Pdf dall'Università sull'America Latina tra Sviluppo, Dipendenza e Diritti Umani: il Caso Cile. Il Materiale analizza il concetto di sviluppo e le teorie della modernizzazione, le dinamiche sociali ed economiche post-indipendenza e l'influenza delle potenze straniere, adatto per lo studio universitario di Storia.
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Nel 12 ottobre 2001 in Spagna a Barcellona, si festeggiava la conquista del Nuovo Mondo. Lo stesso giorno del 2003 a Santiago del Cile nella Piazza de las Armas era sommersa da scontri e manifestazioni violente per ricordare una data che segnò un genocidio invisibile e silenzioso. Nei primi dell'Ottocento le tre m dell'imperialismo coloniale europeo: militari, mercanti, missionari avevano trionfato e i conquistadores avevano riscritto la carta del mondo. Quando Cristoforo Colombo calpestò per la prima volta le spiagge delle Bahamas, la Spagna viveva il periodo della Riconquista e la regina Isabella era la madrina della Santa Inquisizione. L'espansione territoriale del regno di Castiglia coincise con una guerra di crociata portata avanti dai conquistatori per debellare l'eresia dei nativi. La diffusione della fede cattolica nel Nuovo Mondo accompagnò ogni avanzata militare, insieme ad ogni tipo di saccheggio e usurpazione delle ricchezze autoctone. Le popolazioni indigene furono annientate o nel migliore dei casi rese schiave. Molti nativi morirono di crepacuore convinti che gli europei fossero divinità vendicative, con una specie di forza magica che dava loro il potere di devastare, saccheggiare e uccidere qualsiasi cosa intralciasse la loro conquista. Il resto lo fecero i batteri, le nuove malattie e i virus che furono inevitabilmente importati dai conquistatori e che diffondendosi provocarono la morte di quasi la metà della popolazione indigena d'America e delle isole oceaniche. L' occidentalizzazione sotto forma di conquista e amministrazione coloniale europea raggiunse il suo pieno compimento. Alla base della legittimazione del processo di colonizzazione affioravano due aspetti importanti:
Il saccheggio fu lo strumento più efficace per quella accumulazione originaria di capitali che segnò l'inizio dell'era della produzione capitalistica, gettando le basi per una primitiva relazione di dipendenza. La conquista mutò le strutture economiche ma soprattutto il sistema sociale cui tali strutture erano profondamente connesse. L'economia diventò un fine in sé e non uno strumento per il raggiungimento del benessere, si universalizzarono e si ingenerarono prima bisogni e poi sogni legati all'unico modello di sviluppo possibile: quello occidentale. Mezzo secolo dopo l'idea di un'Europa come manifattura dell'universo e il suo rapporto con i paesi colonizzati visti come semplici fornitori di materie prime entrò irrimediabilmente in crisi. L'ordine coloniale imposto con la violenza fisica e simbolica e il diritto a dominare politicamente e culturalmente le popolazioni dell'emisfero sud, non riuscì a stabilizzarsi. Diversi fattori segnarono alcuni momenti di questa sconfitta. Le rivoluzioni atlantiche certamente contribuirono a gettare le premesse per il processo di decolonizzazione, anche se la prima vera contestazione esplose nelle colonie inglesi d'America quando, nel porto di Boston, furono attaccate le navi della Compagnia inglese delle Indie e gettato in mare il carico di tè. Questo banale episodio segnò l'inizio della rottura delle relazioni tra le colonie e l'Inghilterra. A questa prima insurrezione seguirono le guerre di indipendenza i cui protagonisti furono i libertadores Simón Bolivar, José de San Martín e Bernardo O'Higgins. A partire dal 1898 anche gli Stati Uniti, inaugurando una politica di aiuto e di contestuale controllo in tutta l'America centrale e meridionale, contribuirono ad accelerare 'emancipazione di Cuba, Panama, Nicaragua, Messico e Honduras. Un ruolo decisivo nella decolonizzazione del XX secolo fu, successivamente, svolto anche dalla diffusione del modello dello Stato nazionale i cui contorni furono definiti dal fattore della razza con l'autodeterminazione dei popoli che preferivano essere governati da individui del proprio colore di pelle piuttosto che da estranei. L'ascesa del socialismo nei primi del 900 rappresentò, poi, una tappa importante nella produzione della crisi delle ideologie e dei valori occidentali importati durante la fase coloniale. Furono rigettati alcuni dei concetti chiave della modernità come la razionalità economica e il dogma del laissez-faire o l'idea stessa di società borghese, attraverso una serie di rivolte del proletariato che si diffondevano su scala mondiale e che traevano la loro forza e legittimazione nelle teorie marxiste di una costituzione di un nuovo ordine mondiale. Un altro fattore di rottura fu l'esito della Prima guerra mondiale che mostrò palesemente i limiti economici, politici e militari delle principali potenze occidentali. La Rivoluzione russa attraverso il rifiuto di alcuni valori della modernità dimostrò quanto fosse superata la pretesa occidentale di costituirsi come unico modello di civiltà. Entrando in crisi anche in Occidente il modello economico liberale, venne meno la giustificazione di un imperialismo coloniale.La Seconda guerra mondiale rese, in ultimo, inevitabile il processo di decolonizzazione. Tutto questo non produsse un senso nuovo ma una nuova forma di conquista e nuovi conquistadores. Il vecchio ordine mondiale si perpetuò al di là della decolonizzazione. Harry Truman, presidente americano, nel 1949, definì i Paesi del Cono sud come "sottosviluppati" e varò un programma di sostegno finanziario verso i paesi sottosviluppati, il famoso Point Four. Le soluzioni elaborate dimostrarono fin dall'inizio la loro fragilità e inutilizzabilità. L'analisi dei processi di espansione e la più generale crisi delle economie capitalistiche avanzate risultò astratta e inapplicabile in presenza di società così eterogenee. Le scienze sociali già a partire dalla seconda metà dell'800, si erano avvicinate al concetto di sviluppo: un concetto che aveva inizialmente preso il posto del progresso nella sua accezione illuministica, per legarsi in seguito all'idea di crescita nell'economia di mercato, trasformandosi in una categoria analitica nell'interpretazione dell'evoluzione dei sistemi sociali. Gli studi condotti dai classici del pensiero sociologico, in particolare quelli di Comte, Spencer, Durkheim e Tonnies erano accomunati dall'idea di uno sviluppo come processo evolutivo da uno stadio semplice (o tradizionale) meno progredito, ad uno stadio complesso (o moderno) più progredito. Seguendo questo approccio, anche i mutamenti sociali si verificavano attraverso il passaggio da una società tradizionale a una società moderna, contraddistinta, invece, da una divisione del lavoro, da un sistema istituzionale e di potere molto strutturato e da una diffusa partecipazione alle dinamiche sociopolitiche. La sociologia classica, fino a quel momento, si era occupata del mutamento sociale elaborando modelli evolutivi attraverso i quali si era arrivati a descrivere il passaggio delle collettività umane da uno stadio "tradizionale" a uno "moderno". Lo stesso tipo di approccio fu ripreso dalle Teorie della modernizzazione che applicarono questi modelli tipicamente occidentali ed europei anche all'analisi dei paesi ex coloniali. Habermas fece un'importante distinzione tra modernità e modernizzazione:
Modernizzazione intesa come "insieme di processi cumulativi che si rafforzano a vicenda". Habermas in questo senso ritiene che la teoria della modernizzazione apporti un'astrazione gravida di conseguenze al concetto weberiano di modernità: separa la modernità dalle sue origini europee moderne e la schematizza in un modello di processi sociali di sviluppo generali, prescindendo dalle determinazioni spaziali e temporali. Inoltre, interrompe i collegamenti interni tra modernità e contesto storico del razionalismo occidentale, di modo che i processi di modernizzazione non possono più venir concepiti come razionalizzazione, ossia come un'oggettivazione storica di strutture nazionali. Il quadro internazionale in cui si affermò la scuola della modernizzazione era quello della Guerra Fredda. I politici nord americani incoraggiavano gli scienziati sociali a compiere ricerche finalizzate a promuovere sviluppo e stabilità nei paesi del Terzo Mondo, funzionali ai loro interessi politici ed economici e lontani il più possibile dall'ordita sovietica. Alla base della teoria della modernizzazione continuava a essere sempre presente la dicotomia tradizione-modernità, e il concetto di sviluppo inteso come negazione degli assetti istituzionali tradizionali. Questo approccio fortemente etnocentrico e negativo rispetto alle diverse e specifiche realtà tradizionali si sviluppo sostanzialmente attraverso tre indirizzi convergenti: psicologista, diffusionista e funzionalista. I primi due stabilivano rispettivamente che i contatti culturali rappresentavano il mezzo più efficace di trasmissione dei valori delle società occidentali in quelle in via di sviluppo e che la disponibilità all'innovazione era un elemento imprescindibile della personalità degli individui. In particolare, la teoria psicologista, privilegiando le variabili endogene di tipo psicologico, considerava fondamentale lo studio della personalità degli attori sociali. L'approccio diffusionista, più centrato sulle variabili esogene e di natura culturale, partiva dalla considerazione che il percorso di sviluppo per il quale erano passati i paesi occidentali era ripetibile anche nei paesi "arretrati" attraverso un processo di assimilazione di alcuni elementi strutturali delle società moderne. A essi si doveva aggiungere stile di vita partecipante o empatia. La terza e più diffusa prospettiva, quella funzionalista, legata al nome di Talcott Parsons, offriva uno studio dei meccanismi di interdipendenza tra strutture psicologiche, culturali e sociali in forza dei quali una variazione intervenuta in una struttura si ripercuoteva sulle altre, sino a portare al mutamento di tutto il sistema. L'assunto di fondo da cui partiva Parsons era quello di considerare lo sviluppo in continuità rispetto all'evoluzione naturale. Parsons aveva classificato le relazioni e le norme sociali in modo da pervenire ad una tipizzazione delle differenze di struttura esistenti tra le società moderne e le società tradizionali. Anche i sistemi sociali si differenziavano tra loro in base alle alternative di ruolo che si presentavano al soggetto agente nel corso della sua azione. Queste possibilità alternative di orientamento e di azione che Parsons definiva "variabili strutturali" sono sintetizzabili in cinque coppie: