Documento sui fondamenti della sociologia, dalla sua definizione e nascita storica, ai principali precursori come Comte e Marx. Il Pdf analizza i paradigmi classici del funzionalismo e dello strutturalismo, con un focus sulle teorie di Durkheim, Weber, Parsons e Luhmann, ed è utile per lo studio universitario.
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La sociologia è lo studio scientifico degli esseri umani in società, essa mira a comprendere le ragioni che spingono gli individui a compiere determinate azioni e come queste azioni siano influenzate dalla società stessa. Per capire come lavora il sociologo dobbiamo tener conto che ogni giorno entrando in contatto con la società siamo spinti a compiere azioni che seguono delle regole sociali implicite che noi attuiamo costantemente senza accorgercene. Queste regole sono identificate dai sociologici come senso comune, si tratta di un sapere implicito che guida i nostri comportamenti quotidiani, noi vivendo immersi nella società lo diamo per scontato mentre il sociologo analizza e mette in discussione ciò che il senso comune accetta senza riflettere, cercando spiegazioni oggettive e razionali. Per farlo, si basa su teorie e ricerca empirica (cioè fondata sui dati e sull'osservazione). Lo stesso Weber diceva che per spiegare fenomeni complessi fosse fondamentale l'integrazione tra teoria e ricerca perché la ricerca senza teoria è muta ma la teoria senza ricerca è astratta.
Secondo molti studiosi, la realtà sociale non è semplicemente "data", ma costruita. Berger e Luckmann, ad esempio, spiegano che ciò che conosciamo e pensiamo del mondo non è solo il risultato dell'osservazione quindi le idee che abbiamo sul mondo non riflettono passivamente solo ciò che esiste ma lo modellano attivamente cioè la realtà è costruita dalle persone attraverso le loro conoscenze e abitudini. Un esempio interessante è quello dell'infanzia. Prima del 1700, i bambini venivano spesso rappresentati come "piccoli adulti", solo con il tempo - anche grazie a cambiamenti storici come la diminuzione della mortalità infantile e la secolarizzazione - si è iniziato a riconoscere i bambini come soggetti con bisogni e diritti propri, fino alla definizione attuale, sancita dalla Convenzione sui diritti dell'infanzia.
La sociologia nasce in risposta a grandi cambiamenti storici e sociali, in un clima di forte rottura con il passato, in particolare a due grandi rivoluzioni: quella francese e quella industriale. Con la rivoluzione francese si sancisce che non ci sono più sudditi ma cittadini con uguali diritti fondamentali; la rivoluzione Industriale, che con l'affermazione dell'industria e la nascita delle fabbriche, la società subisce una trasformazione rapida e profonda: le persone si spostano in massa nelle città (inurbamento), cambiano i rapporti tra città e campagna, aumentano problemi come povertà, criminalità, sfruttamento dei lavoratori che portano alla nascita di proteste, che poi daranno origine a sindacati e partiti politici. Lo sviluppo industriale darà vita ai problemi sociali ovvero problemi che vanno oltre l'individuo singolo da questa esigenza sociale nascono le prime inchieste sociali e la creazione di istituiti statistici che attraverso la raccolta di informazioni analizzano vari aspetti della società (come condizioni di lavoro, salute, istruzione), per capire meglio le conseguenze della rivoluzione industriale e proporre politiche di protezione sociale.
Tra i precursori della sociologia possiamo distinguere due grandi filoni di pensiero: da un lato la scuola positivista, dall'altro quella che richiama il pensiero di Marx. Il positivismo è un indirizzo filosofico che crede che il progresso dell'umanità sia possibile grazie alla scienza. Uno dei principali rappresentanti di questo pensiero è Auguste Comte, secondo lui per costruire una società più stabile e ordinata bisogna fondarla su basi scientifiche, per questo propone la creazione di una nuova scienza: la sociologia, ovvero la scienza della società. Comte elabora anche la "legge dei tre stadi", una teoria secondo cui l'umanità attraversa tre fasi nel suo sviluppo intellettuale:
Accanto a Comte troviamo Herbert Spencer, anch'egli positivista, ma con una visione più influenzata dall'evoluzionismo. Spencer paragona la società a un organismo vivente: ogni parte ha una funzione e collabora con le altre per far funzionare il tutto. Spencer applica l'idea darwiniana della selezione naturale anche alla società, sostenendo che le società evolvono grazie alla competizione, e che sopravvivono solo quelle parti più capaci di adattarsi ai cambiamenti. A questa visione si contrappone quella di Karl Marx, che da invece una lettura critica e conflittuale della società. Marx vede contraddizioni e conflitti dove i positivisti vedevano progresso ed evoluzione. Due aspetti centrali del pensiero marxista hanno influenzato profondamente la sociologia: il primo riguarda l'analisi del capitalismo: Marx descrive una società divisa in due classi fondamentali - da un lato la borghesia, cioè i proprietari dei mezzi di produzione (fabbriche, capitali), e dall'altro il proletariato, cioè i lavoratori. Questo rapporto è di reciproca dipendenza ma squilibrato poiché fondato sullo sfruttamento, inoltre visto che si parla di due interessi contrastanti che sarà inevitabile un conflitto di classe. Il secondo punto chiave è la sua concezione materialistica della storia: Marx sostiene che non sono le idee le cause del mutamento sociale ma i fattori economici. Infine, merita una menzione anche Alexis de Tocqueville, un autore che pur non appartenendo a una vera scuola di pensiero, ha offerto un'importante riflessione sociologica. Tocqueville si concentra sulla diffusione della democrazia nelle società moderne. Secondo lui, il passaggio alla modernità si riconosce dal fatto che le condizioni sociali tendono all'uguaglianza: la nobiltà perde i suoi privilegi, e i cittadini cominciano a essere trattati sempre più in modo simile, almeno formalmente. Tocqueville studia questi cambiamenti con attenzione, chiedendosi quali effetti possano avere sulla libertà individuale, sulla partecipazione politica e sulla coesione sociale.
Il concetto di paradigma, formulato da Kuhn, si riferisce all'insieme di teorie e metodi che trovano consenso da parte di tutti i membri della comunità scientifica. Secondo Kuhn, la scienza non si sviluppa in modo lineare, come un continuo accumulo di conoscenze, ma procede a fasi discontinue: All'inizio c'è una fase di "scienza normale", dove tutti condividono lo stesso paradigma e si lavora per risolvere i problemi secondo le sue regole. Col tempo però emergono anomalie, cioè fenomeni che il paradigma non riesce più a spiegare, ciò porta ad una rivoluzione scientifica e alla nascita di un nuovo paradigma, che sostituisce il precedente. Tuttavia, questo modello non si adatta perfettamente alla sociologia, perché in sociologia coesistono diversi paradigmi contemporaneamente, e non c'è mai stato un solo paradigma dominante accettato da tutti. Nel periodo classico della sociologia, ad esempio, troviamo due grandi paradigmi che si contrappongono, e che continuano a esistere ancora oggi, anche se in forme più moderne. Per descrivere meglio questi orientamenti che raggruppano un insieme di metodi si parla di programmi di ricerca utilizzati nel contesto di scuola sociologica cioè gruppi di studiosi che seguono un certo metodo e si riconoscono nelle idee di un autore guida. Le due principali scuole sociologiche classiche sono:
Durkheim definisce il paradigma oggettivista, secondo il quale i fenomeni sociali hanno un significato proprio che non dipende da come gli individui li vivono e dal senso che gli attribuiscono. È proprio questa idea che lo porta a sostenere una concezione razionalista della scienza: cioè la convinzione che sia la ragione a fornire le basi sicure per la conoscenza. Di conseguenza, anche la sociologia deve basarsi su criteri scientifici rigorosi ed è per questo che afferma che i fatti sociali debbano essere trattati come 'cose' che non possono essere riconducibili al significato che l'individuo gli attribuisce. Per Durkheim, infatti, la società esiste al di sopra degli individui e non si può ridurre alla somma delle singole coscienze per questo il compito del sociologo è quello di arrivare a 'leggi di casualità', partendo dall'osservazione di come certi fenomeni si manifestano in contesti diversi - ad esempio in diversi paesi o in epoche storiche differenti - e cercare delle regolarità e delle costanti che possano fornire spiegazioni generali. Weber affronta lo studio della società da una prospettiva profondamente diversa proponendo quello che viene definito come soggettivismo sociologico. Secondo questa visione, ogni fenomeno sociale va inteso come il risultato delle azioni, decisioni e credenze individuali. Per Weber, infatti, l'individuo è l'unica vera sede della decisione mentre le altre entità collettive lo sono solo in senso simbolico. In questo contesto si sviluppa quella che Weber chiama "sociologia comprendente", ovvero un metodo che si propone di comprendere il senso soggettivo che gli individui attribuiscono alle proprie azioni. Non si tratta quindi solo di osservare i comportamenti esteriori, ma di cogliere le motivazioni interiori, il significato che l'attore sociale da alle sue scelte. Secondo questa visione, un comportamento umano può essere considerato "azione" solo quando è intenzionalmente dotato di significato per chi lo compie. Per fare un esempio semplice: se due automobili si incrociano casualmente su una strada, non siamo davanti a un'azione sociale, ma a un evento puramente fisico. Tuttavia, se quei due automobilisti si accendono reciprocamente i fari per comunicare qualcosa, allora quella diventa un'azione dotata di significato e, quindi, rilevante per la sociologia. Inoltre, un'azione è considerata sociale quando è diretta intenzionalmente verso un altro soggetto. In questo senso, gli individui sono attori che anche se inconsapevolmente, definiscono, negoziano e adattano continuamente il proprio comportamento in funzione delle relazioni con gli altri. Per fare ciò, il sociologo deve operare delle scelte: tra tutti i possibili fattori che influenzano un evento sociale, egli ne seleziona alcuni ritenuti particolarmente rilevanti. L'insieme di questi elementi selezionati costituisce un modello concettuale ipotetico, che Weber chiama "tipo ideale". Il tipo ideale non descrive la realtà così com'è, ma rappresenta uno strumento analitico utile per comprendere meglio i fenomeni sociali, anche se non è mai del tutto sovrapponibile alla realtà concreta.
Tutti i principi del paradigma oggettivista vengono applicati nello studio che Durkheim dedica al suicidio. Questo fenomeno, che solitamente viene considerato un gesto profondamente personale, viene invece analizzato da Durkheim attraverso l'analisi di dati statistici: egli osserva i tassi di suicidio in vari contesti, cercando di capire in che modo essi cambiano in funzione di altre variabili sociali, come la religione, lo stato civile, l'ambiente urbano o rurale. Da queste osservazioni emergono delle costanti: ad esempio, che i tassi di suicidio sono più alti tra chi è meno integrato nella società, come i celibi o i protestanti, rispetto a chi è più inserito in una rete sociale, come i cattolici o i coniugati. Durkheim identifica quattro tipi principali di suicidio, ciascuno dei quali è influenzato da differenti fattori sociali: