Slide su Analisi delle poesie di Gabriele D'Annunzio. Il Pdf è un'analisi dettagliata delle poesie "L'Ulivo" e "L'Olio" dalla raccolta "Alcyone", esplorando temi di natura e riferimenti classici, utile per studenti di scuola superiore in Letteratura.
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D'Annunzio: «Le Terme» (collegamento «Api/Miele») «L'Ulivo» e «L'Olio» (collegamento «Olio/Oliva») Pascoli: «La Canzone dell'ulivo» (collegamento «Olio/Oliva») di Pascoli.
Da tenere a mente che la raccolta «Alcyone» è quella in cui D'Annunzio mette la natura in corrispondenza con l'lo del soggetto. Il componimento presenta 16 strofe di lunghezza variabile (alcune composte da un verso alcune da 3 alcune da 4 versi) «Laudato sia l'ulivo del mattino!» D'Annunzio inizia la lode con un verso che ci riporta a San Francesco D'Assisi e al Cantico di Frate Sole, noto per la ripetizione dell'espressione «Laudato sia» seguito da un elemento naturale. Nella seconda strofa con l'espressione «bianca tunica» D'Annunzio paragona il tronco dell'albero a una veste bianca (pura), attribuisce già all'oggetto «albero» un attributo umano «la veste», personificandolo. Nelle strofe 3-4-5 D'Annunzio presenta le caratteristiche dell'Ulivo: «Esili foglie, magri rami, cavo tronco, distorte barbe, piccol frutto» Dalla 6 strofa in poi il soggetto smette di essere l'Ulivo e la lode si concentra sulla Natura a cui D'Annunzio si rivolge come «Sorella» (di nuovo, possiamo notare il richiamo al Cantico delle Creature). Le azioni della natura sono quelle descritte nella strofa 8: «Hai valicato le acque lustrali [ ... ] e degna al casto ulivo ora t'appressi.» Nella strofa 9 la natura è descritta come «Biancovestita» (pura) come la «Vittoria». Il termine Vittoria maiuscolo va a richiamare quell'ideale di forza (anche legata alla guerra e al combattimento) tipica del futurismo e più in generale di D'Annunzio stesso. Stessa cosa accade nella strofa 11: «Nude le braccia come la Vittoria». Importante notare nelle ultime due strofe 12-13 l'utilizzo dei seguenti aggettivi riferiti alla natura: «Dolce Luce, gioventù dell'aria. Giustizia incorruttibile, divina nudità, Animatrice (inteso come colei che dà anima)» e nell'ultimo verso della poesia l'aggettivo «onniveggente»
La lode all'Ulivo quasi subito diventa per D'Annunzio «Lode alla natura», una natura a cui il poeta attribuisce (nelle strofe 12-13) degli aggettivi che di solito vengono attribuiti alla divinità, quindi per lui è una natura creatrice, che dona anima agli oggetti che ci circondano. La natura diventa quindi una seconda divinità. Nell'ultima strofa, il poeta rivolgendosi alla natura dice «tocca la nostra anima come tocchi l'ulivo». L'ulivo in questo contesto è uno degli «oggetti» creati dalla natura, che possiede delle caratteristiche precise e ben lodate dall'autore. Il linguaggio è comprensibile ma con molti riferimenti alla poesia classica (1 riferimento alla cultura greca strofa 6 verso 1: «O sorella, comandano gli Elleni» (cioè i greci).
Da tenere a mente che la raccolta «Alcyone» è quella in cui D'Annunzio mette la natura in corrispondenza con l'lo del soggetto. Il componimento presenta una sola strofa con 12 versi. Il poeta in questo caso rivolge la sua lode interamente all'oggetto «Olio» con sempre presenti rimandi alla cultura classica, in questo caso romana. L'olio viene infatti descritto con 3 aggettivi: «chiaro», «fragrante» (profumato) e «Puro». Viene poi fatto riferimento ai primi usi dell'olio a Roma presso Orazio e Varrone quindi durante il periodo repubblicano e imperiale. Sembra che l'autore voglia avvicinarsi a quella cultura classica assaggiando lo stesso cibo. Ritroviamo uno stile chiaro con riferimenti alla cultura classica.
Da tenere a mente che la raccolta «Alcyone» è quella in cui D'Annunzio mette la natura in corrispondenza con l'lo del soggetto. Il componimento presenta 5 strofe da 8 versi e un verso finale a chiusura. Il poeta si immagina alle Terme nella stagione a metà tra estate e autunno: settembre (1 strofa) L'immergersi nelle acque termali lo riporta a discorrere (chiacchierare) con Orfeo ed Ermes (divinità greche) e ad essere circondato dagli affreschi che ritraggono scene marine o di natura (2 strofa + 3 strofa nuovo riferimento e descrizione di un possibile affresco). Nella 4 strofa immagina di trovare lì Afrodite anch'essa rappresentata tra gli affreschi che all'epoca dei romani decoravano le terme. Nell'ultima strofa il poeta descrive il movimento delle api che si aggirano tra le tombe dei sacerdoti Arvali («fratelli Arvali» verso 6) un ordine sacerdotale romano, risvegliandone il canto «Enos Lases luvate» (= «Lari Aiutateci» si tratta dell'inizio di un canto commemorativo). L'ape entra poi nella chioma di Iulia (in «Iulia» abbiamo trovato 3 significati possibili: 1. riferimento alla donna; 2. possibile riferimento a un altro affresco; 3. possibile richiamo alla gens Iulia da cui discende Giulio Cesare) chiudendosi in un riccio a forma di alveo.
La poesia è palese espressione dell'estetismo dannunziano: il poeta immergendosi nelle acque termali (o immaginando di farlo) si immagina immerso nella cultura classica sia greca (con le figure di Orfeo, Ermes, Afrodite e il riferimento al filosofo Anassimandro) che romana (con l'aggiunta degli Arvali e dell'uso del nome «Iulia» alla latina e non la sua traduzione «Giulia».) Il poeta immagina di essere in uno dei luoghi che a Roma simboleggiava non solo il benessere ma anche un rito e un luogo di discussione civile e politica. Sentendosi parte di quella cultura il poeta dichiara la sua appartenenza all'estetismo, il movimento per cui l'arte gratifica sé stessa e che ritrova nell'arte classica quell'ideale di bellezza e perfezione da perseguire.
Il componimento si articola in 6 strofe da 11 versi. Rispetto alla poesia di D'Annunzio sulla stessa tematica (la lode all'ulivo), quella di Pascoli si apre con un'atmosfera certamente più cupa, ritroviamo già nella prima strofa i termini «vecchio maniero» «ingombrano» «turbato» «a' piedi dell'odio». È in questo contesto tetro che nasce l'ulivo. (strofa 1) Albero che dona agli uomini cibo, che regala ombra e che venne regalato, secondo il vangelo, a Gesù di Nazaret nel suo ingresso a Gerusalemme a cavallo di un asino (strofa 2). Nonostante il terreno sterile e le difficoltà l'ulivo cresce (strofa 3) e questa condizione viene ripresa nella strofa 4: «Lì, soffre, ma cresce, né chiede più ciò che non volle. L'ulivo che soffre ma bea, che ciò ch'è più duro, ciò crea che scorre più molle.» L'ulivo cresce nelle condizioni più dure, non si lamenta e non chiede di più alla natura. Questo concetto ritorna nella strofa 6: «Non dare a noi nulla; ma resta! Ma cresci, sicuro e tardivo nel tempo che tace!» Pascoli invita l'albero a proseguire nella sua crescita nonostante lo scorrere del tempo.
La poesia di Pascoli riporta il lettore a una condizione di cupezza di cui l'ulivo (come fu la Ginestra per Leopardi) sembra essere l'unico bagliore. Qui la natura e i suoi oggetti non sono lodati per la loro magnificenza (come in D'Annunzio), bensì sembrano essere apprezzati per la loro «umanità» cioè nel loro essere simile all'uomo inteso come essere umano che continua a perseverare nonostante le difficoltà della vita.