Pdf dall'Associazione Nazionale Dirigenti Scolastici su J. Piaget. Il Materiale, utile per l'Università in Psicologia, esplora la teoria dello sviluppo cognitivo di Piaget, analizzando concetti chiave e stadi come quello senso-motorio e pre-operatorio, con un focus sul pensiero infantile e lo sviluppo del linguaggio.
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Soggetto qualificato per la formazione del personale della scuola (DM 07 dicembre 2005) Regione Lombardia
Il pensiero di J.Piaget, nonostante le numerose critiche continua a rimanere un punto fermo per la comprensione dello sviluppo mentale del bambino, argomento a cui l'Autore ha dedicato, da solo e poi in equipe, decenni di ricerca. Il pensiero del bambino, presenta modalità e processi profondamente diversi da quelli dell'adulto che si sviluppano nel tempo, seguendo tappe abbastanza costanti, per giungere alla complessità del pensiero operatorio formale. Senza entrare nel merito specifico ci sembra utile sottolineare quali siano i caposaldi della teoria piagetiana.
Il bambino nasce con un patrimonio genetico che costituisce la base dello sviluppo sia biologico che mentale. La crescita avviene nell'incontro tra strategie innate e rapporto con la realtà: da questo incontro, sulla base delle esperienze, le strategie iniziali non solo cambiano, ma diventano sempre più complesse.
Esiste una stretta correlazione tra sviluppo somatico e mentale, sviluppo che si basa su due processi continuamente interagenti tra loro: l'adattamento e l'organizzazione.
Il bambino fin dalla nascita, è fondamentalmente un "esploratore", un soggetto attivo di ricerca che si rapporta con l'ambiente sulla base di due processi: l'assimilazione e l'accomodamento.
L'assimilazione è il processo mediante il quale le nuove esperienze e le nuove informazioni vengono assorbite e poi elaborate in modo da adattarsi alle strutture già esistenti.
L'accomodamento è il processo fondamentale che comporta la modificazione delle idee o delle strategie, a seguito delle nuove esperienze.
Il bambino mentre si adatta al mondo, costruisce i propri schemi mentali, rendendoli sempre più complessi.
Gli stadi fondamentali dello sviluppo che corrispondono all'acquisizione di ulteriori schemi operativi:
Piaget paragona lo sviluppo mentale del bambino alla sua crescita organica: entrambi tendono verso un progressivo equilibrio.
L'azione umana è una continua ricerca di equilibrio e lo sviluppo psicologico e la crescita del bambino, possono essere considerati come stadi di equilibrio successivi, che vanno progressivamente adattandosi alle sue continue scoperte intellettive, sociali ed affettive.
Il bambino alla nascita non è in grado di riconoscere il mondo esterno da quello interno, l'"io" bambino è al centro della realtà, in quanto incosapevole di se stesso è incapace di compiere una separazione tra soggettività e oggettività della realtà esterna.
Durante i primi mesi di vita, egli, non concepisce nè percepisce le cose immerse nell'universo esterno come oggetti permanenti, non conosce lo spazio e la causalità, non ha in altre parole la nozione di oggetto.
Per il bambino la percezione esterna è composta da immagini e suoni che appaiono e scompaiono senza una ragione obiettiva.Inizialmente le cose non esistono "lontane dal proprio campo percettivo", non c'è ricerca attiva degli oggetti nè il tentativo di ritrovarli, ma attesa passiva del quadro visivo desiderato che ritorna ad ogni suo richiamo.
Tra i tre e i sei mesi il fanciullo comincia ad afferrare ciò che vede, coordina la percezione visiva con quella tattile.
Egli reagisce inizialmente al movimento dell'oggetto seguendolo prima con gli occhi, poi con lo spostamento laterale della testa. Reagisce inoltre ai movimenti di caduta come " ... non sapesse che egli si sposta per seguire il movimento e, non sapesse, per conseguenza, che il suo corpo e il mobile si trovano nello stesso spazio: basta infatti che l'oggetto non si trovi nell'esatta continuazione del movimento di accomodamento che il bambino rinuncia a cercarlo, ... come se il movimento dell'oggetto e le impressioni cinestesiche che accompagnano i movimenti degli occhi, della testa o del busto, siano considerati dal bambino un tutt'uno".
Quando perde l'oggetto l'unico tentativo che compie nella speranza di ritrovarlo è prolungare i movimenti già compiuti, quindi conosciuti e nel ritornare al punto in cui l'oggetto è sparito. Egli attribuisce permanenza agli oggetti fintantochè riesce a seguirli e a ritrovarli con movimenti semplici. Il fanciullo non concepisce il loro movimento come indipendente dalla propria attività, continua a cercare nel punto in cui ha visto sparire l'oggetto, convinto che resti a sua "disposizione", dipendente dalle sue azioni.
Tra i quattro e i sei mesi inizia ad esplorare il luogo in cui l'oggetto è sparito anche se lontano dal proprio campo visivo. Ricerca con le mani il mobile che non raggiunge con lo sguardo. Non si tratta però di una vera ricerca in senso attivo, in quanto il bambino si limita a tendere il braccio, a riprodurre il gesto di afferare, perchè l'oggetto è per lui ancora a "disposizione". Egli non inventa altri movimenti per cercare l'oggetto sparito, ma ripete quelli conosciuti e interessanti.
Quando una parte dell'oggetto è visibile, egli lo riconosce e lo afferra, ma non compie nessuna ricerca quando l'oggetto è interamente sparito. Il fanciullo è ora capace partendo da una frazione visibile, di ricostruire la totalità dell'insieme. Egli crede dunque nella materialità dell'oggetto anche quando è visibile in parte, ma una volta sparito dal proprio campo percettivo, l'oggetto, per il bambino, smette di esistere.
Dai cinque ai sette mesi, in realtà, il fanciullo è capace di allontanare un ostacolo che nasconde l'oggetto, non nel tentativo di ritrovarlo, poichè l'oggetto nascosto dietro uno schermo, ma in parte visibile, è concepito dal bambino non come coperto ma come pronto ad apparire, e solo l'azione può conferirgli una realtà totale. Egli in realtà non fa altro che scartare uno ostacolo che si presenta al soggetto e non all'oggetto, cerca, in altre parole di liberare la sua percezione.
L'universo rimane ancora un insieme di immagini che appaiono e scompaiono, ma permangono più a lungo, semplicemente perchè egli prolunga nel tempo le sue azioni.
Il fanciullo osserva con crescente interesse i movimenti delle sue mani, mette in rapporto un certo suo gesto con una determinata conseguenza, scopre che la sua mano è capace di far muovere gli oggetti sospesi. Diventa consapevole delle proprie mani, strumenti reali con le quali poter afferrare gli oggetti e giungere così ad un continuo ed effettivo risultato.
Il bambino scopre dunque il senso di efficacia che accompagna la propria attività.
Con la conquista della prensione prima e della manipolazione poi, il fanciullo si rende conto che il desiderio precede l'effetto atteso. Fino a questo momento causa ed effetto erano su di uno stesso piano, l'universo esterno e quello interno erano indissociabili. Ora il bambino diventa consapevole dell'intenzione, la causa diventa dunque interna, l'effetto esterno.
Il fanciullo esamina con grande attenzione le capacità ed i movimenti delle sue mani, diventando cosciente progressivamente del loro potere sugli oggetti.
Egli non si rende ancora conto che le mani appartengono al suo corpo e le considera alla stregua degli altri oggetti.
Il bambino è capace di afferrare, scuotere o tirare gli oggetti ma non stabilisce ancora una relazione tra un determinato gesto e la sua reale efficacia, inoltre non comprende i rapporti spaziali e fisici.Per il soggetto sono i suoi desideri ed i suoi sforzi efficaci nel generare un risultato interessante; “ ... i legami di causalità si stabiliscono sempre in occasione di un risultato ottenuto per caso". Quando il bambino impara un gesto che risulta efficace, egli comincia ad applicarlo a tutto, come se quel medesimo gesto fosse efficace indipendentemente da ogni contatto spaziale e fisico, di riprodurre e di continuare qualsiasi spettacolo interessante, malgrado ripetuti insuccessi. " ... Ecco dunque la prova che la causalità attribuita al gesto non è ancora una causalità fisica, fondata sui caratteri esterni dell'azione, ma una causalità per semplice efficacia".
Tra i sei e i sette mesi il bambino impara ad imitare, ed utilizza questa nuova conquista per far ripetere agli altri i gesti interessanti. Egli dunque imita un movimento esterno e per farlo deve osservare ed incorporare il gesto.
Tra l'ottavo e il decimo mese comincia a cercare l'oggetto scomparso dal proprio campo percettivo, studia gli spostamenti dei corpi, e inizia a coordinare l'attività visiva con quella tattile. Ciò non significa che abbia acquisito una corretta nozione di oggetto, in quanto continua a conferirgli una posizione assoluta. Se uno oggetto viene spostato visibilmente, e poi nascosto, il bambino dopo una breve e superficiale ricerca ritorna nel luogo in cui lo ha cercato precedentemente e ritrovato. Egli ricerca l'oggetto scomparso, non si accontenta più di prolungare un gesto di accomodamento, ma conferisce ancora alle cose una posizione privileggiata. L'oggetto resta dunque "a disposizione" in un certo contesto relativo ad una certa azione.
Il bambino non attribuisce una struttura obiettiva alle cose che lo circondano, non ha ancora acquisito coscienza delle relazioni di posizione e di spostamento.
Tra i nove e gli undici mesi gli oggetti cominciano ad acquisire causalità, anche se non vengono ritenuti ancora indipendenti dall'io. E' una "causalità che tende a spazializzarsi" ossia "a esteriorizzarsi senza tuttavia distaccarsi dall'io, senza tuttavia dissociarsi ancora dall'efficacia del gesto".
Il bambino capace di afferrare, scuotere e tirare gli oggetti, è in grado ora, di allontanare la mano di un'altra persona quando questa trattiene o afferra un oggetto. Tutto ciò indica che il fanciullo considera quella mano estranea al proprio corpo, capace di muoversi indipendentemente dalla sua attività. Egli l'allontana per impedire un'azione non voluta, agisce dunque intenzionalmente. Quella mano è diventata per il bambino autonoma.
La causalità non è più dipendente interamente dalla propria attività, il soggetto comincia ora ad attribuire capacità particolari anche agli altri. Quando il bambino non riesce a riprodurre uno spettacolo interessante, si serve delle mani altrui come intermediari necessari, esercitando su di esse una leggera pressione per farle muovere e realizzare così il suo desiderio.
Egli concepisce dunque le persone come esterne, ma la loro attività resta ancora legata ai suoi gesti e ai suoi desideri. E' una causalità intermedia, in parte obiettiva in parte spazializzata.
Alla fine del primo anno di vita il tempo diventa progressivamente indipendente dall'io, è ancora un momento di transizione tra soggettività e obiettività. Per la prima volta il fanciullo ricorda gli spostamenti dell'oggetto in cui non è intervenuto, egli ricorda dunque gli spostamenti come tali e non la propria attività.
Tra la fine del primo anno di vita e la metà del secondo, il bambino impara a tener conto degli spostamenti visibili successivi, non cerca più l'oggetto in posizioni privileggiate. Con la concquista progressiva delle relazioni spaziali, egli lo cerca nel luogo esatto in cui l'oggetto è stato spostato.
Il bambino scopre inoltre il tempo non legato alla sua attività ma proprio di tutti gli elementi che compongono l'universo esterno. Per la prima volta si rivela capace di ordinare nel tempo gli avvenimenti esterni percepiti direttamante.
Egli è in grado di rievocare un'immagine mentalmente. Le nozioni di un "prima" e di un "poi" non sono più limitate all'azione propria ma estese agli avvenimenti stessi che il bambino prevede e ricorda.
Verso la fine del secondo anno di età diventa capace di dirigere le sue ricerche grazie alla