Documento dall'Università degli Studi Roma Tre su Intellettuale ad Auschwitz. Il Pdf, un approfondimento di Letteratura di livello universitario, esplora il ruolo dell'intellettuale ad Auschwitz, la perdita dell'identità e della patria, con riferimenti a Jean Améry e le implicazioni psicologiche della deportazione.
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Letterature e arti visive 1 (Università degli Studi Roma Tre) Studocu is not sponsored or endorsed by any college or university Downloaded by Alessio De Jesus pinchi (alessioprincipi1305@gmail.com)Intellettuale a Auschwitz
Jean Amèry: combatte per la resistenza belga, fu arrestato e torturato dalle SS e deportato a Auschwitz. Dopo si dedicò a questa ricerca intellettuale. Il libro parla dalla prospettiva delle vittime e non gli oppressori. Le vittime, cioè gli ebrei, sono LORO che sono ancora condizionati da questa esperienza. Eppure, per il mondo intero, questa comunità ogni anno porta a ricordare qualcosa che noi vorremmo ignorare (la banalità del male, appunto). Il problema è chi interiorizza o riesce a spiegarsi quello che è accaduto, facendo scomparire la memoria di questo orrore. Il libro è un'analisi attenta di ciò che accade dentro al Lager ai deportati, specialmente una categoria: gli intellettuali. Essi sono una categoria distinta, per esempio, dai credenti religiosi o i militanti marxisti i quali sono sopraffatti da una fede che li porta anche a sopportare le torture e le violenze (è presente in A. un pregiudizio in quanto gli intellettuali e cioè gli acculturati, possono essere chiunque, non per forza un letterato deve essere un intellettuale oppure che lo sia meglio di un bancario per es). Un altro problema dell'intellettuale è la riflessione, gli impedisce di illudersi. Tutto ciò si può racchiudere nella precarietà dello spirito (Geist = spirito, intelligenza, moralità): mostra come nel Lager non c'è questa trascendenza spirituale ma piuttosto regna l'instinto e la fisicità (sono negati anche i bisogni primari, è chiaro che diventano "animali" dentro al Lager). A è una negazione in quanto il nazismo gli ha tolto l'identità in quanto ebreo, eppure lui fu identificato come tale solo dalle SS in quanto proveniva da una famiglia non religiosa. Non era niente. Nel libro cita il comandamento del diritto naturale: ognuno ha una dignità inviolabile e il male comincia quando la si viola. Viene definito A. un intellettuale diverso (democratico progressista o conservatore liberale) perché a differenza di tutti quelli che sono subentrati successivamente a lui, si sono adattati al sistema sociale che ci forza ad adeguarsi al corso delle cose, la società attuale si discosta anzi da chi richiama i valori umani. Intellettuali come A. , che hanno vissuto certe cose, sono fondamentali per riconoscere la storia (come i nonni che sono portatori di storia, vanno preservate queste cose).
è A. che parla in prima persona, parla del libro. Tema: intellettuale a Auschwitz. Inizia raccontando come un suo amico gli ha detto di essere prudente nello scriverle il libro per vari motivi:
Lui invece non gli dà retta e si concentra sul confronto tra Auschwitz e spirito, di cui l'intellettuale si pone ai confini dello spirito che sono segnate dalle atrocità (che avvengono in un luogo preciso).
Esercitare una professione dell'ingegno è una condizione necessaria ma non sufficiente. Sicuramente deve operare in ambito umanistico e filosofico, predilige il ragionamento astratto e il termine "società" ha un senso sociologico. Questa figura dell'intellettuale (che sarebbe A.) viene posta proprio ad Auschwitz perché è dove l'efficacia del suo spirito si annulla. Contesto: A. come ebreo e esponente della resistenza belga, è stato in tanti campi di concentramento. Il libro si sviluppa intorno al campo di Auschwitz-Monowitz, chiamato "Nebenlager" (campo secondario). This document is available free of charge on studocu Downloaded by Alessio De Jesus pinchi (alessioprincipi1305@gmail.com)
Era una condizione divisa con tutti i deportati: l'inserimento nel lavoro, scelta fondamentale per la vita o la morte. Ad Auschwitz-Monowitz coloro che esercitavano un lavoro manuale, se non venivano mandati subito nelle camere a gas, venivano inquadrati in base al loro mestiere. Esempi:
Diverso era per chi esercitava una professione dell'ingegno. Per fare lavori manuali all'aperto diventavano operai non qualificati, tracciando il loro destino (anche se altri mestieri, come medici o chimici [di cui cita Primo Levi] permettevano una via per sopravvivere). Molti quindi, tentavano di nascondere la loro attività originaria oppure a sminuirla (professori universitari dicevano di essere insegnanti, giornalisti che erano solo tipografi) e chi aveva qualche abilità manuale cambiava direttamente lavoro.
Era addirittura peggio: dovevano possedere un'agilità fisica ed un coraggio che assomigliava molto alla brutalità. Due qualità che non appartengono ai lavoratori dell'ingegno. Avevano un problema anche con la disciplina del Lager (per es. gli intellettuali non sapevano fare il Bettenbau (rifarsi il letto)). Per questi motivi, infatti, nel campo erano disprezzati dai superiori prigionieri e compagni, mentre sul lavoro erano disprezzati dai lavoratori civili e dai Kapo. Oltre a ciò, non riuscivano nemmeno a farsi gli amici. Un problema era anche l'incapacità di comunicarsi con il resto dei compagni, avevano un linguaggio differente.
La cultura e l'intelligenza erano un ausilio per il prigioniero? Questa è la domanda che pone su sé stesso A. e riporta l'esempio di un suo compagno olandese, lo scrittore Nico Rost che scrive un libro dove tratta come anche nel campo di concentramento riesce in qualche modo a far sopravvivere l'ingegno e dargli lo spazio necessario. Nonostante A. prova vergogna perché i suoi sentimenti all'interno del campo sono diversi, comprende anche che tuttavia Rost ha un ruolo privilegiato da infermiere, a differenza sua che faceva parte della massa anonima di prigionieri.
È chiaro come a Dachau lo spirito veniva allenato, mentre ad Auschwitz era rappresentato in maniera più pura: lo spirito era fine a se stesso, non collegabile in una struttura sociale definita e all'intellettuale non rimaneva che la consapevolezza. La spiritualità aveva due aspetti: da un lato era irreale mentre dall'altro, in termini sociali, era un lusso vietato. Tra i compagni non se ne parlava, infatti A. afferma che se ci fosse stato un compagno intellettuale come lui allora forse avrebbe avuto modo di coltivare lo spirito.
Le origini si ritrovano nella formazione culturale tedesca. Tutto, a livello culturale, appartiene ai nazisti. Le motivazioni per cui accadde questo sicuramente non vanno cercate nella fisicità, visto che ogni prigioniero sottostava alla legge della capacità di resistenza fisica, anche perché il Downloaded by Alessio De Jesus pinchi (alessioprincipi1305@gmail.com)deportato è deumanizzato (Muselmann = il prigioniero che aveva abbandonato ogni speranza e rimasto solo anche dai compagni). A. parla della sua esperienza: da persona che pativa la fame ma non ci moriva, come non moriva per le botte prese dalle SS anche se ne soffriva. Da uomo che riesce a sopravvivere ma (ed è qui il male) che appunto, ha richiesto tutto il suo massimo sforzo. Porta un esempio di quando un infermiere gli porta un piatto di semolino dolce e nel divorarlo, raggiunge un'euforia spirituale e di come ciò accade anche negli altri compagni. Questa ebrezza però non è perenne e si può fare affidamento piuttosto al pensiero analitico-razionale che permette di farne del terrore una guida nel campo. Ad Auschwitz però, non è così per vari motivi:
Il detenuto semplice accetta ciò nella stessa maniera in cui accetta che "ricchi e poveri ci sono sempre stati"; a differenza dell'intellettuale che di fronte a ciò ha un animo più rivoluzionario e ribelle. Purtroppo, però, nel campo di concentramento questa rivolta dura pochissimo. In seguito, si passa all'accettazione del sistema dei valori delle SS, dopo il primo crollo di resistenza interiore, e passa ad una scoperta continua, comprendendo che sta accadendo qualcosa che non dovrebbe esistere. Questa consapevolezza li porta ad una autodistruzione. Il detenuto meno rigido però, destava più simpatia alle SS e riusciva a "sopravvivere" meglio: rubava con molta abilità e riusciva ad adattarsi in una maniera sicuramente migliore rispetto all'intellettuale (uno pensa molto e l'altro invece agisce).
L'intellettuale si è sempre trovato davanti al potere, con l'abitudine di metterlo in discussione. Il potere delle SS viene sventolato in faccia ai detenuti. A. fa una riflessione personale dove dichiara di essere sempre stato agnostico e racconta di compagni che invece possiedono idee diverse dalle sue e di come loro si affidano spesso alla fede nei momenti decisivi come sostegno. Per loro, quelle atrocità che stavano accadendo erano più che possibili.
Gli intellettuali umanistici non erano visti bene da nessuna di queste due categorie, si ignoravano come lo facevano anche all'esterno. A. parla però delle persone credenti e di come esse siano più vicine e al contempo più lontane dalla realtà rispetto a chi non ha fede: più lontano perché tendono a proiettarsi in un futuro prossimo (è questo che fa la fede), ma al contempo più vicino perché proprio per questo motivo non si lascia sopraffare dalla situazione in cui è coinvolto. Per l'uomo senza fede, c'è sempre qualcosa da analizzare. Le persone con credenze politiche invece sapevano di come la fede fosse un'illusione.
Lo spirito quindi, se non si aggrappa ad una fede politica o religiosa, non è molto utile. L'uomo dello spirito come si pone davanti alla morte? Ad Auschwitz, la morte è onnipresente. I deportati posso morire nel lavoro, nelle camere a gas oppure uccise dalle SS, i deportati subiscono una violenza psicologica che è distruttiva. È questa la differenza sostanziale tra una morte in un campo di concentramento ed una morte da soldato (come lo era A.): il soldato moriva da eroe, mentre il prigioniero come una bestia da macello. Per il soldato la morte era minaccia ed occasione mentre This document is available free of charge on studocu Downloaded by Alessio De Jesus pinchi (alessioprincipi1305@gmail.com)