Documento dall'Università degli Studi di Trento su Storia Della Globalizzazione Osterhammel & Petersson - Riassunto libro. Il Pdf, di Storia a livello universitario, esplora la definizione e le controversie legate al concetto di globalizzazione, analizzando le sue manifestazioni storiche e i legami mondiali premoderni.
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studocu Storia Della Globalizzazione Osterhammel & Petersson - Riassunto libro Storia moderna e contemporanea (Università degli Studi di Trento) Studocu non è sponsorizzato o supportato da nessuna università o ateneo. Scaricato da Valentina Ghidetti (vale.ghidetti93@gmail.com)Storia della Globalizzazione Osterhammel & Petersson Leonardo Marchesini [MAT. 192875] STORIA DELLA GLOBALIZZAZIONE (Sintesi) - Osterhammel, Petersson
"Globalizzazione": concetto che attiene alla diagnosi del presente, negli anni novanta ha conosciuto una fortuna improvvisa. In assenza di concorrenza, il concetto occupa un posto legittimo, definisce la nostra epoca. "Globalizzazione" si riferisce all'esperienza concreta di molte persone: da un lato il consumo e la comunicazione portano tutto il mondo nelle case degli abitanti dei paesi ricchi, dall'altro tutto il mondo sembra essere attraversato dai principi dello stile di vita moderno-occidentale. Il concetto di globalizzazione rende ragione sia alle connessioni dei flussi dell'economia mondiale, sia alle esperienze quotidiane a tutti accessibili di perdita dei confini, nonostante il divario tra esse. Il mondo diventa "più piccolo" e aumentano i legami con ciò che è lontano, ma anche "più grande" in quanto non siamo ancora in grado di dominare i nuovi orizzonti che ci si propongono. Gli storici dell'economia, al contrario dei sociologi, avevano già descritto il processo di formazione e integrazione dell'economia mondiale, ben prima che si affermasse il termine "globalizzazione". La "globalizzazione", già dal punto di vista lessicale, sembra poter diventare uno dei macro processi del mondo moderno (si veda la somiglianza con altri termini come industrializzazione, urbanizzazione, democratizzazione, ... ). Inoltre, con il collocamento del termine "globalizzazione" tra i grandi concetti di sviluppo, verrebbe colmata la lacuna di una "-izzazione" riferentesi a rapporti tra popoli, Stati e civiltà, si potrebbe collocare tutto ciò che è inter-continentale, inter-nazionale, inter-culturale, ecc. Che molti aspetti della nostra esistenza possano oggi essere compresi riferendosi a interconnessioni su scala mondiale è un luogo comune, ma queste interconnessioni hanno forse giocato un ruolo più importante di quanto non sia stato sottolineato dalla storiografia tradizionale.
Nella maggior parte delle definizioni della globalizzazione giocano un ruolo centrale l'estensione, l'intensificazione e l'accelerazione delle relazioni su scala mondiale. Le questioni centrali nei dibattiti sono se la globalizzazione implichi il declino dello Stato nazionale; se conduca all'uniformità culturale del mondo; se conferisca nuovo senso ai concetti di spazio e tempo. Abbiamo da un lato sostenitori ferventi della globalizzazione (globalizzazione = inizio di una nuova era di crescita e benessere), dall'altro detrattori accaniti (globalizzazione = dominio globale del grande capitale dei paesi occidentali, a scapito di democrazia, paesi poveri, ... ). Su una cosa gli autori dei più diversi orientamenti sono d'accordo: la globalizzazione mette in dubbio il significato dello Stato nazionale e disloca il rapporto di potere tra Stati e mercati a favore di questi ultimi. I beneficiari di tutto ciò sarebbero le imprese multinazionali, mentre le possibilità di intervento di politica economica degli Stati nazionali risulterebbe pregiudicato, come sarebbe ridotta la legittimità stessa dello Stato. Altro elemento caratteristico della globalizzazione su cui si è unanimemente d'accordo è la sua influenza su tutto ciò che si può ricomprendere sotto il termine "cultura". La globalizzazione culturale è stata in un primo momento interpretata come omogeneizzazione, poi si è fatto riferimento anche ad una tendenza opposta: la nascita di movimenti che traggono dalla protesta contro la globalizzazione nuovi stimoli per la difesa di certe specificità, ma che allo stesso tempo sfruttano le nuove tecnologie per favorire i loro fini. È una sorta di "universalizzazione del particolare e particolarizzazione dell'universale", come dice Robertson. Egli conia anche il termine "glocalizzazione" (sottolineante come le tendenze globali agiscono sempre a livello locale e hanno bisogno di "appropriazioni" particolari): mass media, viaggi in pesi lontani e beni di consumo globalmente richiesti sono i più importanti meccanismi della "glocalizzazione". Molti hanno definito la globalizzazione come trasformazione radicale delle categorie di spazio e tempo, come "space-time compression" (Harvey), vista la facilità con cui uomini, merci e informazioni coprono grandi spazi. La distanza effettiva diventa inferiore a quella geografica, e elemento importante di tutto ciò è la velocizzazione delle comunicazioni. Un modo leggermente diverso di dire la stessa cosa è parlare di "deterritorializzazione" e di "sovraterritorialità": Pag. 1 di 17 This document is available free of charge on studocu Scaricato da Valentina Ghidetti (vale.ghidetti93@gmail.com)Storia della Globalizzazione Osterhammel & Petersson Leonardo Marchesini [MAT. 192875] luoghi, distanze e confini non giocano più alcun ruolo. Da citare sono due interpretazioni importanti del dibattito sulla globalizzazione: il concetto di "globalismo" di Albrow, che definisce un nuovo quadro di riferimento che distingue il presente da tutta la storia passata. Le dimensioni del "globalismo" sono le questioni ambientali, le armi di distruzione di massa e i sistemi di comunicazione e i mercati. Per un numero sempre maggiore di persone la conoscenza di queste connessioni costituisce il criterio del loro agire e pensare; l'idea di "società in rete" di Castells, dove la tecnologia informatica renderebbe per la prima volta possibile il darsi di relazioni sociali indipendentemente dal fattore territorio. Il potere appare ancorato all'esistenza di un'organizzazione in rete orientata a scopi di volta in volta determinati. Si avrebbe il principio dell'appartenenza alla o dell'esclusione dalla rete. Ci sono anche approcci più sobri alla globalizzazione, come quello di Held. Per lui la globalizzazione è il risultato di processi in atto già da tempo, e che non procedono necessariamente lungo una linea di continuità. La globalizzazione in questa visione non è un processo determinato, e sicuramente suscita controtendenze alla frammentazione. Infine, abbiamo anche degli scettici (# oppositori) della globalizzazione. Essi considerano il parlare di globalizzazione come una copertura ideologica delle strategie americane di controllo economico, o come un artificio propagandistico delle élites economiche e dei tecnocrati di orientamento liberale. In ogni caso, tornando alla questione del significato e della formazione del concetto, chi pensa che le caratteristiche della globalizzazione siano in un mercato mondiale, nel libero commercio, nei movimenti migratori, ecc., troverà tutto ciò già nella seconda metà dell'800. Chi invece va alla ricerca di una rete globale "in tempo reale" estesa al mondo, o la vedrà nel presente, o si volterà alla pretesa di riconoscere in una simile diagnosi il più recente "master narrative" della sociologia. Come storici sarebbe dunque ingenuo chiedersi quando sia cominciata la globalizzazione, bisogna invece mettersi d'accordo su un concetto di "globalizzazione" che ci faccia orientare nella lettura del passato.
Essendo la globalizzazione uno dei grandi processi di sviluppo della modernità, è impossibile che esso si sia potuto verificare di soppiatto, passando inosservato. È auspicabile che per analizzare questo tema, quindi, il concetto di "globalizzazione" venga scomposto nei suoi singoli elementi e situato nel contesto della storia delle idee e della storia della scienza.
La sociologia è da lungo tempo orientata allo studio delle società nazionali chiuse, come se queste potessero essere scorporate da connessioni più ampie. Tuttavia, all'insegna della globalizzazione, fenomeni come migrazioni, comunicazione mondiale e scambi economici internazionali hanno fatto sì che si mettesse in dubbio l'immagine della società come unità in se chiusa. Questo nuovo modo di pensare si è affermato più lentamente tra gli storici, ma tuttavia si sono andati sviluppando ambiti di ricerca storica i cui risultati possono essere utili anche per la storia della globalizzazione: la storia dell'"economia mondiale"; la ricerca sulle migrazioni; la storia delle relazioni internazionali (compresa la storia militare); la storia dell'imperialismo e del colonialismo. In ogni caso nessuno di questi quattro ambiti può essere identificato con un'unica "grande" teoria della trasformazione globale. Ma esistono approcci di così vasta portata? Nei primi anni '90 (parallelamente all'emergere del tema della "globalizzazione") si registra forte interesse per la "world history" o "global history". La storia della globalizzazione è un ambito di ricerca specifico della storia globale, la quale può studiare anche relazioni che non sono in connessione diretta con la globalizzazione. Se si persiste nella ricerca di un quadro complessivo di riferimento concettuale, si finisce con l'imbattersi nel concetto di "sistema-mondo", coniato da Wallerstein. Il suo studio spazia nel periodo tra 1500 e 1850, quindi non è ancora giunto ad analizzare rapporti realmente globali, e rimane un'interpretazione dell'espansione dell'economia-mondo capitalistica" di matrice europea. Tuttavia, i seguenti aspetti del metodo d'analisi di Wallerstein si sono dimostrati utili anche al di fuori del rigido quadro di riferimento teorico della sua analisi: l'idea di una scala di piani di ricerca, tra i quali allo Stato nazionale non è data Pag. 2 di 17 Scaricato da Valentina Ghidetti (vale.ghidetti93@gmail.com)Storia della Globalizzazione Osterhammel & Petersson Leonardo Marchesini [MAT. 192875] alcuna particolare preminenza; l'idea di un'"incorporazione" dei territori esterni ai confini di un'economia- mondo capitalistica in continua espansione; il concetto della "semi-periferia", che indica una terza posizione tra centro e periferia.
Alcuni sociologi ed etnologi si sono accostati alla preistoria della globalizzazione partendo "dal basso", studiando le connessioni tra le reti di interazione. Le stesse comunità di villaggio isolate sono in realtà integrate in connessioni di ampia portata attraverso legami cultural-religiosi, flussi finanziari e rapporti matrimoniali. Gli individui sono coinvolti già in questi piccoli gruppi in differenti legami sociali. Paradossalmente, sembra più promettente cominciare lo studio delle connessioni globali sul terreno dell'agire individuale piuttosto che su quello del mondo inteso come un tutto, per questo la rete sarà uno dei nostri concetti fondamentali. Va precisato che non ogni rapporto sociale tra più di due persone costituisce una rete di per sé: un'organizzazione in rete presuppone un certo grado di stabilità e di sostegno istituzionale. Castells sottolinea che solo nell'epoca presente, con le nuove tecnologie dell'informazione, sono disponibili gli strumenti con cui costruire reti che hanno la stessa stabilità delle organizzazioni gerarchiche, diventando così strutture portanti della vita politica ed economica. Burton dice invece che solo in un "mondo transnazionale" le interazioni si intensificano sino a diventare reti, strutture o sistemi. Per spiegare tale "mondo transnazionale" utilizza il "modello della tela di ragno", dove riporta su una carta geografica priva di confini politici tutte le conversazioni telefoniche, i viaggi e i movimenti delle merci. Quello che ne risulta sono quindi le interazioni sociali, non i territori e i confini. Le interazioni possono stabilizzarsi in reti, le reti trovano a loro volta stabilità attraverso le istituzioni, spesso risultato di scelte politiche. Limite della nozione di rete è però il fatto che essa induce ad appiattire i processi sociali: il fatto che le organizzazioni in rete oltrepassino i confini esistenti, non impedisce loro di crearne di nuovi. Assai di rado gli scambi si distribuiscono sul globo in maniera uniforme, la loro intensificazione crea spazi d'interazione che in parte sono già dati con l'ambiente naturale (che spesso sono però molto ampi). La storia della globalizzazione è in gran parte la storia della nascita di tali spazi dagli scambi e dalle reti e quella della loro connessione reciproca. L'immagine della rete non deve suscitare l'idea che tutto sia dipendente da tutto: le interazioni sono orientate. Alcune sono reciproche, altre no (si veda la tratta degli schiavi, che era unidirezionale e nessuno schiavo fece mai ritorno alla sua terra d'origine). Sorgono alcune domande, in primo luogo quelle sull'estensione degli scambi e la loro importanza. C'è una differenza, ad esempio, tra i paesi che non hanno preso parte alle grandi emigrazioni e paesi che invece si sono trovati privi di gran parte della popolazione a causa di esse. La distanza diventa sempre più importante per gruppi determinati di persone. Nel 1800 un prodotto "made in China" (porcellane, sete di lusso), era sicuramente un oggetto di lusso per gli europei, mentre oggi è un'ovvietà. Le reti si differenziano poi per intensità e velocità dei contatti, nonché per la durata dell'interazione e la sua frequenza. Attraverso la regolare ripetizione, singoli scambi possono trasformarsi in una rete stabile. Non bisogna dimenticare però l'esistenza del fenomeno della de-globalizzazione, fenomeno storicamente accettabile, che prevede lo smagliamento, la riduzione e l'esaurimento delle reti di relazioni e l'indebolimento delle istituzioni incaricate di stabilizzarle. Riassumendo, se si interpreta la globalizzazione come la costruzione, l'intensificazione e il crescere di importanza delle reti mondiali, il concetto perde il suo significato statico e totalizzante.
Dato che la globalizzazione interessa vari ambiti (economia, tecnica, organizzazione dello Stato, cultura, ... ) si intrecciano diverse periodizzazioni. È problematico ritenere che la globalizzazione si sia estesa lungo migliaia di anni, d'altra parte non è più sostenibile che le società premoderne siano organizzate solo su piccoli spazi e non abbiano grandi interconnessioni. Possiamo quindi dire che nella storia antica ci sono stati inizi di globalizzazione, sempre interrottisi ad un certo punto, e che costituiscono la preistoria della globalizzazione. Seguiamo qui Wallerstein, sostenendo che l'avvio della moderna globalizzazione, Pag. 3 di 17 This document is available free of charge on studocu Scaricato da Valentina Ghidetti (vale.ghidetti93@gmail.com)