Slide sulla conversione, la ricerca della verità, il peccato e il perdono. Il Pdf, utile per lo studio universitario di Religione, esplora questi concetti, distinguendo tra cercatori credenti e non credenti, analizzando l'origine del peccato e il ruolo dell'immaginazione nel perdono.
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Per conoscere la verità morale occorre che la persona si ponga in continuo stato di conversione, cioè nella disponibilità ad essere continuamente misurata dalla verità. Il successo della ricerca dipende dall'atteggiamento del "ricercatore", piuttosto che dalla evidenza maggiore o minore della verità cercata.
«Vi sono 'cercatori' fra i credenti (coloro per i quali la fede non è un 'retaggio', ma una 'via') e fra i non credenti, che respingono i concetti religiosi proposti loro da quanti li circondano, ma provano comunque il desiderio di qualcosa che soddisfi la loro sete di significato. Sono convinto che la 'Galilea di oggi', dove dobbiamo cercare Dio, che è sopravvissuto alla morte, sia il mondo dei cercatori».
Tomáš Halík Se una persona, come abbiamo visto, non riconosce facilmente il giusto agire nel mondo, è perché il peccato la inclina al male piuttosto che al bene. Il male si insinua quando pensiamo di "bastare a noi stessi". Esiste, infatti, un rapporto diretto tra coscienza, tema che affronteremo nelle prossime lezioni, e peccato.
Innanzitutto questo rapporto si esprime nella necessità che l'azione cattiva provenga dal dinamismo della coscienza. Essa deve essere compiuta in libera e consapevole responsabilità. Pertanto, senza la coscienza morale non può esserci peccato, vita morale. Ma quando il peccato è concepito e partorito, allora diventa un potente narcotico per la stessa coscienza.
La coscienza si addormenta A ogni peccato, la coscienza si scopre più indolenzita e addormentata nei confronti del bene morale. Si abbassa la sua soglia di attenzione nei confronti del bene e del male, i cui confini cominciano a diventare sempre più sfumati dopo ogni nostro errore.
Si instaura, così, una strana e paradossale sorta di "circolo vizioso": da una parte la decisione della coscienza è necessaria perché ci sia peccato, ma dall'altra ogni peccato indebolisce la coscienza
Risulta, perciò, quanto mai realistica l'osservazione di Gaudium et spes 16 quando descrive la miseria della coscienza che sbaglia perché «l'uomo poco si cura di cercare la verità e il bene, e [ ... ] la coscienza diventa quasi cieca in seguito all'abitudine al peccato».
28 Gaudium et spes Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo Concilio Vaticano II Paoline
L'uomo è anche istinto, emozione, sentimento, realtà oggi riconsiderate, ma, fino a non molto tempo fa, espunte dal discorso morale e giudicate o con esso assolutamente incompatibili o per esso addirittura dannose. Proprio a questo livello è considerevole il fatto che la tradizione morale cristiana, ma certamente non solo, parli di «suggestioni» del male, un'"onda lunga" emotiva e affettiva che si riversa sulla persona, oltre il suo posizionamento razionale.
Il classico risvolto psicologico del male, universalmente attestato, è l'esperienza del rimorso, cioè del "morso doloroso" della coscienza morale che fa sentire alla persona interessata la sua devianza morale. È esperienza insopprimibile e, seppur dolorosa, è salutare perché denota il disagio profondo e allerta la persona della sua convivenza col male, cioè con ciò che la spersonalizza, preludendo all'esperienza altrettanto emotiva e affettiva del pentimento.
La nozione di colpa, per quanto sia ambivalente per natura, accompagna necessariamente la crescita della persona umana. Essa svolge un ruolo insostituibile, poiché indica che non si accede all'umanità autentica senza la relazione all'altro: relazione che è sempre complessa, ambigua, segnata parzialmente dall'insuccesso, e quindi accompagnata da un senso di colpa. La relazione è multiforme. Se la posta in gioco è l'accesso a se stessi, la capacità di affermarsi e di acquistare una vera autonomia, di parlare in "prima persona", si unisce sempre alla relazione ad altre istanze, persone umane, società con le loro tradizioni e le loro leggi naturali, e infine a Dio come il "totalmente Altro".
La punta negativa più tragica del senso di colpa è la disperazione rispetto al proprio futuro: il soggetto morale non ha più la forza morale di ricominciare e abbandona se stesso, nella forma talora di una ribellione disorientata o di una acquiescenza amorfa.
La disperazione non è un senso né vero né buono del peccato: la persona può essere sempre diversa da quella che è e che è stata anche per tutta una vita, e questo anche se la vita che ha davanti è di pochi secondi, come nel caso del buon ladrone, "canonizzato" prima di morire dal Cristo stesso (cf. Lc 23,39-43).
Il senso del peccato non è colpevolizzazione né psichica né sociale, cioè non implica lo sfruttamento della colpa come momento di oppressione del colpevole, per instaurare nei suoi confronti una sudditanza discriminatoria o una dipendenza interessata. Il malvagio utilizza la colpa per legare il colpevole al "carro del male", il buono esperisce la colpa per liberare il colpevole e gratuitamente restituirlo a se stesso e alle comunità di appartenenza.
Nel sacramento della riconciliazione, il credente fa esperienza rinnovata del senso della vita, a lui restituito integro e integrale, dopo il confronto con la realtà della sua vita personale, anche colpevole e peccaminosa. L'attingere alle sorgenti del significato della vita guarisce le ferite e promuove i vissuti della stessa, naturalmente non senza attraversare la realtà dell'esistenza, nelle sue dimensioni anche istintive, emotive, affettive, intellettuali e volitive. Ma è percepibile la differenza tra una passione vissuta per se stessa, senza alcun riferimento di senso - detta per questo appunto cieca -, e una passione che si inscrive in un orizzonte di senso, dove la sua "gestione" è personale.
Il sacramento della riconciliazione è l'attualizzazione della parabola del Padre che di fronte al figlio minore (cfr. Lc 15,11-32), il quale pensa di poter dimorare come servo in una casa che lo accoglie solo come figlio. Sono così indicate le due dimensioni della conversione, quella incentrata sul figlio (cambiare la direzione del cammino) e quella incentrata sul padre (il ribaltamento da servo a figlio). L'accoglienza incondizionata del Padre ricrea e restituisce alla vita il figlio.
L'Antico Testamento per indicare la misericordia usa la parola rachamim, termine che deriva da rechem, che significa grembo materno, utero: il luogo dove si celebra il mistero della vita. La madre con-vive e con-sente con la creatura che ha dentro di sé. Misericordioso (rachùm) rinvia all'utero, al grembo, ma anche all'istinto paterno. Possiamo tradurlo il grembo dei dei grembi, cioè a qualcosa appassionato, dalla tenerezza sviscerata.
Chésed significa favore immeritato, amicizia. Indica un libero interessamento di Dio per l'uomo. Si tratta di un termine relazionale, che non indica solo una singola azione, ma un atteggiamento costante. Dono che va al di là di qualsiasi reciproco rapporto di fedeltà, inatteso e immeritato della grazia, che supera tutte le attese e tutte le categorie umane.
che trascende quello di una madre e padre umani (IS 49, 15; Sal 27,10) Suor Francis, Il padre misericordioso (2010), Palencia, Becerril de Campos, monastero agostiniano della Conversione
Abraham J. Heschel evidenzia che a Israele «è stato insegnato il modo di accostarsi a Chi è oltre il mistero. Oltre il mistero c'è la misericordia [ ... ]. Il supremo mistero non si cela sotto un enigma, ma è il Dio della misericordia».
Il senso del peccato di chi normalmente lo combatte è dotato di una sensibilità formata e acquisita diversa. Si percepisce, spesso in modo doloroso, la portata del ritardo e dell'ostacolo nel cammino verso la pienezza di sé. La reazione è pronta quando tenta di riprendere il cammino interrotto e fiduciosa nella riabilitazione.
«Non importa se un volatile è legato a terra con dei leggeri fili di seta o una grossa corda; in ogni caso non è libero e non riesce a volare». San Giovanni della Croce
Perdonare significa non chiudere il futuro all'altro Perdonare chi ci offende è un atto d'amore verso il peccatore che si vuole liberare dalla sua disgrazia personale e al quale non si vuole chiudere definitivamente il futuro.
Il primo livello è quello della conoscenza: riuscire a comprendere i pensieri, i valori, il modo di giudicare dell'offensore. Il secondo è quello partecipativo: immedesimarsi nella situazione dell'offensore. Infine, il più difficile, quello affettivo: il ricordo dell'offesa non è più associato al rancore, al desiderio di vendetta, ma alla compassione.
Nel perdono, poi, ha un ruolo fondamentale anche l'immaginazione: non bisogna mai farsi imprigionare nel "dolore" passato; occorre, invece, sognare un mondo nuovo. Perdonare è "immaginare" e "creare" un rapporto nuovo con chi ci ha offeso.
Gesù dice a Pietro di perdonare non fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette (Mt 18,22). Questo significa che non dobbiamo contare, ma perdonare sempre; non bisogna angustiarsi con domande come: "Per quanto?", ma farlo continuamente, senza fine. Questo è il perdono, ed è anche grazia. Soltanto questo ci rende liberi. mportante anche non sentirci moralmente superiori rispetto a chi abbiamo perdonato.
L'atto del perdono libera chi perdona e colui che è perdonato; leggiamo, infatti nel Libro del Siracide: «Perdona l'offesa al tuo prossimo e allora, per la tua preghiera, ti saranno rimessi i peccati» (28,2). Il perdono guarisce non solo l'offensore, ma anche l'offeso.
Riconoscere di aver sbagliato, perdonare se stessi, è la forma più alta di sapienza e di conoscenza di sé: è prendere contatto con la propria fragilità, aprendosi a sentimenti fondamentali come la compassione e la benevolenza.