Slide dall'Università sul Dovere categorico: visione individualistica. Il Pdf esplora il concetto di dovere categorico e la morale kantiana, distinguendo moralità e legalità. Questo documento di Filosofia per l'Università, analizza il rispetto degli altri e il "minimo sindacale" etico, confrontandolo con la morale cristiana e presentando il Decalogo come fondamento di libertà e alleanza.
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Il dovere categorico, anche se sul piano formale parrebbe esattamente il contrario, presuppone in realtà una visione individualistica dell'agire. Il soggetto morale decide effettivamente in modo del tutto autonomo, confrontandosi razionalmente con un codice di norme e di doveri, nella convinzione che anche gli altri debbano comportarsi allo stesso modo.
Il problema fondamentale del dovere categorico è, infatti, quello di stabilire i limiti della libertà di ciascun individuo. Occorre, invece, recuperare una visione del soggetto morale che potremmo definire di tipo personalistico. L'individuo kantiano, infatti, nell'esercizio della sua libera volontà, è tenuto per principio a disinteressarsi di come, di fatto, si comportano gli altri in ossequio ai valori condivisi da un certo gruppo sociale, oppure in ossequio al proprio inalienabile diritto all'autodeterminazione.
L'individuo, inteso nella sua solitudine ontologica, sta alle regole, come la persona, nella dinamica delle sue molteplici relazioni, sta all'agire virtuoso. Del resto lo stesso Kant, che è pure il pensatore più rappresentativo dell'etica del dovere, nell'intento di salvaguardare le intenzioni personali dell'agente, aveva distinto tra moralità e legalità, considerando quest'ultima come la parte puramente materiale, e quindi esteriore, della moralità.Rispetto degli altri: discorso minimale
Le etiche moderne si riducono al discorso minimale del rispetto degli altri, nel nome dell'unico valore indisponibile, quello della pacifica coesistenza civile. Appare chiaro, dunque, che il soggetto morale non ha più consistenza ontologica; essendo pura volontà che sceglie spesso senza ragione, fondando il suo agire esclusivamente su preferenze emotive.
Se agiamo, però, seguendo soltanto le norme, per quanto importanti, è naturale fissare un minimum sindacale da onorare: non si andrà mai "oltre" questo minimo. Se, invece, il fondamento della morale diventa la felicità, l'amore, la condivisione, prevale un'altra logica: il superamento dello standard che viene"imposto".
Un modello etico è sempre necessario per la convivenza umana, ma il senso cristiano della morale non è tanto quello di formulare la norma giusta, ma quello di salvare l'uomo che, nell'incontro con Gesù, scopre ciò che può fondare il cammino verso il bene in pienezza. È la linea del Vaticano II che pone l'esigenza, per lo studio della morale, di superare la pura ragione etica, per procedere «alla luce del Vangelo e dell'esperienza umana» (Gaudium et spes 46).Sieger Köder, Il pasto con i peccatori (DasMahlmit den Sündern), particolare @ Sieger Köder-Stiftung Kunst und Bibel, Ellwangen In quest'opera, Gesù è visibile soltanto attraverso le sue mani. Ognuno di noi è costretto a guardare dalla sua prospettiva, attraverso i suoi occhi. Di fronte a noi, dunque, compaiono una donna rattrappita, rappresentante dei poveri e degli emarginati; un vecchio con una coperta e un uomo di colore con un braccio fratturato, forse a causa del duro lavoro; un pazzo col colletto di Pierrot (un autoritratto dell'artista?); un intellettuale barbuto, probabilmente un sessantottino deluso; una distinta signora che fissa il Cristo con uno sguardo vuoto; infine, una ragazza triste, forse una prostituta. Tutte queste persone, che hanno poco da offrire, guardano il Messia mentre distribuisce il pane, nel momento in cui egli si dona. Uno che li accoglie con i loro errori e la loro colpa, uno che non fa loro domande sul passato, ma dona loro la sua presenza e dischiude una via verso il futuro.
Nella Bibbia, il fondamento della morale è la presenza di quel valore assoluto, che non è un ordine ben articolato di leggi universali né la coscienza e la libertà dell'uomo, ma un essere personale che chiama a questa libertà. Israele è buono o cattivo, è giusto o peccatore, è sposa fedele o adultera, a seconda che aderisca al patto (berit) stipulato col suo Dio o invece lo tradisca.
Certo, questo patto si precisa poi in una Legge, in una legislazione, dove non sono tracciate soltanto le Dieci parole (dieci comandamenti), ma persino dettagli pignoli legati ad usanze caduche (cfr. Libro del Levitico); pero alla base del rapporto tra l'uomo e il valore morale non sta la relazione uomo- legge, uomo-ordinamento, uomo-istituzione, ecc. Sta l'alleanza tra l'uomo e il suo Dio.
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L'uomo buono, l'uomo il cui agire è valido, è l'uomo che vive la propria esistenza in obbedienza a Dio. L'uomo peccatore, l'uomo moralmente mancato, non è l'uomo che infrange una determinata norma, che rompe un determinato ordinamento, che viola un'armonia universale, ma l'uomo che rifiuta l'alleanza.
Berit è intraducibile. C'è allora da chiedersi come si sia imposta la preferenza per «alleanza», «patto». Infatti, i primi traduttori (ebrei) in greco non ricorsero alla terminologia tecnica dei trattati. In essi sorprende l'esclusione sistematica del preciso syntheke, che in greco indica proprio un patto, ma scelsero invece diatheke, che sia nel greco classico sia in quello della koinè (usata dai primi cristiani) indica un patto e un testamento. Questa scelta offre diversi vantaggi. Sul primo versante semantico, si coglie la natura giuridica della relazione, sancita ufficialmente e ratificata dalle due parti. Sul secondo versante, invece, si evidenziano l'esistenza di un documento scritto che regola il rapporto, la sua irrevocabilità, la prevalenza della volontà del testatore rispetto a quella del destinatario, l'assoluta gratuità di quanto trasmesso.
Quando lo si applica al rapporto instauratosi tra YHWH e il suo popolo, berit con difficoltà indica un accordo bilaterale tra contraenti di pari livello; ossia, «alleanza» o «patto» forzano in parte la valenza semantica del termine ebraico. Lo stesso si dica per «impegno» o «vincolo»: la divinità si impegna in modo diverso rispetto a quel che fa l'uomo, così che nel primo caso si declina come «fedeltà», nel secondo come «obbedienza».
La formulazione si avvicina a un testo profetico: «Ti feci un giuramento e strinsi alleanza con te - oracolo del Signore Dio - e divenisti mia» (Ez 16,8). L'immagine della berit e quella sponsale si attraggono nel medesimo campo semantico condividendo la medesima idea di fedeltà e di esclusività. Questo spiega la "gelosia" divina proclamata nel Pentateuco e la condotta da prostituta denunciata dai profeti, fino alla saldatura totale tra berit e matrimonio.
Insomma, berit racchiude sfumature di gratuità, imprevedibilità e durevolezza che non si ritrovano nel sostantivo italiano «alleanza». Ecco perché - come abbiamo già detto - i primi traduttori greci preferirono adottare il termine diatheke. Quando poi i primi traduttori (forse giudeo-cristiani) in latino dei testi sacri dovettero scegliere, privilegiarono testamentum, soprattutto a motivo della rilettura della storia della salvezza offerta dalla Lettera ai Galati (3,15- 17) e dalla Lettera agli Ebrei (9,16-17), un altro termine che è meno di berit ma che permette di andare oltre berit.
biblia Sacra 1-4. NLEWAVERSIONE DEUTERONOMIO Introduzione, traduzione e commento A cura di Grazia Papola SAN PAOLO
"Vedi, io pongo oggi davanti a te la vita e il bene, la morte e il male; poiché io oggi ti comando di amare il Signore tuo Dio, di camminare per le sue vie, di osservare i suoi comandi, le sue leggi e le sue norme, perché tu viva e ti moltiplichi e il Signore tuo Dio ti benedica nel paese che tu stai per entrare a prendere in possesso".
"Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo. Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l'anima e con tutte le forze. Questi precetti che oggi ti do, ti stiano fissi nel cuore; li ripeterai ai tuoi figli, ne parlerai quando sarai seduto in casa tua, quando camminerai per via, quando ti coricherai e quando ti alzerai. Te li legherai alla mano come un segno, ti saranno come un pendaglio tra gli occhi e li scriverai sugli stipiti della tua casa e sulle tue porte".
שְׁמַע יִשְׂרָאֵל Shemá IsraelMarc Chagall, Mosè davanti al roveto ardente, Nizza - Museo Nazionale del Messaggio Biblico Marc Chagall
Dio è colui che chiama ad agire responsabilmente. Il Dio della Bibbia si manifesta nell'ambito etico e non in quello della creazione: il Dio creatore del mondo viene dopo, attraverso una certa riflessione sull'esperienza morale. La prima pagina della Bibbia non è la Genesi, con il racconto della creazione, ma l'Esodo con il racconto dell'alleanza.
Parola: categoria fondamentale
L'esperienza della liberazione porta il popolo a comprendere che quel Dio è anche il Creatore. L'idea di creazione non è originaria: essa trasferisce in Dio l'esperienza del fare artigianale, e quindi include il costruire in base ad idee. Ma la categoria fondamentale della creazione biblica non è l'idea: è la "Parola". Chiaramente nella Parola è sempre inclusa anche l'idea; ma l'accento nella Bibbia cade altrove: sulla volontà, sull'efficacia della Parola. Come infatti la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza avere irrigato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare, perché dia il seme al seminatore e pane da mangiare, così sarà della parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l'ho mandata (Is 55,10-11).
Il Dio della Bibbia non è un demiurgo che crea il mondo in base alle idee eterne, costituendo un ordine cosmologico da cui verrà poi desunto l'ordine etico: è il Dio della Parola che parla all'uomo attraverso l'interpellazione morale. In altre parole: l'etica è l'esperienza prima, in base alla quale viene pensata la stessa creazione del mondo; ed è il fine in vista del quale il mondo viene creato.