La letteratura memorialista: Carlo Levi e Luisito Bianchi

Documento di Letteratura su La letteratura memorialista. Il Pdf analizza le opere di Carlo Levi e Luisito Bianchi, come "Cristo si è fermato a Eboli" e "La messa dell'uomo disarmato", evidenziando l'importanza della memoria e del ricordo nel contesto universitario.

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14 pagine

La letteratura memorialista
1. Carlo Levi
Carlo Levi nacque a Torino nel 1902 da famiglia ebraica. Laureato in medicina, fin dal
1923 si dedicò alla pittura frequentando lo studio di Felice Casorati e, in contrasto
all’accademismo del Novecento, elaborò nelle sue opere (ritratti, nature morte) un
forte linguaggio espressionista che rimase costante, seppure intrecciato alle più
esplicite istanze realistiche, nella sua successiva produzione. Aderì al gruppo torinese
di “Giustizia e libertà”, mostrando un convinto antifascismo militante che gli costò il
confino in Lucania. Cristo si è fermato a Eboli (1945), opera nata appunto dai ricordi
di questa esperienza, è il ritratto morale, sociale, ma soprattutto poetico di una
popolazione e di un paese, il racconto vero e al tempo stesso favoloso di un viaggio
alle origini della civiltà, compiuto e celebrato accanto a quella povera gente. Questa
capacità artistica di armonizzare figure e paesaggio in un’atmosfera da mito si ritrova
anche nei libri successivi Le parole sono pietre (1955), Il futuro ha un cuore antico
(1956), La doppia notte dei tigli (1959), Tutto il miele è finito (1964), dedicato alla
Sardegna. Autore prolifico, ha realizzato molteplici reportage sull’Italia del dopoguerra
e degli anni del boom economico, raccolti in otto volumi dall’editore Donzelli con il
titolo di Opere in prosa. È stato eletto senatore tra gli indipendenti del Partito
Comunista Italiano. Morì a Roma nel 1975. La salma dello scrittore torinese riposa nel
cimitero di Aliano dove volle essere sepolto per mantenere la promessa di tornare,
rivolta ai suoi abitanti. Figura eclettica e di indiscutibile valore, Carlo Levi si è
particolarmente distinto nella proposta di una letteratura schierata dalla parte degli
ultimi, abbinando a questa aspetti etico-politici e aprendo di fatto la strada al
momento più significativo della cultura letteraria meridionalistica.
Cristo si è fermato a Eboli
È tra i capolavori del nostro Novecento, oltre che uno dei più rappresentativi e ispirati
momenti del Neorealismo. Come anticipato, narra dell’esperienza dell’autore nel
periodo che trascorse, come confinato in Lucania, tra il 1935 e il 1936. Il titolo si
riferisce a un detto diffuso presso i contadini di questa regione secondo cui il
Cristianesimo, sinonimo di civiltà e umanità e la civiltà stessa si sarebbero fermati a
Eboli, prima dell’ingresso nella regione. Il protagonista, giunto nel paesino di Aliano
(nel libro Gagliano), deve confrontarsi con l’abissale distanza della campagna lucana
dal mondo moderno e dallo sviluppo culturale e tecnologico della società: ha luogo
così l’incontro tra un giovane intellettuale e una real contadina e rurale legata
ancora a tradizioni pagane e succube di una borghesia parassitaria che vive sulle
spalle di gran parte della popolazione locale, priva di qualsiasi strumento di ribellione
e riscatto. Levi è disgustato dai pochi rappresentanti della classe borghese, che
definisce i primi responsabili del degrado del paese. Questi, spesso collusi col potere
fascista, sono descritti in modo estremo con forti e fantasiose aggettivazioni che
evidenziano la riprovazione dell’autore, sempre al fianco dei poveri contadini, il cui
mondo attrae fortemente lo scrittore. In sapiente armonia e perfetto equilibrio tra
approfondimento razionale e lettura sentimentale, la narrazione di Levi è frutto
contemporaneo di cronaca e storia: questa è una delle forze dell’opera: personaggi,
eventi, situazioni, descrizioni ambientali e storiche, i rapporti con la natura sono
presentati ai lettori con il potere della denuncia all’interno di una contestualizzazione
specifica del passo romanzato, del ritmo proprio di una narrazione strutturata e di uno
stile che ne è esteticamente garante.
Sono passati molti anni, pieni di guerra, e di quello che si usa chiamare la Storia.
Spinto qua e alla ventura, non ho potuto finora mantenere la promessa fatta,
lasciandoli, ai miei contadini, di tornare fra loro, e non so davvero se e quando potrò
mai mantenerla. Ma, chiuso in una stanza, e in un mondo chiuso, mi è grato riandare
con la memoria a quell‘altro mondo, serrato nel dolore e negli usi, negato alla Storia e
allo Stato, eternamente paziente; a quella mia terra senza conforto e dolcezza, dove il
contadino vive, nella miseria e nella lontananza, la sua immobile civiltà, su un suolo
arido, nella presenza della morte. - Noi non siamo cristiani, - essi dicono, - Cristo
si è fermato a Eboli -. Cristiano vuol dire, nel loro linguaggio, uomo: e la frase
proverbiale che ho sentito tante volte ripetere, nelle loro bocche non è forse
nulla più che l’espressione di uno sconsolato complesso di inferiorità. Noi non
siamo cristiani, non siamo uomini, non siamo considerati come uomini, ma bestie,
bestie da soma, e ancora meno che le bestie, i fruschi, i frusculicchi, che vivono la loro
libera vita diabolica o angelica, perché noi dobbiamo invece subire il mondo dei
cristiani, che sono di là dall‘orizzonte, e sopportarne il peso e il confronto. Ma la frase
ha un senso molto più profondo, che, come sempre, nei modi simbolici, è
quello letterale. Cristo si è davvero fermato a Eboli, dove la strada e il treno
abbandonano la costa di Salerno e il mare, e si addentrano nelle desolate
terre di Lucania. Cristo non è mai arrivato qui, vi è arrivato il tempo, né
l’anima individuale, la speranza, né il legame tra le cause e gli effetti, la
ragione e la Storia. Cristo non è arrivato, come non erano arrivati i romani, che
presidiavano le grandi strade e non entravano fra i monti e nelle foreste, i greci,
che fiorivano sul mare di Metaponto e di Sibari: nessuno degli arditi uomini di
occidente ha portato quaggiù il suo senso del tempo che si muove, né la sua teocrazia
statale, né la sua perenne attività che cresce su se stessa. Nessuno ha toccato questa
terra se non come un conquistatore o un nemico o un visitatore incomprensivo. Le
stagioni scorrono sulla fatica contadina, oggi come tremila anni prima di Cristo:
nessun messaggio umano o divino si è rivolto a questa povertà refrattaria. Parliamo
un diverso linguaggio: la nostra lingua è qui incomprensibile. I grandi viaggiatori non
sono andati di dai confini del proprio mondo; e hanno percorso i sentieri della
propria anima e quelli del bene e del male, della moralità e della redenzione. Cristo è
sceso nell‘inferno sotterraneo del moralismo ebraico per romperne le porte nel tempo
e sigillarle nell‘eternità. Ma in questa terra oscura, senza peccato e senza redenzione,
dove il male non è morale, ma è un dolore terrestre, che sta per sempre nelle cose,
Cristo non è disceso. Cristo si è fermato a Eboli. (da Cristo si è fermato a Eboli, pp. 3-
4)
Come evidenziato l’autore riprende e sviluppa il convincimento per cui quelle terre di
Lucania non hanno ancora conosciuto la civiltà, fermatasi alle porte della regione: una
civiltà che si identifica con il Cristianesimo che ovunque ha lasciato la sua traccia

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Anteprima

Carlo Levi: Vita e Opere

  1. Carlo Levi

Carlo Levi nacque a Torino nel 1902 da famiglia ebraica. Laureato in medicina, fin dal 1923 si dedicò alla pittura frequentando lo studio di Felice Casorati e, in contrasto all'accademismo del Novecento, elaborò nelle sue opere (ritratti, nature morte) un forte linguaggio espressionista che rimase costante, seppure intrecciato alle più esplicite istanze realistiche, nella sua successiva produzione. Aderì al gruppo torinese di "Giustizia e libertà", mostrando un convinto antifascismo militante che gli costò il confino in Lucania. Cristo si è fermato a Eboli (1945), opera nata appunto dai ricordi di questa esperienza, è il ritratto morale, sociale, ma soprattutto poetico di una popolazione e di un paese, il racconto vero e al tempo stesso favoloso di un viaggio alle origini della civiltà, compiuto e celebrato accanto a quella povera gente. Questa capacità artistica di armonizzare figure e paesaggio in un'atmosfera da mito si ritrova anche nei libri successivi Le parole sono pietre (1955), Il futuro ha un cuore antico (1956), La doppia notte dei tigli (1959), Tutto il miele è finito (1964), dedicato alla Sardegna. Autore prolifico, ha realizzato molteplici reportage sull'Italia del dopoguerra e degli anni del boom economico, raccolti in otto volumi dall'editore Donzelli con il titolo di Opere in prosa. È stato eletto senatore tra gli indipendenti del Partito Comunista Italiano. Morì a Roma nel 1975. La salma dello scrittore torinese riposa nel cimitero di Aliano dove volle essere sepolto per mantenere la promessa di tornare, rivolta ai suoi abitanti. Figura eclettica e di indiscutibile valore, Carlo Levi si è particolarmente distinto nella proposta di una letteratura schierata dalla parte degli ultimi, abbinando a questa aspetti etico-politici e aprendo di fatto la strada al momento più significativo della cultura letteraria meridionalistica.

Cristo si è fermato a Eboli: Analisi dell'Opera

Cristo si è fermato a Eboli È tra i capolavori del nostro Novecento, oltre che uno dei più rappresentativi e ispirati momenti del Neorealismo. Come anticipato, narra dell'esperienza dell'autore nel periodo che trascorse, come confinato in Lucania, tra il 1935 e il 1936. Il titolo si riferisce a un detto diffuso presso i contadini di questa regione secondo cui il Cristianesimo, sinonimo di civiltà e umanità e la civiltà stessa si sarebbero fermati a Eboli, prima dell'ingresso nella regione. Il protagonista, giunto nel paesino di Aliano (nel libro Gagliano), deve confrontarsi con l'abissale distanza della campagna lucana dal mondo moderno e dallo sviluppo culturale e tecnologico della società: ha luogo così l'incontro tra un giovane intellettuale e una realtà contadina e rurale legata ancora a tradizioni pagane e succube di una borghesia parassitaria che vive sulle spalle di gran parte della popolazione locale, priva di qualsiasi strumento di ribellione e riscatto. Levi è disgustato dai pochi rappresentanti della classe borghese, che definisce i primi responsabili del degrado del paese. Questi, spesso collusi col potere fascista, sono descritti in modo estremo con forti e fantasiose aggettivazioni che evidenziano la riprovazione dell'autore, sempre al fianco dei poveri contadini, il cui mondo attrae fortemente lo scrittore. In sapiente armonia e perfetto equilibrio tra approfondimento razionale e lettura sentimentale, la narrazione di Levi è fruttocontemporaneo di cronaca e storia: questa è una delle forze dell'opera: personaggi, eventi, situazioni, descrizioni ambientali e storiche, i rapporti con la natura sono presentati ai lettori con il potere della denuncia all'interno di una contestualizzazione specifica del passo romanzato, del ritmo proprio di una narrazione strutturata e di uno stile che ne è esteticamente garante.

Il significato di "Cristo si è fermato a Eboli"

Sono passati molti anni, pieni di guerra, e di quello che si usa chiamare la Storia. Spinto qua e là alla ventura, non ho potuto finora mantenere la promessa fatta, lasciandoli, ai miei contadini, di tornare fra loro, e non so davvero se e quando potrò mai mantenerla. Ma, chiuso in una stanza, e in un mondo chiuso, mi è grato riandare con la memoria a quell'altro mondo, serrato nel dolore e negli usi, negato alla Storia e allo Stato, eternamente paziente; a quella mia terra senza conforto e dolcezza, dove il contadino vive, nella miseria e nella lontananza, la sua immobile civiltà, su un suolo arido, nella presenza della morte. - Noi non siamo cristiani, - essi dicono, - Cristo si è fermato a Eboli -. Cristiano vuol dire, nel loro linguaggio, uomo: e la frase proverbiale che ho sentito tante volte ripetere, nelle loro bocche non è forse nulla più che l'espressione di uno sconsolato complesso di inferiorità. Noi non siamo cristiani, non siamo uomini, non siamo considerati come uomini, ma bestie, bestie da soma, e ancora meno che le bestie, i fruschi, i frusculicchi, che vivono la loro libera vita diabolica o angelica, perché noi dobbiamo invece subire il mondo dei cristiani, che sono di là dall'orizzonte, e sopportarne il peso e il confronto. Ma la frase ha un senso molto più profondo, che, come sempre, nei modi simbolici, è quello letterale. Cristo si è davvero fermato a Eboli, dove la strada e il treno abbandonano la costa di Salerno e il mare, e si addentrano nelle desolate terre di Lucania. Cristo non è mai arrivato qui, né vi è arrivato il tempo, né l'anima individuale, né la speranza, né il legame tra le cause e gli effetti, la ragione e la Storia. Cristo non è arrivato, come non erano arrivati i romani, che presidiavano le grandi strade e non entravano fra i monti e nelle foreste, né i greci, che fiorivano sul mare di Metaponto e di Sibari: nessuno degli arditi uomini di occidente ha portato quaggiù il suo senso del tempo che si muove, né la sua teocrazia statale, né la sua perenne attività che cresce su se stessa. Nessuno ha toccato questa terra se non come un conquistatore o un nemico o un visitatore incomprensivo. Le stagioni scorrono sulla fatica contadina, oggi come tremila anni prima di Cristo: nessun messaggio umano o divino si è rivolto a questa povertà refrattaria. Parliamo un diverso linguaggio: la nostra lingua è qui incomprensibile. I grandi viaggiatori non sono andati di là dai confini del proprio mondo; e hanno percorso i sentieri della propria anima e quelli del bene e del male, della moralità e della redenzione. Cristo è sceso nell'inferno sotterraneo del moralismo ebraico per romperne le porte nel tempo e sigillarle nell'eternità. Ma in questa terra oscura, senza peccato e senza redenzione, dove il male non è morale, ma è un dolore terrestre, che sta per sempre nelle cose, Cristo non è disceso. Cristo si è fermato a Eboli. (da Cristo si è fermato a Eboli, pp. 3- 4)

La civiltà in Lucania

Come evidenziato l'autore riprende e sviluppa il convincimento per cui quelle terre di Lucania non hanno ancora conosciuto la civiltà, fermatasi alle porte della regione: una civiltà che si identifica con il Cristianesimo che ovunque ha lasciato la sua tracciacostruttrice. Ma laggiù nulla è arrivato, né il tempo, né la speranza, come si comprende dal brano che segue:

Le condizioni dei piccoli proprietari di Gagliano non sono migliori, anzi sono forse ancora peggiori di quelle dei contadini senza terra di qui. Che cosa fare dunque nelle presenti condizioni? - Niente, - diceva Orlando con la sua profonda tristezza meridionale, ripetendo la stessa sconsolata parola del migliore e più umano pensatore di questa terra, Giustino Fortunato, che amava chiamarsi il "politico del niente". Io pensavo a quante volte, ogni giorno usavo sentire questa continua parola, in tutti i discorsi dei contadini. - Ninte, - come dicono a Gagliano. - Che cosa hai mangiato? - Niente. - Che cosa speri? - Niente. - Che cosa si può fare? - Niente -. La stessa, e gli occhi si alzano, nel gesto della negazione, verso il cielo. L'altra parola, che ritorna sempre nei discorsi è crai, il cras latino, domani. Tutto quello che si aspetta, che deve arrivare, che deve essere fatto o mutato, è crai. Ma crai significa mai. (da Cristo si è fermato a Eboli, p.163)

La vita dei contadini lucani

E così i contadini sono costretti a una vita che è solo sopravvivenza, storditi da una miseria senza riscatto: la loro giornata è solo fatica, la loro terra quasi incoltivabile le loro case spoglie e inabitabili:

Le case dei contadini sono tutte uguali, fatte di una sola stanza che serve da cucina, da camera da letto e quasi sempre anche da stalla per le bestie piccole, quando non c'è per quest'uso, vicino alla casa, un casotto che si chiama in dialetto, con parola greca, il catoico. Da una parte c'è il camino, su cui si fa da mangiare con pochi stecchi portati ogni giorno dai campi: i muri e il soffitto sono scuri pel fumo. La luce viene dalla porta. La stanza è quasi interamente riempita dall'enorme letto, assai più grande di un comune letto matrimoniale: nel letto deve dormire tutta la famiglia, il padre, la madre, e tutti i figlioli. I bimbi più piccini, finché prendono il latte, cioè fino ai tre o quattro anni, sono invece tenuti in piccole culle o cestelli di vimini, appesi al soffitto con delle corde, e penzolanti poco più in alto del letto: la madre per allattarli non deve scendere, ma sporge il braccio e se li porta la seno; poi li rimette nella culla, che con un solo colpo della mano fa dondolare a lungo come un pendolo, finché essi abbiano cessato di piangere. Sotto il letto stanno gli animali: lo spazio è così diviso in tre strati: per terra le bestie, sul letto gli uomini, e nell'aria i lattanti. Io mi curvavo sul letto, quando dovevo ascoltare un malato, o fae un'iniezione a una donna che batteva i denti per la febbre e fumava per la malaria; col capo toccavo le culle appese, e tra le gambe mi passavano improvvisi i maiali o le galline spaventate. (da Cristo si è fermato a Eboli, pp. 106/107)

Simbolismo della casa contadina

Straordinaria questa descrizione in tutta la sua valenza simbolica: la casa riproduce esattamente una perfetta scala creaturale in cui gli animali sono al gradino più basso, gli adulti a metà e i bambini, per la loro assoluta innocenza, sono più in alto, più vicini al Cielo e a Dio, quel Dio fino a quel momento apparentemente invano invocato.

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