Slide di Università su Edith Stein fenomenologa. Il Pdf, una presentazione di Filosofia, esplora la figura di Edith Stein, il suo legame con la fenomenologia di Husserl, il metodo fenomenologico e lo studio dell'empatia.
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Edmund Husserl (1859-1938) austriaco naturalizzato tedesco
La prima mossa della fenomenologia per cogliere le essenze è la messa tra parentesi (epoché) dell'esistenza reale del mondo quotidiano che ci circonda. In questo modo ci si focalizza sul "fenomeno", ovvero sulla manifestazione del mondo che colpisce la nostra coscienza e ne diventa oggetto. Ad esempio vedo di fronte a me un tavolo e, in opposizione al procedere della scienza, metto tra parentesi l'esistenza reale del tavolo e mi concentro sul fatto indubitabile che io stia percependo, ricordando etc un tavolo. La coscienza è infatti sempre una "coscienza di", cioè caratterizzata da intenzionalità, un "tendere verso", un moto orientato verso un «oggetto» interno alla coscienza (il percepito, il ricordato, etc), una "direzione intenzionale" specifica, perché nella nostra percezione il ricordo differisce per esempio dal desiderio. In questo modo, esaminando gli atti intenzionali e i loro oggetti specifici interni alla coscienza stessa, posso individuare le essenze, i dati "a priori", le strutture universali, attraverso un processo detto di riduzione eidetica (eidos=essenza)
Edith Stein (1891-1942) tedesca di origine ebraica, vittima della Shoah
Seguendo il seminario di Husserl del semestre estivo del 1913 Edith Stein rimane colpita dal problema della conoscenza oggettiva del mondo esterno. Husserl ritiene che l'oggettività colta dalla coscienza individuale nei suoi atti conoscitivi possa essere condivisa in maniera intersoggettiva, grazie a individui che comunicano fra loro in uno scambio reciproco di conoscenze. Ma come è possibile cogliere i contenuti conoscitivi della coscienza dell'altro? Husserl chiama empatia (Einfühlung) l'intuizione che ha come oggetto i contenuti della coscienza degli altri individui. Stein, nella sua tesi di laurea, decide perciò di studiare approfonditamente l'atto di empatia. (per approfondire http://www.prepos.it/l'empatia%20EdithStein.pdf)
Al tema dell'empatia Edith Stein ha legato la propria considerazione della condizione femminile: è proprio la maggiore possibilità e capacità di partecipazione empatica a costituire il tratto peculiare e filosoficamente più significativo che distingue le donne dagli uomini, e apre loro una sfera di possibilità cognitive che gli uomini invece spesso si precludono.
L'empatia è quell'atto conoscitivo attraverso il quale si coglie un vissuto estraneo in modo non originario (il contenuto non sgorga dall'lo che empatizza, ma si origina in un altro). Es. Un amico viene da me e mi dice di aver perduto un fratello, e io mi rendo conto del suo dolore. In questo caso l'empatia consiste nel cogliere il dolore dell'amico come il suo dolore, come qualcosa di non originario rispetto al mio vissuto.
"Nella mia esperienza vissuta non originaria, io mi sento accompagnato da un'esperienza vissuta originaria, la quale non è stata vissuta da me, eppure si annunzia in me, manifestandosi nella mia esperienza vissuta non originaria".
Secondo Stein, che usa il metodo fenomenologico ideato da Husserl per conoscere i vissuti della coscienza, vi sono tre gradi di attuazione dell'empatia. Va tenuto presente che l'empatia non consiste necessariamente nel raggiungimento del livello più alto ma, anzi, spesso si limita all'attuarsi del livello più basso. L'empatia, essendo una forma di conoscenza, non implica necessariamente l'insorgere originario nel soggetto di sentimenti corrispondenti a quelli empatizzati: non va cioè confusa col contagio emotivo.
2. l'esplicitazione riempiente del vissuto altrui: consiste nel dirigersi intenzionale dell'attenzione verso lo stato d'animo dell'altro. L'oggetto del vissuto non è più l'espressione emotiva, quanto piuttosto lo stato d'animo dell'altro (esempio il dolore), con il quale ci si immedesima.
la mia "esplicitazione riempiente", cioè il mio rivolgermi con attenzione verso lo stato d'animo dell'altro, che così riempie il mio animo: in questo momento non sono concentrato sull'espressione emotiva esteriore dell'altro (sul suo pianto, sulla sua voce bassa ... ) ma sul suo stato d'animo interiore, e cerco di immedesimarmi con esso. In questo momento è come se io mi avvicinassi il più possibile al vissuto dell'altro, come un "essere presso di lui";
3. l'oggettivizzazione comprensiva del vissuto esplicitato: pone attenzione allo stato d'animo dell'altro (esempio il dolore), colto, a questo livello, come oggetto, come vissuto altrui. Se il secondo grado era un «essere presso» il vissuto altrui, questo grado comporta una riguadagnata distanza, arricchita però dalla consapevolezza conseguita nel grado precedente.
L'empatia è un'esperienza empatica originaria in quanto avviene nel soggetto che la vive, ma il suo contenuto non è originario perché si origina nell'lo altrui. L'lo dunque non si unisce a un altro io, ma rimane sempre se stesso. Il co-sentire è un'esperienza non empatica in cui i vissuti sono entrambi originari. Si immagini, ad esempio, che qualcuno concordi con un amico di compiere un viaggio con lui, dopo che questi abbia superato un esame. Quando egli lo supera, entrambi gli amici gioiscono, e lo fanno per lo stesso motivo, ma non si tratta di empatia, piuttosto di un con-gioire (genericamente co-sentire), un vissuto egualmente originario in entrambi i soggetti. L'unipatia è invece la scoperta nell'altro dello stesso sentimento che l'io sperimenta in sè. La Stein fa l'esempio di alcuni concittadini che gioiscono alla notizia che una fortezza nemica è capitolata. Ciascuno di loro si accorge che anche gli altri provano la stessa gioia. Nell'unipatia si forma, tra l'lo e il Tu, un Noi. E proprio questa forma di unità superiore che manca al co-sentire e all'empatia.
"Nell'empatia colgo l'altro non solo come corpo, ma come corpo vivente, come essere vivente: oltre al corpo, colgo il soggetto che vi abita, colgo l'altro come persona spirituale e scopro che i suoi gesti, le sue parole sono motivati dalla sua struttura personale. E' lo spirito dell'altro che parla al mio spirito. Lo sforzo di penetrare nel suo mondo di valori mi porta ad approfondire la conoscenza del mio Io, a confrontare il mio mondo di valori con il suo, a volte fa risvegliare quanto in noi sta dormendo e scoprire quello che siamo e quello che non siamo".
"Quando prendiamo il nostro io come assoluto criterio, allora ci chiudiamo nella prigione della nostra particolarità: gli altri diventano degli enigmi per noi o, cosa ancora peggiore, li modelliamo secondo la nostra immagine e falsiamo la verità storica".