Slide dall'Università di Torino su Storia Contemporanea. Il Pdf esplora gli anni Ottanta, la crisi del Welfare, il neoliberismo, le guerre in Bosnia e Kosovo, e la rivoluzione iraniana. Questo materiale di Storia per l'Università è utile per lo studio autonomo.
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La fine degli anni Settanta fu segnata dalla consapevolezza della crisi del sistema economico che aveva dominato nei trenta gloriosi, come dimostrato dallo shock petrolifero e dalla fine degli accordi di Bretton Woods.
Nei paesi europei, negli Stati Uniti, ma anche in molti paesi sudamericani (come il Cile) si affermò così un nuovo modello che prevedeva il progressivo disimpegno dello Stato dall'economia e lo smantellamento dei progressi ottenuti nei decenni precedenti nell'ambito della politica sociale.
Il neoliberismo - come venne chiamata la nuova dottrina economica - prevedeva infatti, allo scopo di ridurre l'inflazione e di diminuire il debito pubblico, la riduzione delle spese sociali. Uno dei suoi teorici, Milton Friedman, postulava, infatti, che questa strategia avrebbe contratto i consumi, ma anche limitato la crescita dei prezzi.
La minore imposizione fiscale - dovuta alla riduzione dei servizi - avrebbe inoltre dato maggiore possibilità di spesa ai privati, che dovevano essere sostenuti anche privatizzando - ossia vendendo asset sino a quel momento nelle mani degli Stati - le imprese pubbliche.
Milton Friedman I «Chicago Boys» cileni
Margaret Thatcher NUIM Margaret Thatcher
Il primo paese occidentale a sperimentare le nuove politiche fu la Gran Bretagna di Margaret Thatcher, la nuova leader del partito conservatore eletta nel 1979 (prima donna) alla guida del governo.
Thatcher ridusse l'imposizione fiscale diretta, aumentando l'IVA e introducendo una nuova tassa familiare colpendo così soprattutto i ceti più deboli. Obiettivo era quello di frenare l'inflazione e incentivare gli investimenti privati. La nuova premier lanciò un'operazione di pesanti tagli alla spese pubblica, in particolare colpendo pensioni e sussidi di disoccupazione, mentre sanità e istruzione furono risparmiati. La nuova politica fiscale e sociale allargò il divario tra ricchi e poveri.
Nel 1982, Thatcher fu coinvolta nella guerra contro l'Argentina per il controllo delle Falkland-Malvinas e la vittoria le garantì un grande successo d'immagine.
La «lady di ferro» si scontrò duramente, negli anni Ottanta, con i minatori che cercarono con un lunghissimo sciopero di difendere i propri diritti minacciati dai provvedimenti di Thatcher. Lo sciopero terminò con la sconfitta dei minatori. Thatcher proseguì con la sua politica di privatizzazioni di aziende di telecomunicazioni, gas e della compagnia aerea.
Dall'altra parte dell'Oceano, fu Ronald Reagan a incarnare la nuova politica neoliberista. Ex attore e governatore della California, Reagan vinse le elezioni nel 1980 con un programma fortemente anticomunista, riprendendo i toni della Guerra Fredda (URSS come «impero del male») e il riarmo (violando gli accordi SALT).
La reaganomics si concretizzò in una serie di imponenti tagli alla spesa sociale, per ridurre il debito pubblico e arginare l'inflazione. Reagan puntò a fare uscire lo Stato dall'economia il più possibile, puntando sulla riduzione delle tasse e l'investimento dei privati, sostenuti anche dalla cosiddetta deregulation, ovvero la cancellazione di norme e diritti sindacali. La privatizzazione dell'istruzione e dell'assistenza sociale segnarono, inoltre, la vita politica ed economica di quegli anni.
Il disavanzo pubblico, tuttavia, non fu limitato perché nonostante la crescita che riprese intensa negli anni Ottanta, le spese per le armi e per la ricerca tecnologica rimasero elevate. La riduzione dei servizi e della tassazione portò inoltre a un crescente divario tra le classi sociali. La sopravvalutazione del dollaro rese inoltre meno competitive le esportazioni. La popolarità di Reagan fu, comunque, elevatissima negli Stati Uniti, anche per il suo grande carisma.
To Co. C. 80026 Sig. Sem. Ryt. But with Ronald Reagan
Nel 1980 l'URSS, preoccupata per la crescita dei movimenti islamici al proprio interno, decise di invadere uno stato confinante: l'Afghanistan. L'attacco sovietico al paese rappresentò un ulteriore motivo di tensione con gli Stati Uniti che temevano le mire espansionistiche dei rivali verso i paesi del Golfo Persico, detentori del potere petrolifero.
Lo scontro in Afghanistan si trasformò ben presto per i sovietici in un grave errore: l'esercito dell'URSS dovette infatti affrontare la forte resistenza dei mujaheddin, sostenuti anche dall'Arabia Saudita che intendeva sfruttare la guerra per assumere un ruolo guida tra i paesi arabi, eliminando la pericolosa concorrenza dell'Iran sciita - anche in virtù dell'importante comunità sciita nel paese asiatico.
La guerra assunse dunque un carattere anticomunista (i sovietici erano alleati del partito comunista locale) e ideologico, con la volontà da parte saudita di instaurare un regime teocratico simile a quello dell'Arabia Saudita.
Nel 1988-89 le truppe sovietiche furono costrette a ritirarsi. Il disastro contribuì ad acuire la crisi sovietica e lasciò l'Afghanistan con molte fazioni in lotta tra loro. Nel 1992 la debole democrazia afghana cadde e nel paese si affermarono gradualmente i taliban studenti di teologia che erano stati alleati dei mujaheddin e che presero il potere grazie al sostegno del Pakistan e nel disinteresse statunitense.
Nel 1996 i taliban conquistarono Kabul, instaurando il loro regime teocratico e arretrato.
L'Unione sovietica si trovava al principio degli anni Ottanta in una situazione di crisi, soprattutto in rapporto alla superpotenza americana, con difficoltà economiche e produttive, aggravate anche dalla guerra in Afghanistan che richiedeva molte risorse e che rappresentò una grave sconfitta anche d'immagine.
Nel 1982 dopo le dimissioni di Breznev, andò al potere l'anziano Andropov seguito a breve da Cernenko. Nel 1985, però, si aprì una fase nuova con l'elezione a segretario del PCUS di Michail Gorbaciov, che non apparteneva alla generazione dei vecchi burocrati sovietici.
Già nel 1984 egli aveva lanciato la parola d'ordine della perestrojka («ristrutturazione») sostenendo la necessità di riforme politiche ed economiche per garantire migliori condizioni di vita alla popolazione e aumentare la produttività. Nel 1987 in uno storico incontro con il presidente Reagan, si decise lo smantellamento degli «euromissili» e non solo di limitare gli armamenti ma di cominciare a ridurli. Gorbaciov annunciò, inoltre, il ritiro dall'Afghanistan.
Le riforme economiche (liberalizzazione impresa privata, riduzione dei salvataggi di stato delle industrie in crisi, reintroduzione concetto di «profitto») furono accompagnate anche dalla glasnost («trasparenza») una politica di democratizzazione e di maggiore libertà per giornalisti, intellettuali e politici.
Michail Gorbaciov e Ronald Reagan Paris Breaks TIME With Tehran Gorbachev's Revolution I Can He Make It Work? Is the Cold War Fading?gettyimages Wojtek Laski 835276272
Boris Eltsin
Le riforme di Gorbaciov furono avversate dalla parte più conservatrice della burocrazia sovietica e il leader non fu aiutato dalla situazione economica che peggiorò nuovamente alla fine degli anni Ottanta.
Le elezioni per il Congresso del 1989 (per la prima volta con più candidature) videro l'ingresso di alcuni leader riformisti come Boris Eltsin e il dissidente Andrei Sacharov. Gorbaciov fu eletto presidente dell'URSS.
Il presidente dovette affrontare le crescenti spinte secessioniste, in particolare delle tre repubbliche baltiche (Lituania, Estonia, Lettonia) che nel 1989 proclamarono la loro autonomia allo scopo di raggiungere l'indipendenza. Nel 1990 Gorbaciov inviò, perciò, l'esercito nel tentativo di bloccare la rivolta, seppure con l'ordine di non sparare.
Gorbaciov trovò internamente l'opposizione sempre crescente di Boris Eltsin, che voleva riforme economiche più radicali e propose anche di separare la Russia dal resto dell'Unione. Gorbaciov tentò di costruire un nuovo governo con maggiore presenza di riformisti, ma le tensioni erano ormai troppo alte. Nel 1991 l'esercito sparò in Lituania contro i nazionalisti.
Nell'estate dello stesso 1991 Gorbaciov tentò di modificare lo statuto dell'URSS, concedendo maggiori autonomie agli stati membri, ma il nuovo trattato fu respinto dai conservatori che organizzarono un colpo di stato per rovesciare Gorbaciov. Il golpe non ebbe successo grazie alla rivolta della popolazione di Mosca, alla leadership di Boris Eltsin e al rifiuto dell'esercito di obbedire ai golpisti.
Il tentativo di golpe del 1991 accelerò la disgregazione dell'URSS.
Boris Eltsin che era divenuto presidente del Presidium del Soviet Supremo russo nel 1990, sciolse il PCUS e smantellò il potente servizio segreto sovietico, il KGB.
Nel dicembre 1991, dopo che altre repubbliche sovietiche si erano dichiarate indipendenti, Eltsin costituì una nuova federazione con Ucraina e Bielorussia: la Comunità di Stati indipendenti (CSI). Nei giorni successivi tutti gli stati ex sovietici con l'esclusione delle tre repubbliche baltiche e della Georgia (che vi aderirà nel 1993) entrarono nella nuova struttura.
Il giorno di Natale del 1991, Michail Gorbaciov si dimise da capo dello Stato. L'URSS era finita.
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Il cambiamento più significativo, dal punto di vista simbolico, avvenne nella DDR, la Germania dell'est. Il dialogo tra le due Germanie era iniziato già con Willy Brandt ed era proseguito con il nuovo cancelliere della RFT il cristiano-democratico Helmut Kohl.
La Germania est era guidata da Eric Honecker dai primi anni settanta, un conservatore che pensava che nella DDR la perestrojka non avrebbe avuto seguito. La polizia politica, la Stasi controllava dal resto la vita dei cittadini in maniera ossessiva per evitare ogni dissenso.
Molti tedeschi dell'est, anche dopo la costruzione del muro, avevano comunque continuato a scappare e nel 1989 l'Ungheria divenne la porta di fuga principale. La visita di Gorbaciov a Berlino est nell'ottobre 1989, salutato dall'entusiasmo degli astanti, dimostrò chiaramente che il regime di Honecker era ormai destinato alla fine. Honecker fu sostituito da Egon Krenz
La DDR tentò disperatamente di resistere e il 9 novembre concesse la possibilità di viaggiare in Germania Ovest senza visto. Quella stessa notte i berlinesi affollarono i checkpoint lungo la frontiera e cominciarono spontaneamente ad abbattere il Muro di Berlino, in una notte che sarebbe rimasta nella storia.