella ghiandola pineale (l'ipofisi, posta alla base del cervello).
L'io in quanto essere pensante esiste, dice Cartesio, e questa è un'evidenza indubitabile, una verità che non può essere messa in discussione. Ma come posso passare da tale verità dell'io alla verità del mondo? Cioè, in altri termini: come posso affermare in modo altrettanto certo e indubitabile che i contenuti del mio pensiero sono veri? e soprattutto che le idee che abitano nella mia mente corrispondono alla realtà del mondo che si estende fuori dalla mia mente? Per fare questo Cartesio ricorre all'idea di Dio.
Cartesio differenzia tre specie di idee:
Fra le idee innate, di fondamentale importanza è quella di Dio. Riprendendo l'argomento ontologico di Anselmo d'Aosta, Cartesio dice che in noi (esseri imperfetti) è innata l'idea di un Dio che possiede tutte le perfezioni (che è cioè una sostanza infinita e infinitamente buona, eterna, onnisciente, onnipotente e creatrice). Ma un essere perfettissimo non può mancare del fondamentale attributo dell'esistenza, e quindi il fatto stesso di aver concepito l'idea di Dio ci conduce ad affermare la sua esistenza come assolutamente certa e dimostrata. Ma se Dio esiste ed è infinitamente buono, non è concepibile che possa ingannarci, quindi possiamo fidarci di ciò che ci appare come evidente e al di là di ogni dubbio, nel momento in cui usiamo in modo corretto le facoltà intellettive di cui Dio stesso ci ha dotati.
Siamo partiti dall'evidenza dell'io che pensa ed è per questo sicuro di esistere. Ma io non potrò mai essere allo stesso modo sicuro dell'esistenza del mondo intorno a me, poiché anche la percezione più certa e realistica (almeno all'apparenza) potrebbe essere frutto di un inganno. Ma se tutte le mie sensazioni sul mondo fossero ingannevoli, e il mondo quindi in realtà non esistesse, dovrei pensare che Dio stesso mi sta ingannando. Però un Dio ingannatore non può essere, è contrario sia alla fede che alla logica, poiché un tale Dio cesserebbe di avere una natura divina. Quindi il mondo esiste e io sono in grado di conoscerlo. Può sembrare un triplo salto mortale, e in qualche modo lo è. Comunque, in termini filosofici ciò significa giustificare tramite il ricorso all'idea di Dio la pretesa della conoscenza umana di cogliere la vera natura (la struttura ontologica) della realtà.
Il dualismo cartesiano fra spirito e materia (fra la res cogitans e la res extensa) produce due ordini di conseguenze. Da una parte, porta all'interiorizzazione del soggetto, identificato con la coscienza che ciascuno di noi ha di se stesso in quanto essere pensante; dall'altra, conduce all'espulsione dal mondo della natura di ogni dimensione psicologica, animistica, spiritualistica. La fisica cartesiana abolisce quindi ogni riferimento all'esistenza di cause finali, motori immobili o intelligenze angeliche, e spiega tutti i mutamenti fisici come frutto di cause meccaniche. Il modello è quello di due palle da biliardo che si urtano, trasmettendosi, con la pura forza del loro urto, il movimento.
Per Cartesio l'universo fisico è dunque una grande macchina, un immenso meccanismo retto dai principi dell'estensione e del movimento, e da poche leggi fondamentali come la legge di inerzia (secondo cui ogni cosa permane nel suo stato se non interviene una causa esterna) e quella della conservazione del movimento (secondo la quale, nell'urto fra i corpi, la quantità di moto rimane costante). Quindi, una volta che Dio ha messo in moto il meccanismo del mondo, esso continuerà autonomamente a funzionare, senza bisogno dell'intervento di cause che non siano meccaniche.