Documento dall'Università degli Studi di Palermo su R. Gatti - L. Alici Filosofia politica (riassunto) Autori. Il Pdf, di tipo appunti universitari, esplora l'origine della società politica, l'ordine dell'anima e della città, e la legge naturale, con un focus su Platone e Tommaso d'Aquino per la materia Filosofia.
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R. Gatti - L. Alici Filosofia politica (riassunto) Autori Filosofia politica (Università degli Studi di Palermo) Scansiona per aprire su Studocu Studocu non è sponsorizzato o supportato da nessuna università o ateneo. Scaricato da Alfredo Di Lorenzo (congresso.uilpaesteri@gmail.com)
Cap. 1: La politica come concordia La filosofia politica studia le diverse risposte fornite nel tempo ai dilemmi che nascono se ci interroghiamo sul significato della politica. I problemi e le soluzioni variano, ma ci sono degli interrogativi costanti, che riguardano l'origine dell'ordine politico; il suo fine; il principio di legittimità e quindi il criterio dell'obbligo politico; l'ottimo o il miglior regime possibile; il significato e il ruolo della filosofia rispetto alla vita politica.
Ordine dell'anima e ordine della città: Platone Platone (428/427-348/347 a.C.) affronta il problema inerente l'origine della società politica è contenuta nella Repubblica. La polis nasce dall'insufficienza dei singoli nel provvedere ai propri molteplici bisogni. Poiché i bisogni sono estremamente differenziati e nessun individuo è in grado di provvedere da solo alla loro soddisfazione, ne deriva che l'ulteriore caratteristica della coabitazione politicamente organizzata è la divisione del lavoro conforme alle attitudini, ai talenti, alle dotazioni naturali dei diversi uomini. Una società politica così organizzata, benché sana, non raggiunge la pienezza della vita civile, esige sia l'allargamento del territorio che l'introduzione di una massa di gente la cui presenza non è più imposta dalla necessità. Il superamento del piano della mera necessità implica soprattutto, come effetto della tendenza ormai inevitabile all'ampliamento territoriale, le attività belliche e quindi il ricorso ai guerrieri. L'idoneità a difendere la Città è data dalla sensibilità acuta, dalla sveltezza e dal vigore, ma soprattutto dalla virtù del coraggio. La capacità di salvaguardare la propria opinione sulle cose temibili e sulla loro natura. Ciò richiede un'educazione adeguata, che imprima tale virtù nell'animo dei custodi non viene stinta dal piacere, il dolore, la paura, la brama. Oltre il coraggio è necessaria la capacità di educare alla comprensione del Bene. La conoscenza del Bene e l'educazione sono gli essenziali ingredienti della società politica. Il compito della filosofia - cioè il raggiungimento della sapienza come virtù che serve a ordinare tutte le parti della Città disponendole e indirizzandole in modo opportuno - è svolto con l'intento di precisare la natura di questa dote. Essa è definita la saggezza di consiglio, una scienza che deve provvedere allo stato in generale, per stabilire come possa meglio regolare la sua interna organizzazione e i rapporti con gli altri stati». È la scienza di fare la guardia, tipica dei perfetti guardiani, la classe più esigua. La giustizia si realizza quando ogni individuo attende a una sola attività nell'organismo statale, quella per cui la natura l'abbia meglio dotato. L'ingiustizia consiste nell'attendere a troppe cose e lo scambiarsi di posto delle tre classi sociali. La giustizia è ordine e armonia tra le parti della polis conformemente alle disposizioni naturali degli individui che la compongono. Ciò permette di stabilire un'analogia tra società politica e organismo umano, nel senso che l'ordine delle parti della Città riflette l'ordine delle parti dell'anima (razionale, animosa, appetitiva) .
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Il criterio del giusto per l'individuo è stesso che per la polis: un uomo è giusto se ciascuno dei suoi elementi adempie i suoi compiti. All'elemento razionale tocca il compito di governare, a quello «animoso» di «essergli suddito e alleato»; e «questi due elementi dirigeranno l'appetitivo». La pratica delle virtù esprime il raggiunto equilibrio delle parti dell'anima. Perciò bisogna chiamare «coraggioso» chi nel suo animo arriva a salvaguardare i precetti che la ragione gli dà su quello che è o non è temibile. «Sapiente» è colui che possiede in sé la scienza di ciò che è utile a ciascuna delle tre parti e a tutto il loro complesso. «Temperante» è chi realizza l'amicizia e la concordia di queste medesime parti, in modo tale che quelle inferiori «riconoscono in pieno accordo che governare è compito della ragione. La virtù della temperanza è cruciale per il compimento dell'obbligo politico, e quindi per l'unità della polis. L'adempimento dei compiti di ciascuna classe non deve avvenire esteriormente, ma interiormente, in un'azione che coinvolge veramente personalità e carattere. Solo chi opera così è veramente «l'uomo giusto». La continuità tra foro interno e foro esterno è qui totale. È l'esercizio della temperanza che consente questa interiorizzazione delle norme della convivenza secondo giustizia: la temperanza si differenzia infatti dalle altre virtù, prime tra tutte coraggio e sapienza, per il fatto che non è propria di una classe specifica, ma di tutte. La temperanza, che induce all'«unità di opinione» su chi deve governare, si estende a tutto lo stato.
Il principio di legittimità si identifica, come già accennato, con il possesso della «scienza», che Platone demarca nettamente dall'«opinione», che è relativa alla sfera del contingente, del variabile, del molteplice. La «scienza» costituisce il coglimento dell'«identico», sottratto alla controvertibilità e all'incertezza dell'opinare: è quel piano della conoscenza in corrispondenza del quale giungiamo a «contemplare la verità» nella sua unicità. Il «filodosso», cioè l'amante delle opinioni, si disperde tra la molteplicità infinita delle forme che essi assumono nel mondo sensibile e smarrisce la possibilità di coglierne il fondamento e il principio primo, invece il filosofo ricerca «la natura della bellezza in se». Si sottrae allo stato del sogno, in cui un oggetto somigliante appare identico, per perseguire uno stato di veglia, in cui si capisce la realtà delle cose al di là dell'ingannevole apparenza. L'unico fondamento per un governo che non sia destinato a rimanere ingarbugliato nella disperante variabilità della doxa è l'accesso alla Verità da parte di quell'esiguo numero di eletti che la natura dispone a compiere la lunga «navigazione» attraverso il difficile itinerario della paideia.
Il mito della caverna illustra la necessaria connessione tra metafisica e politica. L'ascesa del prigioniero liberato dalle catene che lo inchiodavano, insieme con i suoi compagni, in faccia alle ombre - ascesa che alla fine lo porta a contemplare il sole, cioè la Verità. L'ascesa attraverso i vari gradi della conoscenza - la congettura (eikasia), l'opinione (doxa), l'intelligenza scientifica (dianoia), la ragione filosofica (noesis) - raffigura l'itinerario dell'educazione dei governanti. Esso consiste in una conversione: non si tratta (ed è qui evidente la polemica contro i sofisti) di infondere la vista, cioè la conoscenza, a chi non l'ha, ma appunto di rivolgere «dalla parte giusta» la «facoltà insita nell'anima.
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Punto importante non è tanto la salita, quanto il ritorno nella caverna. La «pietà» che il prigioniero liberato prova, al culmine del suo percorso ascensivo, per i compagni rimasti nella caverna; pietà che però entra in tensione con la felicità derivante dalla raggiunta contemplazione del sole. La felicità ingloba anche un altro aspetto, cioè la consapevolezza di poter ora valutare da un giusto angolo visuale i beni apparenti del mondo sensibile. C'è una certa ritrosia a rientrare nella caverna: perché chi è giunto fino a quest'altezza non voglia occuparsi delle cose umane, ma che la sua anima sia continuamente stimolata a vivere in alto. Inoltre, ammesso che si riuscisse a farlo ridiscendere, non solo proverebbe fatica a riadattare gli occhi al buio, finendo per essere, con la sua apparente goffaggine, oggetto di riso, ma soprattutto sarebbe costretto a contendere con chi, rimasto nella caverna, non lo capirebbe. Tra l'illuminata ragione del governante-filosofo e la rozzezza dei prigionieri delle ombre si scopre un abisso. Il primo rischia, contravvenendo tanto fortemente alle abitudini ormai inveterate dei secondi, di essere ucciso. La virtù della temperanza dovrebbe disporre ognuno a obbedire al governo dei migliori, ma il mito mostra l'impossibilità che i migliori siano riconosciuti come tali. Il sacrificio richiesto al filosofo di «curare e custodire» quanti dovrebbero essergli affidati vede come ostacolo l'ignoranza
Le condizioni per edificare la Città secondo giustizia. Il valore del modello, rispetto alle possibilità umane, è quindi regolativo e bisogna riconoscere che è naturale che l'esecuzione si avvicini al vero meno della parola. L'ideale congiungimento «nella stessa persona» di «potenza politica» e di «filosofia» indica insomma l'ideale del governo della ragione, avvicinabile asintoticamente, ma non realizzabile in modo compiuto da parte di un essere finito qual è l'uomo. L'obiettivo è quello di edificare una Città in cui l'unità interna tra le parti rifletta quanto più fedelmente possibile l'unità della Verità. L'imperfezione è tutto ciò che ostacola l'introduzione e il mantenimento dell'ordine inteso quale unità delle classi in un equilibrio che deve essere necessariamente statico, poiché, una volta scoperta la Verità e conformata la polis sul suo modello, è ovvio che ogni mutamento allontana dal Vero. Platone concepisce la filosofia politica come una forma di conoscenza riguardante la buona vita a livello pubblico e il governo politico come la corretta gestione degli affari pubblici della comunità. Il politico, sia esso filosofia o governo, ha a che fare con ciò che è pubblico nella vita di una società. È consapevole della lotta per il vantaggio competitivo, del problema della distribuzione dei beni tra i vari gruppi sociali, e dell'instabilità derivante dal mutamento dei rapporti sociali ed economici, sceglie tuttavia di trattare questi fenomeni come sintomi di una società malata, come il problema al quale la filosofia politica e l'arte politica devono trovare soluzione. In questo senso la «politica» è considerata come «il male» e il ruolo della filosofia e dell'arte di governo è di «liberare la comunità dalla politica». Ne deriva che la fragilità essenziale della filosofia platonica sta nel non poter stabilire un rapporto esauriente tra l'idea del «politico» e l'idea di «politica». Insomma, la vita politica andrebbe plasmata muovendo da quanto non è politico, cioè dalla Verità nella sua unità e unicità; quindi implicherebbe una netta contrapposizione alla pluralità e al mutamento, che invece sono l'ingrediente proprio del bios politikos.
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