Il disegno dei bambini: sviluppo e test proiettivi grafici, Università di Perugia

Documento dall'Università degli Studi di Perugia su Il disegno dei bambini - Riassunto del libro. Il Pdf esamina le teorie e le fasi dello sviluppo del disegno infantile, dai 18 mesi ai 3 anni, e l'applicazione di test proiettivi grafici come il DDP, l'albero e l'HTP in Psicologia.

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Il disegno dei bambini - Riassunto del libro
Psicologia dello sviluppo (Università degli Studi di Perugia)
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Il disegno dei bambini - Riassunto del libro
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IL DISEGNO DEI BAMBINI
Premessa
Il grafismo ha un'importanza particolare durante l'età evolutiva: è il disegno come rappresentazione
della realtà, ed è su questa forma che concentreremo la nostra attenzione in questo libro.
Luquet, uno dei primi studiosi del disegno, lo ha definito come un insieme di segni eseguiti con
l'intento di rappresentare un oggetto reale, prescindendo dall'ottenimento di un rassomiglianza tra il
prodotto e l'originale. Secondo Golomb, il disegno è un'attività mentale potenzialmente cosciente
nella quale l'autore intende costruire un'immagine in qualche maniera corrispondente a un aspetto
del suo mondo esterno o interno.
Dopo una fioritura di ricerche che hanno portato alla formazione di teorie sullo sviluppo pittorico e
alla creazione di strumenti psicologici, il disegno infantile è stato per un certo periodo di tempo
trascurato e solo di recente “riscoperto” dagli studiosi.
1.Lo sviluppo del disegno
1.1 L'approccio stadiale al disegno
Sul finire dell'Ottocento, i primi studiosi del disegno hanno proceduto cercando di documentare la
ricchezza e la varietà tematica e formale del disegno infantile. In un secondo momento si è avvertita
la necessità di mettere in ordine, individuando delle fasi di sviluppo. Il più noto è sicuramente
Luquet, che nel suo lavoro individua, tra la prima infanzia e la fanciullezza, quattro fasi di sviluppo
pittorico.
Lowenfeld si è posto invece in una prospettiva di più ampio respiro, seguendo il cammino pittorico
dagli esordi fino alla soglia dell'età adulta.
Kellogg ha centrato la sua attenzione sulle prime fasi dell'attività pittorica, analizzando l'evoluzione
del grafismo dai primi segni che il bambino traccia scarabocchiando, fino alla realizzazione di
figure dotate di significato.
Case si è invece focalizzato sullo sviluppo che avviene tra i 4 e i 10 anni.
Guidati da questi autori, proviamo a percorrere le varie tappe dello sviluppo pittorico infantile,
osservando i fenomeni che caratterizzano le varie età e cercando di esporre in modo organico i
risultati degli studi condotti. Analizzeremo quattro periodi evolutivi piuttosto ampi (18 mesi-3 anni;
3-6 anni; 6-11 anni; e dagli 11 anni in poi), corrispondenti al termine della prima infanzia, alla
prima e media fanciullezza e al periodo che va dalla preadolescenza in poi. Utile solo a tratteggiare
un abbozzo dello sviluppo del disegno.
1.1.1 Il disegno dai 18 mesi ai 3 anni
Nel corso della prima infanzia, molti bambini fanno una scoperta estremamente interessante; alcuni
oggetti, utilizzati fino a quel momento per succhiare, mordicchiare, buttare per terra, se vengono
impugnati e strofinati contro una superficie lasciano delle tracce dietro di sé. Questa scoperta, viene
“registrata” dal bambino che cercherà attivamente di riprodurla con una serie di esperimenti dagli
esiti più o meno felici per i suoi genitori.
L'attività pittorica dà modo al bambino di vivere un'esperienza cinestetica attiva. Inizialmente (nella
fase che Lowenfeld e Brittain definiscono dello scarabocchio disordinato) i movimenti con del
bambino sono ampi e vigorosi, poco orientati e generano linee casuali lungo direzioni diverse.
Trascorsi circa sei mesi dai primi scarabocchi, grazie a un migliore coordinamento visuomotorio,
esercita un maggiore controllo sui suoi movimenti con la penna, seguendo una direzione, senza
staccare la punta dal foglio e ripetendo dei segni (fase dello scarabocchio controllato).
Kellogg, indagando la natura degli scarabocchi, ha scoperto come quelle che sembrano linee
casuali, prodotte durante il secondo anni di vita, siano invece riconducibili a 20 tipi-base (linee,
spirali, punti ecc.). Si tratta di un vero e proprio alfabeto grafico-pittorico: secondo l'autrice, questi
segni, dopo essere stati provati a lungo, divengono la base per la rappresentazione di figure più
complesse. È una fase che l'autrice definisce stadio dei modelli: il bambino individua e produce i
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Anteprima

Premessa sul Disegno Infantile

Il grafismo ha un'importanza particolare durante l'età evolutiva: è il disegno come rappresentazione della realtà, ed è su questa forma che concentreremo la nostra attenzione in questo libro. Luquet, uno dei primi studiosi del disegno, lo ha definito come un insieme di segni eseguiti con l'intento di rappresentare un oggetto reale, prescindendo dall'ottenimento di un rassomiglianza tra il prodotto e l'originale. Secondo Golomb, il disegno è un'attività mentale potenzialmente cosciente nella quale l'autore intende costruire un'immagine in qualche maniera corrispondente a un aspetto del suo mondo esterno o interno. Dopo una fioritura di ricerche che hanno portato alla formazione di teorie sullo sviluppo pittorico e alla creazione di strumenti psicologici, il disegno infantile è stato per un certo periodo di tempo trascurato e solo di recente "riscoperto" dagli studiosi.

Lo Sviluppo del Disegno

L'Approccio Stadiale al Disegno

Sul finire dell'Ottocento, i primi studiosi del disegno hanno proceduto cercando di documentare la ricchezza e la varietà tematica e formale del disegno infantile. In un secondo momento si è avvertita la necessità di mettere in ordine, individuando delle fasi di sviluppo. Il più noto è sicuramente Luquet, che nel suo lavoro individua, tra la prima infanzia e la fanciullezza, quattro fasi di sviluppo pittorico. Lowenfeld si è posto invece in una prospettiva di più ampio respiro, seguendo il cammino pittorico dagli esordi fino alla soglia dell'età adulta. Kellogg ha centrato la sua attenzione sulle prime fasi dell'attività pittorica, analizzando l'evoluzione del grafismo dai primi segni che il bambino traccia scarabocchiando, fino alla realizzazione di figure dotate di significato. Case si è invece focalizzato sullo sviluppo che avviene tra i 4 e i 10 anni. Guidati da questi autori, proviamo a percorrere le varie tappe dello sviluppo pittorico infantile, osservando i fenomeni che caratterizzano le varie età e cercando di esporre in modo organico i risultati degli studi condotti. Analizzeremo quattro periodi evolutivi piuttosto ampi (18 mesi-3 anni; 3-6 anni; 6-11 anni; e dagli 11 anni in poi), corrispondenti al termine della prima infanzia, alla prima e media fanciullezza e al periodo che va dalla preadolescenza in poi. Utile solo a tratteggiare un abbozzo dello sviluppo del disegno.

Il Disegno dai 18 Mesi ai 3 Anni

Nel corso della prima infanzia, molti bambini fanno una scoperta estremamente interessante; alcuni oggetti, utilizzati fino a quel momento per succhiare, mordicchiare, buttare per terra, se vengono impugnati e strofinati contro una superficie lasciano delle tracce dietro di sé. Questa scoperta, viene "registrata" dal bambino che cercherà attivamente di riprodurla con una serie di esperimenti dagli esiti più o meno felici per i suoi genitori. L'attività pittorica dà modo al bambino di vivere un'esperienza cinestetica attiva. Inizialmente (nella fase che Lowenfeld e Brittain definiscono dello scarabocchio disordinato) i movimenti con del bambino sono ampi e vigorosi, poco orientati e generano linee casuali lungo direzioni diverse. Trascorsi circa sei mesi dai primi scarabocchi, grazie a un migliore coordinamento visuomotorio, esercita un maggiore controllo sui suoi movimenti con la penna, seguendo una direzione, senza staccare la punta dal foglio e ripetendo dei segni (fase dello scarabocchio controllato). Kellogg, indagando la natura degli scarabocchi, ha scoperto come quelle che sembrano linee casuali, prodotte durante il secondo anni di vita, siano invece riconducibili a 20 tipi-base (linee, spirali, punti ecc.). Si tratta di un vero e proprio alfabeto grafico-pittorico: secondo l'autrice, questi segni, dopo essere stati provati a lungo, divengono la base per la rappresentazione di figure più complesse. È una fase che l'autrice definisce stadio dei modelli: il bambino individua e produce i segni basilari per disegnare, quegli scarabocchi elementari che inizialmente vengono tracciati senza il controllo visivo, e che gradatamente iniziano a seguire dei modelli di organizzazione (disposizione sul foglio lungo l'asse verticale, orizzontale ecc.). Intorno ai 2 anni gli scarabocchi assomigliano sempre più a forme geometriche, fino a diventare, verso i 3 anni, dei diagrammi, ossia forme costituite da due o più linee che si intersecano (come una croce), o da una linea chiusa (come un cerchio): siamo nello stadio delle forme. Secondo Kellogg, alcune di queste forme hanno particolare importanza, in quanto "preparano" il passaggio del bambino alla rappresentazione pittorica: si tratta dei radiali (croci sovrapposte o linee che partono dallo stesso punto centrale), dei mandala (cerchi o quadrati concentrici, o che contengono uno o due croci) e dei soli (cerchi o quadrati con linee disposte lungo il contorno).

Il Disegno dai 3 ai 6 Anni

A quest'epoca, il piccolo non riconosce nel proprio disegno la rappresentazione di un oggetto reale, né tanto meno è capace di riprodurre intenzionalmente una forma preesistente. Solo intorno ai 3 anni egli si accorgerà che tra i segni tracciati e l'immagine di un oggetto esiste un nesso. Per Luquet tale scoperta è l'atto di nascita dell'intento rappresentativo: il bambino traccia dei segni, al termine del disegno, li "interpreta" in base alla loro somiglianza con elementi della realtà, e assegna loro un nome (fase del realismo fortuito). Kellogg parla invece di stadio del disegno, focalizzandosi sulla grammatica del disegnare più che sul rapporto segni-realtà. Ella solleva quindi come, unendo due diagrammi, il bambino possa creare delle combinazioni e con tre o più diagrammi degli aggregati. Questi ultimi, pur somigliando a elementi della realtà, non la rappresentano. Progressivamente si assiste a un cambiamento sostanziale: l'attenzione del bambino si sposta dall'esecuzione del movimento a un intenzionale scopo rappresentativo. Ovvero a stabilire un rapporto il più possibile stretto tra i segni che traccia sul foglio e quello che egli vuole raffigurare. Questo rapporto è estremamente significativo agli occhi del bambino, mentre al contrario egli dedica scarsa attenzione alla resa pittorica, ossia a verificare la somiglianza tra ciò che intendeva rappresentare e i segni prodotti. Inoltre accade spesso che le limitazioni cognitive del bambino gli impediscano di realizzare in modo soddisfacente i proprio intenti figurativi. Si determina dunque un conflitto tra l'intenzione che ha ispirato il disegno e la sua interpretazione. Questo, per Luquet è lo stadio che chiama realismo mancato. Questo stadio inizia intorno ai 2 anni e mezzo e prosegue fino ai 5 anni, coincidendo in parte con lo stadio preschematico di Lowenfeld e Brittain e con lo stadio pittorico di Kellogg. In questo periodo appare la rappresentazione della figura umana, che assume le sembianze di un "omino testone". Notiamo che le figure sono sempre più dettagliate e il bambino inizia a rappresentare scene che descrivono un ambiente o in cui compaiono diversi protagonisti. Case, fa notare che, pur con le loro limitazioni, i disegni dei bambini di 4 anni rispecchiano due tipi di abilità (che definiscono la prima fase dello sviluppo pittorico, il livello preassiale): cogliere e rappresentare la forma degli oggetti familiari e delle parti che li compongono (schema della forma dell'oggetto), e collocarli nel foglio tenendo conto delle relazioni spaziali non metriche come vicino-lontano, dentro-fuori (schema della collocazione dell'oggetto).i bambini però non sono ancora capaci di integrare questi due schemi e di utilizzarli contemporaneamente; inoltre, essi non tengono conto di distanze e proporzioni.

Il Disegno dai 6 agli 11 Anni

Nella media fanciullezza l'affinarsi delle abilità oculomotorie e il grande progresso cognitivo rendono il bambino un disegnatore sempre più competente. Egli controlla meglio il tratto, rappresenta in modo più accurato le relazioni tra le parti disegnate, introduce più particolari nei suoi disegni. Nonostante questo, nei primi anni di scuola i bambini possono compiere dei curiosi "errori" pittorici, quali trasparenze, disegni a raggi X, ribaltamenti. Secondo Luquet, tali fenomeni si verificano perchè in questa fase (detta del realismo intellettuale) il bambino non disegna per riprodurre le cose come appaiono visivamente, bensì seguendo un modello concettuale delle cose come sono in sé e per sé. Dunque, per Luquet, il bambino avrebbe un "modello interno" che lo guida nel riprodurre le caratteristiche distintive degli oggetti. Il modo in cui i bambini di 7-8 anni disegnano può essere definito, seguendo Lowenfeld e Brittain, come disegno schematico. Per questi autori lo schema è << il concetto a cui è pervenuto il fanciullo e che egli continua a ripetere fino a che non intervenga un'esperienza intenzionale a farglielo cambiare>>. Questi autori sottolineano il fatto che lo schema di ciascun bambino ha caratteristiche personali, diverse dallo schema di altri. In questi schemi si riscontra una proprietà generale, la canonicità, che si può riassumere nell'idea di "riuscire con poco", ossia disegnare efficacemente con mezzi pittorici elementari. Il ricorso preferenziale di schemi ben padroneggiati è stato studiato da Van Sommers, che ha utilizzato il termine conservatismo per riferirsi a questo fenomeno. È importante tuttavia differenziare le "esercitazioni", caratteristiche del disegno schematico e canonico, dalla ripetizione stereotipata di un disegno: mentre le prime sono flessibili e modificabili sulla base di esigenze comunicative, la seconda è rigida e invariabile e può segnalare una difficoltà cognitiva o emotiva del bambino. Il nostro disegnatore tiene conto della disposizione spaziale degli oggetti, delle distanze che intercorrono tra loro, delle dimensioni e della struttura dei loro componenti e sa rappresentarli efficacemente. Queste capacità definiscono, secondo Case, un nuovo livello evolutivo (il livello 2: uniassiale) che inizia intorno ai 6 anni, quando il bambino, coordinando in un'unità sovraordinata (linea di riferimento) le abilità acquisite al livello preassiale. Sia Lowenfeld e Brittain sia Case indicano poi gli 8-9 anni come il momento di un'ulteriore conquista (per Case, il livello 3: biassiale): la capacità di collegare due assi di riferimento spaziali giustapponendoli. Il bambino è ora in grado di dividere la scena pittorica in due livelli. Nei disegno compare la terza dimensione, la profondità, e la conseguente organizzazione del piano, ovvero lo spazio esistente tra la linea di terra e il cielo. La tecnica adoperata può essere quella dell'occlusione. Per Luquet la rappresentazione accurata dello spazio conseguita i questa fase è un aspetto dello stadio del realismo visivo. Case invece, pur concordando con Luquet sul fatto che lo sviluppo pittorico raggiunge il suo culmine con il termine della fanciullezza, ritiene che alla scoperta della profondità (livello biassiale) faccia seguito intorno ai 10 anni una fase distinta (livello 4: biassiale integrato), in cui i ragazzi sono in grado di riprodurre una visione pittorica realistica. Questa capacità di riferimento congiunta consente loro, di comprendere lo schema ortogonale delle cartine geografiche. Per Lowenfeld e Brittain siamo invece in una fase che prelude ad altre, tant'è che viene definita fase del realismo nascente.

Il Disegno dagli 11 Anni in Poi

Secondo Lowenfeld e Brittain durante la preadolescenza (ovvero nel periodo dello pseudonaturalismo) si assiste alla diversificazione dell'atteggiamento artistico. I ragazzi con mentalità visiva sono molto interessati al prodotto pittorico. Essi si sentono spettatori della scena che stanno disegnando e si concentrano sulla sua rappresentazione d'insieme e sugli accorgimenti tecnici utilizzabili per produrre un disegno il più possibile realistico. Al contrario, che possiede una mentalità non visiva percepisce il disegno il funzione delle proprie esperienze soggettive che esso gli consente di vivere ed esprimere. In tal caso la produzione pittorica sembra caratterizzata da una regressione del livello tecnico raggiunto in precedenza. In realtà si tratta di una scelta intenzionale: poiché l'attenzione è concentrata sul processo pittorico, sull'espressione dei sentimenti e delle emozioni. Le due modalità esperienziali descritte (visiva e non) non sono mutuamente esclusive e possono coesistere nello stesso individuo. Lo sviluppo pittorico termina con l'adolescenza e con il periodo della decisione. Permane la distinzione tra soggetti "visivi", che fondano l'esperienza sul senso della vista, e soggetti "non visivi" o "apatici" che utilizzano principalmente le reazioni soggettive, il tatto e la cinestesia. La consapevolezza della limitatezza dei propri mezzi e dell'incapacità di rendere efficacemente una rappresentazione bidimensionale della realtà lo porta spesso ad abbandonare il disegno come mezzo espressivo e comunicativo, riversando tali funzioni nell'espressione verbale.

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